1 Ottobre 2026
Amore e speranza non ce li diamo da soli
Invitato al Meeting 2026 per parlare della «Speranza per l’Ucraina», monsignor Pavlo Hončaruk, vescovo di Kharkiv-Zaporižžia, si è fermato allo stand di Russia Cristiana, per rispondere alle domande, anche molto drammatiche.
Monsignor Hončaruk è un vescovo giovane, nominato da papa Francesco nel 2020, proprio alla vigilia dell’invasione. La diocesi a lui affidata è attraversata dalla linea del fronte, e la sua sede, Kharkiv, è situata a pochi chilometri dal confine russo. La sua presenza costante ha un ruolo importante per i fedeli.
Molti si ricorderanno l’intervista che ci aveva rilasciato l’anno scorso. Gli chiediamo di tornare sul tema della speranza e del perdono.
Ci parli ancora della speranza, perché spesso noi stessi, che viviamo in sicurezza, siamo demoralizzati e sfiduciati: come sono possibili speranza e perdono?
Sono molto grato della possibilità di dialogare con voi. Il vostro cuore è vivo e vi aiuta a comprendere il nostro problema. L’amore che vive nel cuore si esprime nella compassione per l’altro. Si dice che se qualcuno fa il bene significa che ha nel cuore l’amore, e questo scaccia l’odio, che è oscurità senza speranza; dove non c’è speranza è proprio perché c’è l’odio. Per noi la sorgente dell’amore è Dio, il Signore.
Vi racconto una breve storia che lo dimostra con chiarezza. Nel dialogo con un soldato ucraino, tornato dopo essere stato prigioniero in Russia, gli ho chiesto come fosse riuscito a sopravvivere, come Dio lo avesse aiutato. Mi ha detto che quando è stato fatto prigioniero non credeva in Dio. «Mi hanno picchiato in modo violento. Un giorno sì e uno no mi interrogavano, mi torturavano, e non volevo più vivere. Ho chiesto loro di uccidermi. Non ce la facevo più a resistere a quella situazione, non vedevo un senso».
Ed era chiaro che non voleva raccontare tutti i dettagli: andare a fondo di quell’esperienza lo faceva star male. Una volta, mentre lo riportavano in cella, attraversando il corridoio ha visto sul muro l’ombra di una croce. Vedendola, ha ricordato che qualcuno dice che Dio esiste. «Allora mi sono rivolto a Lui e gli ho detto: se ci sei, aiutami. Appena ho pensato così, ho sentito un grande calore e una grande felicità nel cuore. Quando sono arrivato in cella, i miei compagni mi hanno guardato in faccia e mi hanno chiesto: cosa ti hanno fatto? Stai bene? Io non capivo perché me lo chiedessero, e loro mi hanno detto che stavo sorridendo».
Non sapeva lui stesso cosa rispondere, non aveva parole. Ma in quel momento ha capito che sarebbe sopravvissuto, perché aveva nel cuore pace e speranza.
Perché ho voluto ricordare questo esempio? Perché, per natura, non abbiamo in noi questa forza. Magari siamo capaci di grandi rischi, di empatia, ma non possiamo darci da soli un amore così grande e una speranza così grande: li riceviamo da Dio, e li condividiamo con gli altri.
Per questo la mia forza sta nel mio rapporto con Dio. Se mi venisse tolto questo rapporto, sarei una rovina, come le rovine di una casa distrutta.
Per questo ringrazio Dio della sua Presenza in mezzo a noi, perché mette l’amore nel cuore e mi dà il desiderio di donare quello stesso amore a ogni uomo.
Voglio che l’amore che testimonio arrivi fino all’infelice Putin, che entri nel suo cuore, che lo faccia uscire dalla terribile gabbia in cui il Male lo ha rinchiuso. Perché lui è molto infelice, e rende infelici anche gli altri. Voglio che l’amore entri nel cuore di tutte le persone che vivono in Russia, perché comincino a rispettare se stesse, la propria vita e gli altri. Ho questo desidero e per questo prego: così è l’amore. Per questo nel mio cuore c’è speranza. Io non posso cambiare il mondo, ma l’importante è chi sono io in questo mondo, e questo dipende da me.

(Astra, telegram)
Tutto questo l’aveva chiaro sin da quando era un semplice sacerdote, o è una coscienza che ha acquisito in questi anni di fatica e di prova?
Certamente è un processo. Dio è il Dio della realtà e del momento presente: il Signore ci dà le risposte ora, per oggi. Dio dà la grazia oggi, dà la forza oggi, dà la chiarezza di cosa fare oggi. È una collaborazione intensa con Dio: devo scegliere cosa fare oggi, come agire oggi. Non penso a cosa dovrà succedere, a cosa dovrò fare in futuro, perché la Grazia non è nel futuro. Io sono ora, e la Grazia è ora.
Quando collaboro in questo modo con Dio, comincio a vedere come Lui opera, e questo mi dimostra che non sono solo, che il Signore c’è e mi invita a collaborare con Lui.
Non esiste gioia più grande che rendersi conto che Dio opera attraverso di te: è un’esperienza che aiuta anche a rimettere ordine nei pensieri e a indirizzare l’agire.
Non arriva un messaggio sul telefono che ti dice cosa fare. L’amore comincia proprio nel momento in cui inizi a pensare a come fare la cosa giusta. Per esempio: devo andare da qualcuno per aiutarlo in una situazione difficile, e penso: vado lì, prendo questo, faccio così… no, non così, meglio in un altro modo. Il solo farmi queste domande è già un gesto di amore. Anche se poi non succederà nulla di risolutivo.
Ma c’è una seconda cosa, importantissima: la presenza. Anche l’essere presente è una forma di amore. Credo che la cosa più difficile sia essere presenti quando è chiaro che non puoi fare nulla. Sentire tutto il tempo la propria impotenza, e fare solo quello che si può. Anche questo è amore.
Eccellenza, com’è la vita quotidiana?
Da noi la situazione è molto varia: la mia diocesi ha una superficie di 193.000 km², e da un estremo all’altro ci sono 750 km. Alcune città sono a 3 km dal nemico, altre più lontane. La nostra città, Kharkiv, si trova a 20 km dal fronte: per questo arrivano spesso missili, droni Shahed, ma non l’artiglieria. Perciò ci mettiamo in ascolto, per capire cosa sta volando verso di noi. Se è in arrivo qualcosa, ascoltiamo in che direzione vola; se c’è la possibilità di nasconderci, ci nascondiamo. Se sta arrivando un missile, non ha senso nascondersi, perché non faremmo in tempo.
Nonostante tutto questo, i bambini vanno a scuola: a Kharkiv la scuola è sette metri sotto terra, e i bambini ci vanno a turno, perché non si formino gruppi troppo grandi. Le persone vanno a lavorare, dove possono, e si muovono per la città, ma quando c’è pericolo si nascondono. Diciamo che ci vogliono orecchie sensibili e gambe forti: se senti qualcosa, devi scappare in fretta.
In questa situazione ci siamo abituati a un umorismo un po’ nero. La gente dice: se un missile colpisce casa mia, almeno non dovrò più andare al lavoro… È molto dura, ma viviamo l’oggi. Ci diciamo proprio così: se superiamo la notte, ci ritroveremo questa sera, e saremo vivi.

(S. Bobok, Charkiv Times)
Come sono i suoi rapporti, anche personali, con i vescovi e i credenti russi? Come si concilia l’essere tutti cristiani con l’appartenere a due popoli in guerra?
Guardate, il conflitto non è nato tra cristiani. Io non so se Putin sia cristiano, non so se sia battezzato. Le persone che hanno dato inizio a questa grande tragedia stanno su due fronti opposti: Ucraina e Russia.
In Ucraina ci sono rapporti tra tutte le confessioni e tutte le religioni. Invece con gli ortodossi del patriarcato di Mosca non abbiamo rapporti, perché loro non partecipano a nulla, non si fanno mai vedere. Ma noi aiutiamo comunque le persone che ce lo chiedono, chi ha perso la casa, chi non ha più nulla: diamo loro cibo, medicine, vestiti, e non chiediamo se sono ortodossi o no. Sappiamo che tra loro ci sono anche ortodossi, ma è proprio una domanda che non facciamo, perché davanti a noi vediamo persone che hanno bisogno di aiuto.
Con le altre religioni – per esempio con i musulmani, con gli ebrei – siamo in buoni rapporti, lavoriamo insieme, collaboriamo per difendere la nostra patria. E quando il governo, il presidente, fa qualcosa che non ci va bene, protestiamo, usciamo tutti insieme, e nessuno ci manda in prigione per questo. Possiamo dire ciò che vogliamo e non veniamo perseguitati per averlo fatto; ovviamente, se qualcuno volesse nuocere al paese sarebbe diverso.
In Russia e nei territori occupati la situazione è completamente diversa, perché la Russia è una dittatura: chiunque abbia un pensiero proprio e lo esprima viene mandato in prigione o ucciso. La Chiesa che è in Russia non può dire tutto, e tanti sacerdoti – tanti cristiani – non possono dire ciò che pensano, perché se lo facessero li ucciderebbero. Da parte nostra sarebbe sbagliato pretendere da loro un simile eroismo, un simile sacrificio della vita. Non ho contatti diretti con loro anche per la loro sicurezza, perché anche i nostri rapporti sono controllati: io non avrei problemi, li avrebbero loro, e quindi devo comportarmi in modo da non condannarli a morte. Per esempio: so cosa succede nei territori occupati, ma non posso parlarne, perché so che andrebbero a cercare le persone che me lo hanno raccontato. È molto difficile.
Cosa ne pensa della mobilitazione in Ucraina, del fatto che gli uomini vengono presi con la forza e portati nei centri di reclutamento?
La tua domanda è molto difficile, perché la mobilitazione è, in un certo senso, un biglietto di sola andata per la morte. E io so cosa significhi trovarsi davanti alla minaccia della morte.
Al tempo stesso, lo Stato ha il compito di organizzare la difesa della patria. Il problema è che la Russia aveva preparato l’attacco da tempo, e aveva fatto in modo che in Ucraina, anni fa, venisse smantellato il sistema di coscrizione a livello istituzionale. Così, quando è arrivato il momento di mobilitare le persone, non si sapeva nemmeno come fare. La polizia ha cominciato a controllare i documenti; a certi poliziotti è stato detto: se entro oggi non arruoli un certo numero di persone, in guerra ci andrai tu. Si è inserito, diciamo, il fattore umano.
Ma conosco anche l’altro lato: i nostri soldati restano al fronte per duecentocinquanta giorni senza che nessuno dia loro il cambio. Serve senso di responsabilità a livello generale, insieme a una consapevolezza diffusa, non è qualcosa che riguarda solo alcune persone. Perché finché esiste l’Ucraina, tu hai un passaporto ucraino, sei un cittadino; nel momento in cui l’Ucraina non esistesse più, non ci saresti più nemmeno tu come soggetto di diritto. C’è poi un’altra questione ancora: la Russia, una volta avesse conquistato l’Ucraina, potrebbe chiedere ai paesi europei di rimpatriare tutti i cittadini ucraini, per mettergli addosso la propria uniforme russa e mandarli a combattere per lei.
Serve dunque una coscienza e una responsabilità generale, e bisogna porsi la domanda: cosa posso fare io per la mia patria? Non tutti possono combattere. Io sono stato là, e ho visto uomini che se la facevano addosso, perché morire fa paura, e non ogni uomo è un soldato;
non chiunque è in grado di tagliare la gola a un altro uomo, perché uccidere è disumano, e chi difende la propria patria perde una parte di sé, questo è il costo della nostra difesa.
Ma ci sono molti modi per difendere la propria patria: anche quando lavoro e mi impegno per il suo sviluppo, quando studio per imparare a servirla, allora sono anch’io un combattente, e lotto per la mia patria. Deve però restare viva questa coscienza: se la si perde, si è già persa la guerra.
(foto d’apertura: mons. Hončaruk allo stand di Russia Cristiana – © FRC)
Pavlo Honcharuk
Nato nel 1978, ha completato gli studi filosofici e teologici ed è stato ordinato sacerdote cattolico latino nel 2002. Nel 2020 è stato nominato vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia. In concomitanza con l’aggressione russa all’Ucraina, ha documentato gli attacchi su Kharkiv e ha assistito la popolazione collaborando anche con il vescovo ortodosso Mytrofan.
(foto Artur Hudenko)
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