Una donna ribelle e radicale. In memoria di Tat’jana Goričeva

13 Febbraio 2026

Una donna ribelle e radicale. In memoria di Tat’jana Goričeva

Alessandra Belloli

Ripercorriamo la vita di Tat’jana Goričeva venuta a mancare lo scorso anno. Da ragazza sovietica disillusa e ribelle, attraverso la filosofia ha imboccato un cammino di conversione che l’ha portata a scoprire la fede. Da quel momento ha scelto radicalmente per l’ideale cristiano.

L’inaspettata “rivelazione” della filosofia

Tat’jana Goričeva era nata nel 1947 a Leningrado da una famiglia sovietica convintamente atea. Il problema del senso della vita aveva cominciato presto a entrare nella sua mente e sin da piccola percepiva la «sensazione disgustosa» che la vita che la circondava fosse «irreale, ingannevole e illusoria».

Viveva inoltre una sorta di sdoppiamento, poiché a casa veniva sgridata di continuo, ricevendo «botte immotivate», mentre a scuola piovevano lodi e riconoscimenti. Turbata da questa ambiguità, da un’indeterminatezza che le suscitava terrore, aveva cercato ben presto un modo per andarsene di casa e vivere in libertà.

Nonostante l’allontanamento dalla sua famiglia, Tat’jana si sentiva «una piccola bestia cattiva, inseguita, che non riusciva mai a stare eretta né ad alzare la testa, che non faceva alcun tentativo per capire qualche cosa o per prendere una decisione». Provava odio verso tutto ciò che la circondava e si sentiva inquieta e arrabbiata, perché non trovava nulla che potesse dare un senso alla sua vita:

«Sin dall’infanzia odiavo tutto ciò che mi circondava: gli esseri umani con le loro meschine preoccupazioni e paure, sì, mi facevano ribrezzo; odiavo i miei genitori, che non si distinguevano in nulla dagli altri e che solo casualmente erano i miei genitori. Oh, diventavo furiosa se pensavo d’essere stata messa al mondo assurdamente e senza il mio volere. Odiavo persino la natura con il suo eterno ritmo ripetitivo e noioso: estate, autunno, inverno…».

Avendo sviluppato un amore incondizionato verso il tedesco, si era iscritta a un istituto tecnico, unica scuola superiore dove ai tempi veniva insegnata questa lingua. Si era anche coinvolta con la realtà circostante entrando nel Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito comunista, diventando a 17 anni la segretaria di Partito del suo corso. Grazie a questa esperienza, per la prima volta aveva percepito di essere responsabile del mondo in cui viveva e che non solo poteva, ma doveva in qualche modo migliorarlo, renderlo più giusto.

Tuttavia, in breve il suo fervore per la gioventù comunista era stato sostituito da una grandissima attrazione per la filosofia. Infatti, negli anni in cui Tat’jana stava finendo gli studi superiori iniziava un periodo più liberale per la Russia, durante il quale erano cominciati ad apparire testi filosofici esistenzialisti di autori come Sartre e Camus.

«Lessi Nietzsche a diciannove anni (il Vangelo solo a ventisei!): inizialmente lo trovai molto bello, così come Sartre, Camus, Heidegger e la filosofia esistenzialista e ribelle che ci era così vicina. L’esistenzialismo era per noi la prima boccata di libertà, la prima voce libera che non fosse vietata».

Una donna ribelle e radicale. In memoria di Tat’jana Goričeva

Tat’jana da giovane. (pravmir.ru)

Profondamente affascinata dall’esistenzialismo, che le aveva permesso di scoprire che esistevano dei livelli dell’essere molto più profondi delle mere leggi della vita sociale, si era iscritta alla facoltà di filosofia dell’Università Statale di Leningrado. Durante gli studi, Tat’jana aveva concluso che il pensiero era privo di un fondamento stabile, che pensare e vivere significava muoversi in una condizione di incertezza, e aveva accettato questa condizione «disperata»: «Ricordo bene il momento in cui per la prima volta mi sentii filosofa. Avevo diciannove anni. Inaspettatamente mi si rivelarono l’impotenza, l’assurdo e la fragilità di ogni pensiero: in un attimo chissà come capii che il pensiero di per sé non aveva un fondamento e un sostegno, che avremmo dovuto librarci negli spazi senza sperare in un fondamento solido, o almeno in qualche appiglio. Proprio allora mi accadde di fare la prima scelta esistenziale della mia vita: e scelsi questa disperazione perché avevo sete di qualcosa di disinteressato, di un servizio alla verità senza alcun vantaggio personale. (…) Sulla base del pensiero nietzschiano, mi reputavo un’aristocratica spirituale, ossia un “essere” forte, in grado di guidare e modellare da sola, con la forza di volontà, la propria vita. La comune gente “debole” non può raccogliere questa sfida attraverso il “nulla”, e fugge dinanzi alla mancanza di significato dell’essere».

Ma questa accettazione del nulla, nata come lei stessa avrebbe ammesso, da una «segreta superbia e dalla sete di autodistruzione», non la rendeva felice. Viveva ancora quel dualismo contraddittorio che aveva già sperimentato da bambina, anche se in forme diverse: di giorno era l’orgoglio della facoltà di filosofia, una studentessa brillante che conversava di metafisica con gli intellettuali e partecipava a conferenze scientifiche internazionali; di notte frequentava gli strati più bassi della società, ladri, malati di mente e alcolizzati, con i quali si divertiva a ubriacarsi e a generare scandalo per le strade, sfidando il sistema e le convenzioni, rischiando più volte l’arresto. Come lei stessa dirà anni più tardi, si trattava di una lotta contro la sua stessa indole e la sua natura, «un comportamento coerente con il principio dell’assurdità di tutta l’esistenza».

Vedendo l’insensatezza di questo comportamento, un suo professore – quello che anni dopo nelle sue memorie Tat’jana ricorderà come il suo «primo maestro» – aveva provato a metterle un freno. Boris Paramonov, così si chiamava, le aveva detto: «Tanja, perché cerca di distruggere tutto? Non capisce che la pulsione autodistruttiva è sempre stata la rovina del pensiero russo? Lei vede che viviamo in un mondo nel quale il nichilismo ha già vinto pienamente. Lei deve andare solo una volta al mercato e troverà solo banchi vuoti. Non c’è nulla di ciò che dovrebbe esserci al mercato. In compenso, ovunque troverà scritte rosse che dicono: “Avanti per la vittoria del comunismo”, “Un passo avanti e due indietro – Lenin” e così via. Eccolo lì l’assurdo che tanto ama. È stato creato già dai bolscevichi. Che cos’altro vuole aggiungere a tutto questo?».

Queste parole l’avevano turbata, ma

non sapeva come uscire da questa spirale autodistruttiva e come cercare di costruire la vita, invece di distruggerla. Si sentiva impotente e incapace di agire, la disperazione sembrava fosse l’unico orizzonte della sua vita.

E non era la sola, tanti accanto a lei sperimentavano questa condizione e molti, anche tra i suoi amici, arrivavano a togliersi la vita di fronte alla percezione che niente potesse placare il loro desiderio di significato:

«Mi prese una malinconia senza confini. Mi tormentavano incomprensibili, fredde paure, senza via d’uscita. Mi sentivo come pazza. Non volevo nemmeno più vivere. Quanti dei miei amici d’allora sono rimasti vittime di questo terribile vuoto e si sono tolti la vita; quanti sono diventati alcolizzati; quanti sono finiti in manicomio! Sembrava che non avessimo nessuna speranza di vivere».

Lo yoga e la scoperta di Dio

Una volta terminata l’università le avevano proposto la carriera accademica, ma Tat’jana si rifiutava categoricamente di iscriversi al Partito («Senza Partito non si fa carriera in filosofia»). Aveva cominciato a insegnare etica ed estetica – marxista, ovviamente – in un istituto a indirizzo medico, ma poiché non era mai riuscita «a fare la marxista neppure una volta in tutta la vita» e non se la sentiva di ingannare i suoi studenti, aveva cominciato a raccontare loro di teorie e autori a quel tempo non graditi, come ad esempio Solženicyn.

Dopo solo due mesi le avevano chiesto di lasciare la scuola («Non le lascerò rovinare la nostra gioventù!»). A quel tempo chi aveva una formazione di livello universitario e aveva rotto con la cultura socialista era destinato a lavori umili e mal pagati: così era toccato anche a Tat’jana, che era stata assunta come bibliotecaria all’Accademia delle Scienze, per passare poi alla sezione di sociologia del Museo Russo. Ma dopo che era stata licenziata per ordine KGB, era finita a lavorare come ascensorista e pompiere.

A 24 anni, durante questo periodo di precarietà, la sua vita era cambiata. Un suo amico che praticava lo yoga l’aveva invitata più volte a fare lo stesso. Inizialmente era scettica, perché pensava che la spiritualità fosse solo un modo per cercare di evadere dalla realtà. Dirà qualche anno più tardi: «A quei tempi vivevo solo con la testa, non sapevo nulla della vita del cuore né della vita del corpo».

Ma grazie allo yoga avrebbe cominciato a capire che non poteva vivere di solo pensiero e a differenza di tanti altri che nel tentativo di raggiungere un’altra dimensione diventavano sempre più indifferenti verso i problemi del prossimo e incentrati solo sul proprio io, Tat’jana percepiva sempre di più la nullità della propria vita e l’irraggiungibilità di Dio.

Una delle pratiche più comuni tra gli amanti di questa disciplina era quella di recitare delle preghiere cristiane come forma di meditazione. E così, un giorno dell’anno 1973, Tat’jana aveva capito che Dio esisteva per davvero e, come ammetterà anni più tardi, era rinata a «vita nuova»:

«Dopo aver recitato il Padre Nostro per sei volte, senza credere affatto che Lui, il Padre Celeste, esistesse, improvvisamente ricevetti la risposta. Avvenne la cosa più inaspettata, più inimmaginabile. Mi divenne chiaro che Egli esiste. Non il dio astratto e anonimo dello yoga, ma il Padre celeste, amoroso. Egli ama me e tutto quello che mi sta attorno. Questo lo vedevo chiaramente, come se il primo giorno della creazione si spalancasse ai miei occhi: tutto il paesaggio intorno a me che prima mi sembrava insignificante si illuminò di una gioia straordinaria, ogni stelo d’erba, ogni fogliolina vibrava di esultanza. Sembrava che tutto il mondo fosse uscito in quell’istante dalle sue mani amorose».

Presto aveva cominciato a vivere da cristiana, ma non avendo mai ricevuto nessuna educazione in merito, aveva imparato tutto passo dopo passo, come una bambina. Tuttavia, anche se lei e la maggior parte delle persone che si convertivano in quegli anni non sapevano letteralmente nulla,

«possedevamo ciò che ai nostri tempi forse bisogna apprezzare più del sapere: una illimitata fiducia nella Chiesa. Solo ieri avevamo rifiutato ogni autorità e ogni norma. Oggi accoglievamo come un miracolo la ritrovata salvezza».

Da quel momento, Tat’jana Goričeva aveva orientato la sua intelligenza e quanto aveva studiato a comprendere come vivere il cristianesimo nella vita di tutti i giorni e nella società contemporanea.

L’adesione al movimento femminista russo

Gli anni ‘60 in Russia hanno coinciso con l’inizio di un periodo di rinascita di una nuova cultura cristiana. Dopo anni di educazione sovietica in cui il regime aveva imposto una sola ideologia, quella marxista-leninista, creando un vuoto spirituale enorme, tra gli anni ‘60 e ‘70 molti intellettuali russi avevano trovato nella religione cristiana una risposta alle proprie esigenze spirituali e a quelle del paese.

Quando Tat’jana si era convertita, molte persone appartenenti alla élite intellettuale di Mosca e Leningrado erano già diventate cristiane. Subito si era coinvolta nella vita religiosa della sua città, diventando parte dell’apostolato laicale, un importante fenomeno della vita spirituale russa di quel tempo. Infatti, poiché ai sacerdoti era vietata qualsiasi attività al di fuori delle funzioni religiose, erano i laici ad assumersi la responsabilità dell’educazione e della formazione cristiana dando vita a dei seminari religiosi composti da giovani.

Il «seminario di Leningrado» era nato nel 1974 proprio nell’appartamento dove Tat’jana viveva con il poeta Viktor Krivulin, anch’egli appena convertito e con il quale si sarebbe sposata nel medesimo anno. Durante gli incontri la loro casa si riempiva di giovani scrittori, artisti e filosofi, con i quali parlavano inizialmente di storia del cristianesimo nei primi secoli e leggevano e commentavano i testi dei Padri della Chiesa: «I santi Padri ci sembravano contemporanei, come se vivessero vicinissimi a noi, qui, nelle nostre case». Dopo due anni di lavoro sulla storia della Chiesa avevano deciso di cominciare a studiare anche le questioni attuali, come il nesso del cristianesimo con la cultura, la morale e la politica: «Tutti noi volevamo che ogni respiro della nostra vita fosse consacrato a Dio. E com’era difficile incarnare questi desideri nella vita! È difficile per il ricco entrare nel regno dei cieli. E gli intellettuali sono ricchi appunto di quelle cose a cui è difficile rinunciare: talenti, capacità, conoscenze.»

Una donna ribelle e radicale. In memoria di Tat’jana Goričeva

Sofia Sokolova, Tat’jana Goričeva e Julija Voznesenkaja, le principali esponenti del movimento femminista in Russia. (V. Okulov, archivio della Fondazione Russia Cristiana ETS)

Desiderosa di approfondire la conoscenza del mistero di Cristo nella propria vita, Tat’jana nel 1979 aveva fondato la rivista indipendente «La donna e la Russia», poi ribattezzata «Maria» in onore della Madre di Dio. In questa rivista si raccontavano le condizioni della donna nell’Unione Sovietica e la redazione – tutta al femminile – rivendicava le qualità spirituali proprie della donna che nel tempo erano state offuscate dalla propaganda. È proprio in questo aspetto che il femminismo russo si è distinto, almeno all’origine, da quello occidentale, ovvero nel suo stretto legame con la dimensione spirituale cristiana: infatti, «la verità della donna come femminilità e come persona, diversa per natura dall’uomo, uguale a lui in dignità personale, è stata rivelata solo dal cristianesimo», aveva sottolineato Tat’jana in un suo articolo.

In seguito, però, le partecipanti al progetto avrebbero sviluppato delle divergenze di opinioni: alcune si orienteranno maggiormente verso il femminismo occidentale, altre diventeranno più sensibili agli aspetti sociali e letterari, mentre altre ancora – tra cui Tat’jana Goričeva – avrebbero scelto di privilegiare la natura russa e ortodossa.

L’esilio e gli ultimi anni di vita

Queste donne avevano attirato ben presto l’attenzione del KGB: erano state arrestate, detenute, rinchiuse in ospedali psichiatrici oppure costrette all’espatrio. Quest’ultima era stata la sorte di Tat’jana, che nel 1980 era emigrata in Europa, dove aveva raggiunto una certa fama grazie alle sue pubblicazioni. Nel 1981 aveva fondato a Parigi la casa editrice «Conversazioni», che pubblicava la rivista omonima con lo scopo di diffondere in Occidente la letteratura clandestina.

Aveva collaborato inoltre con l’istituto filosofico-teologico San Sergio, che era stato per decenni il principale centro di spiritualità russa in Europa, da cui erano passate figure come Sergij Bulgakov e successivamente Pavel Evdokimov. Nel 1988 le era stato consentito di tornare in Unione Sovietica ed era rientrata, senza perdere mai i rapporti con l’Occidente, dove aveva pubblicato una ricca produzione teologica.

Una donna ribelle e radicale. In memoria di Tat'jana Goričeva

Jurij Mamleev, dissidente sovietico emigrato, e Tat’jana Goričeva a Parigi nel 1987. (archivio della Fondazione Russia Cristiana ETS)

Dopo il rimpatrio, la sua riflessione si era incentrata sul confronto tra i due mondi che riteneva contrapposti: l’Occidente (che evidentemente non le corrispondeva) e la Russia, che riscopriva come una terra piena di promesse, concentrate soprattutto nell’ortodossia. Questa preferenza si era poi radicalizzata sempre più, portandola a una sorta di esclusivismo quasi messianico. Così, in un’intervista nel 2008 aveva detto:

«È stato proprio in Occidente che ho capito fino in fondo quanto io sia russa. E ho compreso in che cosa risieda la forza della Russia. Ho capito che la Russia semplicemente attira tutti coloro che sono ancora capaci di tendere verso ciò che è più alto, verso il Vangelo… La Russia trascina queste persone con sé. E oggi vedo che, per quanto paradossale possa sembrare, mentre in tutto il mondo l’Amore diminuisce sempre più, proprio in Russia l’Amore cresce. Noi, che amiamo la Russia, siamo pronti a chiudere gli occhi su tutte le difficoltà che esistono qui. Sappiamo che potremo vivere in qualsiasi modo, purché sia in Russia».

Una donna ribelle e radicale. In memoria di Tat’jana Goričeva

Tat’jana con uno dei suoi cani (facebook).

Infine, per lei, intellettuale di battaglia sempre alla ricerca di un «obiettivo di lavoro», durante gli ultimi anni della vita l’interesse predominante erano diventati l’ecologia e la difesa dei diritti degli animali, come dimostrano i titoli di alcuni suoi scritti (Il silenzio degli animali, 2008; Beato chi si prende cura del suo bestiame, 2010) o l’adesione ad alcune iniziative piuttosto estreme come la «Società per la difesa dei topi», come aveva dichiarato in un’intervista del 2013. Questo orientamento, non condiviso da una parte dell’ambiente intellettuale a lei vicino, finì per segnare una distanza con alcuni colleghi, che pur stimandola profondamente a livello personale, si discostarono da quest’ultima flessione del suo pensiero. Tat’jana è morta a San Pietroburgo il 25 settembre dello scorso anno.

Nonostante queste ultime posizioni controverse, uno dei lasciti più grandi di Tat’jana Goričeva è l’aver mostrato, con la propria vita e la propria produzione scientifica, come l’intelligenza con le sue domande vertiginose e le sue sfide aspiri a ricomporre in unità la persona mettendosi davanti al mistero di Dio. Concludiamo con un suo frammento dedicato alla cultura ortodossa:

«Il fondamento della nuova cultura ortodossa è l’angusto cammino della croce. Solo la croce, solo la penitenza e l’umiltà possono essere fondamento di qualsiasi ispirazione creativa. Esse mettono a nudo la “realtà” sottesa a ogni progetto creativo, il radicarsi della cultura nel culto. La croce e la penitenza permettono alla cultura di smettere di essere un gioco per condurla nel campo di una totale disponibilità di fronte a Dio. La nuova arte cristiana scopre davanti a sé significati puri, profondissimi, verità eterne. Per questo essa deve salire sulla croce e rendersi disponibile».


(Immagine d’apertura: youtube).

Alessandra Belloli

Nata a Milano (1996), ha conseguito la laurea magistrale in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore specializzandosi in letteratura russa. Sta conseguendo un dottorato di ricerca sulla raccolta Il giunco di Anna Achmatova nella medesima università. Attualmente è redattrice per la Nuova Europa e ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana.

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