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27 Gennaio 2026
Piazza Puškin ricorda: quindici minuti che cambiarono il dissenso
Il 5 dicembre 1965, in piazza Puškin a Mosca, alcune decine di persone chiesero al potere sovietico di rispettare la Costituzione. Bastarono pochi minuti perché tutto finisse, ma quella richiesta impossibile aprì una crepa nel sistema. Oggi, a 60 anni di distanza, alcuni cittadini hanno ripetuto il gesto deponendo fiori al monumento del poeta. Un rituale che ricorda come certe domande, certi gesti, possano sempre tornare.
Il 5 dicembre scorso in piazza Puškin a Mosca alcuni cittadini hanno deposto fiori alla base del monumento al massimo poeta russo. Si tratta di un gesto che riprende la manifestazione svoltasi 60 anni fa in quella stessa piazza, per chiedere il rispetto della Costituzione e di quella «trasparenza» nei procedimenti penali, che vent’anni dopo sarebbe diventata uno slogan della politica di Gorbačev.
Quando, il 5 dicembre 1965, alcune decine di persone si radunarono in piazza Puškin srotolando striscioni che invitavano a rispettare la Costituzione, non intendevano avanzare una richiesta rivoluzionaria, semplicemente chiedevano al potere sovietico di prendere sul serio ciò che il regime stesso aveva sottoscritto. E fu proprio questo a rendere quel meeting così rivoluzionario e «pericoloso».
Oltre al rispetto della Costituzione – di cui quel medesimo giorno si celebrava la ricorrenza, – chiesero trasparenza nel processo contro gli scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’, arrestati poco tempo prima per motivi politici, e la liberazione dei due giovani attivisti Bukovskij e Višnevskaja. In meno di venti minuti tutto era finito: gli striscioni, realizzati ancora ingenuamente con la carta, erano stati strappati, 22 persone arrestate, gli oratori zittiti prima ancora di poter parlare.
Eppure, quel «raduno» – come l’aveva voluto chiamare il suo ideatore, Aleksandr Esenin Vol’pin, – sarebbe diventato una pietra miliare nella storia della difesa dei diritti umani in URSS, la prima dall’epoca staliniana: «A Mosca non si era vista una simile incursione antisovietica dai tempi della manifestazione trockista del 1927!» – esclamò indignato il decano dell’Istituto di filosofia di Mosca, Michail Zozulja, commentando l’accaduto.

A. Esenin Vol’pin. (Centro Sacharov)
Al centro di questa storia c’è la figura singolare di Aleksandr Esenin Vol’pin (1924-2016), figlio (non voluto) del poeta Sergej Esenin. Brillante matematico e lui stesso poeta, nel 1949 fu arrestato per la prima volta con l’accusa di propaganda antisovietica per alcune sue poesie. Dichiarato incapace di intendere, fu internato in ospedale psichiatrico a Leningrado, poi nel 1950 inviato in esilio per 5 anni nella regione di Karaganda. Poté rientrare a Mosca solo alla fine del ’53, e nel ’59 fu nuovamente internato per due anni per aver inviato all’estero i suoi testi poetici e filosofici.
Fu quasi per caso che Vol’pin nel 1965 decise di agire allo scoperto: «Stavo correndo a prendere il treno per Mosca. Un conoscente mi fermò dicendomi: “Hanno arrestato Sinjavskij”. Certo, era un peccato che avessero arrestato qualcuno, ma non capii di chi si trattasse. (…) Ricordo che allora, era il settembre del ’65, mentre vagavo solitario nel boschetto di Golicyno, pensai: bisogna fare qualcosa. Dato che quei farabutti avrebbero sicuramente celebrato il processo a porte chiuse, era il momento giusto per chiedere che si svolgesse pubblicamente!». Si trattava infatti di una richiesta che Vol’pin riteneva «chiaramente costituzionale», perciò pensò di invitare la gente a scendere in piazza «per la trasparenza» tramite un breve «appello civile».
In effetti, prima che li arrestassero nel settembre del 1965, pochi sia in Occidente che in URSS avevano sentito nominare i due scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’. Il primo era noto solo tra gli specialisti come critico promettente, ma Daniel’ era un semplice insegnante di russo, traduttore e poeta principiante. La sostanza del loro caso giudiziario era che i due, legati da grande amicizia, dal 1956 avevano inviato all’estero dei racconti e romanzi brevi perché venissero pubblicati sotto pseudonimo (Sinjavskij come «Terc», Daniel’ come «Aržak»). Benché non esistesse nel Codice penale sovietico un articolo che vietasse esplicitamente azioni di questo tipo, potevano però rientrare sotto l’articolo 70, che puniva l’agitazione e la propaganda antisovietica da 6 mesi a 7 anni di carcere e il confino da 2 a 5 anni.
L’Appello per mobilitare i moscoviti fu stilato da Vol’pin con la collaborazione di alcuni amici, non senza critiche e difficoltà all’interno stesso dell’ambiente del dissenso, come ha ricordato la moglie Viktorija: «Gli dissero che sarebbero semplicemente finiti tutti in prigione, che avrebbe solo danneggiato gli arrestati e non avrebbe portato alcun beneficio. (…) [Ma Aleksandr] mi diceva molto chiaramente che tutto questo lo si faceva non solo per Sinjavskij e Daniel’. (…) Non invitava mai nessuno in piazza, non diceva “Vieni!”, diceva: “Leggi!”».

L’iniziativa del 5 dicembre scorso, durante la quale alcuni cittadini hanno deposto fiori alla base del monumento a Puškin a Mosca. (Telegram)
Vol’pin non era mosso solo dal desiderio di difendere la libertà creativa tout court (che per lui rappresentava già un «diritto essenziale»), ma proprio dalle ragioni esposte nell’Appello, dove si ricordava quando «in passato, l’illegalità del sistema è costata la vita e la libertà a milioni di cittadini, per cui il passato sanguinoso ci invita a vigilare sul presente». Dato che
«è più facile sacrificare un giorno di pace che sopportare per anni le conseguenze di un arbitrio non fermato in tempo», si invitavano i cittadini a chiedere trasparenza.
L’attivista non si era posto nemmeno lontanamente l’obiettivo di rovesciare o indebolire il sistema, non rientrava nella sfera dei suoi interessi. Per lui, il rapporto con il potere (per quanto sgradito gli fosse personalmente) non era improntato al confronto quanto al dialogo, voleva prendere il regime sovietico in parola, e il diritto era il linguaggio naturale di questo dialogo. Se l’URSS si dichiarava uno Stato di diritto, se aveva una Costituzione che garantiva libertà fondamentali, allora bisognava comportarsi come se esistessero veramente, smascherando così la loro assenza.
Sugli striscioni, oltre a invocare trasparenza e il rispetto della Costituzione, «all’ultimo minuto furono aggiunti slogan che chiedevano la liberazione di Bukovskij e della Višnevskaja», internati in ospedale psichiatrico per aver diffuso proprio il volantino d’invito. Anche la scelta del luogo non fu casuale, perché la sede storica delle Izvestija dà su piazza Puškin, e «un quotidiano è, in teoria, portavoce della trasparenza».
Ci fu poi il problema di come diffondere l’Appello, che si trasformò in una provvidenziale occasione di riavvicinamento delle due anime del dissenso sovietico. Nel decennio 1956-1965, infatti, l’opposizione culturale era divisa in due categorie reciprocamente diffidenti: la prima comprendeva intellettuali maturi che, pur criticamente, avevano trovato una collocazione nella società; la seconda era formata da giovani studenti e operai – tra cui i poeti dell’associazione SMOG – che rifiutavano apertamente il sistema e spesso subivano la repressione diretta (espulsioni, internamenti psichiatrici, deportazioni). I giovani vedevano gli anziani come opportunisti, mentre gli anziani giudicavano i giovani come radicali ignoranti. Tuttavia, ricorda Vol’pin, i giovani erano più attivi, non si perdevano in chiacchiere anche se il timore era che «dopo aver detto sì, non si sarebbero più fermati. (…) Capii che il ghiaccio era rotto! In quei giorni andai a trovare Bukovskij, e non ci volle molto per convincerlo. (…) Disse: “Lo diffonderemo in tutta l’università”».
Nella documentazione sul dicembre ’65 raccolta da Memorial troviamo un episodio riguardante uno studente di lettere, tale Chitrovo, «ragazzo del tutto estraneo al dissenso», che trovò uno di quei volantini e fece una mossa geniale: lo portò al seminario sulla storia del Partito, dove erano presenti 30-35 studenti di vari gruppi, e propose di discuterne. La docente cercò di liquidare la questione dichiarando che si trattava di una manifestazione antisovietica a cui ovviamente non bisognava partecipare. «Ma ormai era troppo tardi: tutto il seminario aveva appreso dell’esistenza del documento, della manifestazione in programma, con tanto di data, ora e luogo. La notizia si diffuse alle 200 persone del corso e poi all’intera facoltà. Il bello è che Chitrovo era formalmente inattaccabile: non aveva affisso il volantino, non lo aveva distribuito, ma lo aveva consegnato proprio a chi di dovere, ossia al “compagno più anziano”».
Naturalmente Vol’pin era preoccupato per quei giovani, e temeva che «se i migliori tra noi» fossero stati costretti a rinunciare a proseguire gli studi, ci sarebbe stato «un ulteriore decadimento della società»; allo stesso tempo però, «se uno di loro è abbastanza maturo, allora amen, non lo dissuaderò, si assuma le sue responsabilità (…).
Dobbiamo essere pronti ad affrontare il futuro e impedire [al sistema] di ripetere il passato. (…) Una società che stava già iniziando ad adattarsi ai costumi di Brežnev e della sua amministrazione, evocava solo disgusto».
Oggi sappiamo che il KGB era perfettamente informato di tutto, eppure le autorità non cercarono di impedire l’evento, ma solo di contenerne le azioni, reprimendo gli «eccessi», ossia l’esposizione dei manifesti e i tentativi di prendere la parola. Dopo il Plenum del Comitato Centrale dell’ottobre 1964 che aveva portato Brežnev alla guida del partito, il regime aveva cercato di mostrarsi inizialmente più tollerante nei confronti dell’intelligencija creativa rispetto ai tempi di Chruščev. In questa situazione il KGB non prese molto sul serio il piano di quegli «eccentrici»: chi avrebbe mai dato ascolto al folle invito di un «matematico squilibrato» come Vol’pin, considerato un «elemento antisociale» relegato nell’ambito della sfera letteraria e artistica? Da un punto di vista operativo, la manifestazione poteva anzi rivelarsi un’occasione utile, «di prevenzione», per identificare il contingente «ideologicamente instabile» dei giovani. Il direttore del KGB Semičastnyj informò il Comitato Centrale solo il giorno dopo, senza alcun cenno di preoccupazione. Furono fermate una ventina di persone, compreso lo stesso Vol’pin, interrogate per un paio d’ore e rilasciate.
Scorrendo la documentazione di Memorial, ciò che colpisce non è l’eroismo dei manifestanti, ma piuttosto la loro fragilità: di fronte alle autorità, i giovani convocati per gli interrogatori «generalmente perdevano il controllo, mentivano goffamente, offrivano un pentimento patetico, diventavano isterici e cercavano con ogni mezzo di prendere le distanze dalla riunione». Questa fragilità testimonia che il coraggio civile non è una qualità innata, ma è qualcosa di più precario, di più umano, è la capacità di fare una cosa nonostante la paura e l’incertezza. Molti di loro si erano raccolti in piazza senza nemmeno aver letto una riga di Sinjavskij e Daniel’, alcuni ammisero di esserci andati semplicemente perché «i bolscevichi erano cattivi».
«Assistetti a una scena memorabile – racconta Dmitrij Zubarev, all’epoca studente di filologia e impegnato nelle cellule leniniste: – una ragazza di un altro dipartimento venne espulsa dal Komsomol. Probabilmente non si aspettava una decisione del genere, e quando le dissero che sarebbe stata scacciata, gridò: “Siete tutti fascisti qui!” e corse fuori, sbattendo la porta a vetri che andò in frantumi, e si ferì una mano. Quando videro la mano insanguinata tutti, presi dal panico, sospesero la riunione».
Eppure il fatto che tutti gli studenti fossero stati espulsi dal Komsomol, ma nessuno di loro dall’università (tranne Aleksandr Dranov, che però stava facendo un post-dottorato), secondo Memorial «dimostra il favoloso liberalismo dell’epoca: immaginatevi cosa poteva succedere solo tre o quattro anni dopo». E in effetti le cose mutarono presto in peggio.
Un mese dopo la manifestazione, il segretariato del Comitato Centrale adottò una risoluzione contro l’evento, e sulla stampa apparvero una serie di articoli che lo condannavano. A giugno Semičastnyj e il procuratore generale Rudenko inviarono un memorandum al Comitato Centrale in cui denunciavano da un lato «il tentativo di organizzare azioni collettive contro le misure degli organi governativi, e la diffusione di calunnie» che rappresentavano «un grave pericolo sociale»; e dall’altro segnalavano il vulnus legislativo che non prevedeva la responsabilità per azioni di quel genere. Così nel giro di pochi mesi furono introdotti nel Codice penale i famigerati articoli 190-1, 190-2 e 190-3 che punivano la diffamazione del sistema sovietico e l’organizzazione o la partecipazione ad azioni collettive che turbavano l’ordine pubblico. Vol’pin e i suoi amici, costringendo il regime a prendere sul serio il diritto, lo avevano spinto a ribadire la propria natura totalitaria. Oltre all’arbitrio, ora potevano denunciare anche l’ipocrisia di leggi create ad hoc per soffocare i diversamente pensanti.

(Telegram)
Dalla documentazione si coglie anche la molteplicità di interpretazioni che già i contemporanei diedero all’evento. Non si trattava semplicemente di prospettive diverse, ma di visioni radicalmente divergenti su cosa fosse accaduto e perché. Così per Bukovskij e altri rappresentò «una nuova tappa nella storia dell’opposizione politica», la scoperta del «punto di forza» giuridico che avrebbe poi ribaltato l’universo comunista. Per altri, si inseriva nella tradizione dell’anticonformismo giovanile e soprattutto letterario: un anello della catena che collegava le manifestazioni studentesche di Leningrado del 1956, le letture poetiche di piazza Majakovskij tra il 1958 e il 1961, le azioni pubbliche dell’associazione letteraria informale SMOG. Per altri ancora fu «un atto esistenziale di espressione e liberazione personale», lo scrittore Andrej Amal’rik osservò che «in un paese non libero hanno iniziato a comportarsi come persone libere». Questa frammentazione più che rappresentare un limite indica quanto il mondo del dissenso fosse tutt’altro che monolitico, dove le convergenze momentanee delle motivazioni personali si allinearono verso un’azione comune, e ciascuno portò le proprie motivazioni che insieme crearono qualcosa che era più della somma delle parti.
La richiesta principale dei manifestanti fu in qualche modo esaudita: Sinjavskij e Daniel’ furono giudicati secondo le norme processuali, ebbero un avvocato, poterono parlare in propria difesa; le udienze furono dichiarate pubbliche, anche se i permessi per accedervi erano rilasciati dall’Unione degli Scrittori che garantiva un pubblico «affidabile», e il processo fu seguito dalla stampa con articoli talmente faziosi da inimicarsi l’opinione pubblica che finì per simpatizzare con gli imputati.
Il movimento per i diritti umani stava crescendo, con i suoi princìpi (trasparenza, non violenza, appello al diritto), i suoi documenti, il suo linguaggio e tutto il resto era iniziato con quei 20 minuti in piazza Puškin. Di lì a poco Aleksandr Ginzburg compilò il Libro bianco sul processo ai due scrittori, diffuso nel samizdat e pubblicato anche in Occidente. Pavel Litvinov, un giovane docente di fisica, avrebbe fatto lo stesso nel 1968 in occasione del «processo ai quattro» (gli attivisti Ginzburg, Galanskov, Dobrovolskij e Laškova), e in quello stesso anno si svolse la manifestazione in piazza Rossa contro l’invasione sovietica in Cecoslovacchia.
L’appuntamento in piazza Puškin si ripeté negli anni a venire. Adattandosi alle circostanze, eliminando manifesti o discorsi improvvisati, il dissenso censurato nelle parole si fece puro gesto simbolico: alcuni minuti di silenzio a capo scoperto, «come ai funerali», davanti al monumento del sommo poeta russo, simbolo della parola libera e potente.
Le manifestazioni annuali continuarono fino al 1977, quando il Giorno della Costituzione fu spostato al 7 ottobre, e gli attivisti spostarono l’appuntamento al 10 dicembre, il giorno in cui l’ONU aveva firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il riferimento a una norma internazionale segnava in questo modo l’evoluzione ideale dalla lotta per i diritti in URSS a un movimento universale.
Aleksandr Vol’pin emigrò nel 1972 e visse negli Stati Uniti fino alla morte nel 2016. Continuò a lavorare alla logica matematica, ma il suo contributo principale rimase quello di aver sostenuto l’idea che il modo migliore per smascherare l’ipocrisia di un regime totalitario non sia attaccarlo, ma prenderlo sul serio dall’interno.
Julij Daniel’ e Andrej Sinjavskij furono condannati rispettivamente a 5 e 7 anni di lager. Sinjavskij emigrò in Francia nel 1973 e divenne professore alla Sorbona, Daniel’ rimase in URSS e morì a Mosca nel 1988, poco prima di vedere il crollo del regime.
Dopo la perestrojka, piazza Puškin fu teatro di altre manifestazioni, ma la forza simbolica si perse in raduni di parte. Eppure, quei 20 minuti del 5 dicembre 1965 restano fissi nella memoria come un sassolino nell’ingranaggio del potere, un momento in cui alcune decine di persone, per lo più giovani e intimorite, chiesero al regime sovietico di rispettare la propria Costituzione. E in quella richiesta impossibile e ragionevole insieme, aprirono una crepa che altri, negli anni, avrebbero dilatato.
Una lezione che anche oggi non è stata del tutto dimenticata.
(foto d’apertura: piazza Puškin nel 1967, Nagy Gyula, Fortepan)
Anna Kondratova
Moscovita, laureata in sociologia. Ha seguito da vicino lo sviluppo del movimento d’opposizione in Russia. Giornalista e saggista.
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