Chiuso un giornale in prima linea

30 Ottobre 2026

Chiuso un giornale in prima linea

Redazione

Il giornale «Novaja Gazeta» ha chiuso. Dopo anni di tentativi, il governo russo è riuscito a mettere a tacere il simbolo della libertà di stampa in Russia. Presentiamo il comunicato stampa della Redazione e alcuni commenti a caldo sulla notizia.

«Non siamo stati noi a chiudere, ci hanno ucciso», così la redazione del giornale russo «Novaja Gazeta» ha annunciato la fine delle attività.
Era nato nel 1993 da un gruppo di giornalisti giovani e democratici tra cui Dmitrij Muratov, futuro premio Nobel per la pace. Agli inizi di questa avventurosa storia persino Michail Gorbačev aveva teso loro una mano, regalando alla redazione otto computer.

Ma i successivi 33 anni sono stati vissuti sempre sotto pressione, anche perché il giornale si era dedicato al giornalismo d’inchiesta sui casi di corruzione nelle alte sfere governative, di mala giustizia,  sui legami tra amministratori e criminalità organizzata. Un altro tema caldo al centro del suo interesse era stata la seconda guerra in Cecenia, aveva portato le prove delle violazioni dei diritti umani, delle torture e delle esecuzioni extra giudiziarie. I suoi giornalisti sono stati minacciati, aggrediti e uccisi; nel 2004 è stata uccisa la principale protagonista di queste indagini, Anna Politkovskaja.

Nel settembre 2022 al giornale è stata revocata la licenza di organo di stampa, ed è uscito sotto un nuovo nome, mentre una parte dei giornalisti si è trasferita all’estero da dove pubblica «Novaja Gazeta Evropa»; poi il Ministero della Giustizia ha dichiarato «Novaja Gazeta» «agente straniero». Nell’ottobre 2026 è stato deciso di sfrattarlo dalla sua sede nel centro di Mosca e gli è stata negata la possibilità di ricevere donazioni. A questo punto, la redazione ha preso la sua decisione.
Si sono fermati nel punto esatto in cui la minaccia di repressioni è diventata una certezza.

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(YouTube)

Comunicato stampa della redazione di «Novaja Gazeta»

Ci hanno ucciso.
Il 9 novembre spegneremo le luci nella nostra casa, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i nostri server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità e i servizi di sicurezza russi hanno costretto la nostra redazione a cessare le attività.
Oltre 30 anni di vita condivisa con il nostro paese e i suoi cittadini giungono al termine, lasciandoci senza una casa, privi di mezzi di sussistenza e sotto costante minaccia di repressione.

I nostri anni di vita sono stati felici: il lavoro e le speranze, i lettori, gli amici, i pezzi e i filmati. A tratti, questi anni sono stati anche terribilmente amari.
Amari, perché è proprio sotto l’attuale regime politico – non durante il caotico decennio degli anni ‘90 – che sei dei nostri colleghi sono stati assassinati per aver adempiuto ai loro doveri professionali e civici: Igor Domnikov, Jurij Ščekočichin, Anna Politkovskaja, Stas Markelov, Anastasija Baburova e Natal’ja Estemirova.

In contemporanea alla lettera di sfratto dalla nostra sede hanno bloccato la piattaforma che ci consentiva di ricevere il sostegno finanziario dei nostri lettori. Significa che siamo stati privati di ogni mezzo. Completamente.
Si tratta di una campagna coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalle giustificazioni delle banche, secondo cui agirebbero sulla base dei propri regolamenti aziendali interni. In realtà, si tratta di regole imposte dall’esterno, dall’apparato repressivo dello Stato, attraverso gli agenti dell’FSB infiltratisi sotto la copertura di ogni organizzazione. Questi considerano il paese una loro proprietà privata.

Dopo l’inizio delle operazioni militari, a noi, come a tutti gli altri giornalisti, è stata tolta la possibilità di parlare degli eventi più importanti e tragici del nostro tempo. Sono state approvate leggi che hanno reintrodotto la censura nel paese. In seguito, questa censura si è estesa praticamente a ogni ambito della vita umana.

Le autorità hanno bloccato tutte le nostre risorse online. Lo Stato ci ha sottratto la nostra tipografia, mentre gli ufficiali dei servizi segreti e i censori, insediatisi nelle altre tipografie, si rifiutavano di stampare il nostro giornale. Molti dei nostri collaboratori sono stati costretti a lasciare il paese.
Successivamente, lo Stato ci ha revocato la registrazione ufficiale come testata giornalistica, privandoci del diritto di guadagnarci da vivere con il nostro lavoro.

Il direttore responsabile, Dmitrij Muratov, insignito del Premio Nobel per la Pace, è stato vittima di un’aggressione in seguito alla quale ha rischiato di perdere la vista. Non è stato avviato alcun procedimento penale, nonostante l’identità degli aggressori sia nota. Poi hanno cominciato a dichiarare i nostri giornalisti «agenti stranieri», a partire dal direttore responsabile. In seguito, sono stati avviati procedimenti amministrativi contro i dirigenti della redazione.
In Cecenia, la nostra editorialista Elena Milašina è stata rapita e picchiata quasi a morte. Il caporedattore del giornale, Oleg Roldugin, è stato preso in ostaggio, accusato di aver svolto il proprio lavoro di giornalista. Il processo si terrà a breve. La redazione della «Novaja Gazeta» è stata sottoposta a una perquisizione durata molte ore. Anche l’abitazione del direttore responsabile è stata perquisita. Nel settembre di quest’anno, l’intera redazione è stata dichiarata «agente straniero», con l’inserimento negli elenchi di oltre cento persone, tra giornalisti e collaboratori.

Per quasi cinque anni siamo riusciti a continuare a lavorare, completamente accerchiati dai servizi segreti. E ora, invece, è tutto finito. Ci siamo ritrovati in una «kill zone». Questa non è soltanto la nostra storia personale. È la storia di un paese e di una società che vengono schiacciati esattamente allo stesso modo.

A farlo sono l’FSB, il Ministero della Giustizia, la procura e tutti coloro che si sono appropriati dello Stato e hanno usurpato il potere. Non si tratta di un semplice risentimento nostalgico per l’epoca sovietica: dietro questa facciata è stata ormai quasi completamente instaurata una dittatura militare.

Dicono di difendere l’ordine costituzionale. No, quello che hanno instaurato è un ordine anticostituzionale. Perché la Costituzione è stata stuprata, picchiata, e una volta imbavagliata è stata gettata in carcere per scontare una pena lunghissima. Proprio come migliaia di cittadini del loro stesso paese, la cui unica colpa è stata quella di rispettarne gli articoli. Proprio come decine di migliaia di altri cittadini, costretti a diventare profughi, ad abbandonare le proprie case e a partire verso l’ignoto.

Smettetela di dire che oggi non siamo nel 1937 di Stalin e che le repressioni hanno una sorta di «natura digitale». Queste sono repressioni di Stato. E sono le persone, non i numeri, a morire nelle celle. Punto. La vita umana ha perso ogni significato ed è stata privata di ogni valore. La vita umana ha perso ogni significato.

La parola «Costituzione» suscita sarcasmo e risate. In tutti. Persino nei giudici. Soprattutto nei giudici. Nessuno crede più che sia la legge fondamentale del paese e che il presidente abbia giurato su di essa. Notate bene: la propaganda ufficiale ha smesso da tempo di definire il presidente il garante della Costituzione.

Nel paese sono stati cancellati i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo, e la loro difesa è stata equiparata a un reato. Le elezioni e gli organi elettivi sono stati di fatto aboliti. Le istituzioni della società civile sono state smantellate. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La vita privata è stata messa a nudo e rivoltata da mani sporche.
Non suona forse come una beffa, oggi, l’articolo 29 della Costituzione, che recita: «La censura è vietata»? La giustizia è stata annientata insieme alla legge e al diritto. Avere delle convinzioni è ormai considerato alto tradimento.

Ma il vero tradimento è quello di uno Stato che tradisce la propria Costituzione. Ed è un tradimento che costituisce un reato permanente, che si sta consumando proprio ora sotto gli occhi del mondo intero. L’assassinio della «Novaja Gazeta» ne è un’ulteriore prova.
Per tutti questi anni abbiamo scritto proprio di questo. Finché ci è stato possibile. Ed è per questo che ci hanno ucciso.
Grazie a tutti quelli che ci hanno ascoltato.
La redazione

P.S. L’ultimo numero uscirà.

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(A. Artem’eva, «Novaja Gazeta»)

Alcuni commenti a caldo, appena giunta la notizia:

Kirill Martynov
(caporedattore di «Novaja Gazeta Evropa», ex redattore della sezione politica di «Novaja Gazeta»)
Oggi «Novaja Gazeta» ha annunciato la chiusura. Si è conclusa una storia lunga 33 anni. Per me «Novaja» è stata un’esperienza di convivenza con la libertà in un paese senza libertà. Più la libertà veniva a mancare in Russia, più la cercavamo a casa nostra, al numero 3 del vicolo Potapovskij. Il mio primo articolo su «Novaja Gazeta» è stato pubblicato nel marzo 2014 ed era dedicato agli allievi ufficiali ucraini di Sebastopoli che, all’ingresso dell’Accademia Navale, cantavano il loro inno mentre la loro patria crollava. Il mio ultimo articolo è uscito sul giornale il 25 febbraio 2022 in russo e in ucraino. Non sapevo come intitolarlo e l’ho firmato «Vai e guarda».
«Novaja Gazeta Evropa» ha rilasciato oggi una dichiarazione: siamo certi che i valori del giornale fondato da Michail Gorbačev torneranno ancora utili alla patria. Ora i loro custodi sono i lettori. Abbiate cura di voi, perché un giorno tutto sarà come ai tempi di «Novaja».

Katerina Gordeeva
(giornalista, scrittrice)
Questa è una dichiarazione, non una richiesta di aiuto, poiché difficilmente si può fare qualcosa per aiutare. Il potere russo ha ucciso «Novaja Gazeta», un giornale dalla storia brillante, un giornale che ha formato una schiera dei migliori giornalisti del paese, e ad alcuni di loro la professione è costata la vita. Un giornale che ha tenuto duro fino alla fine: credo che sia proprio questo il problema.
A chi non è mai stato nella redazione di «Novaja Gazeta» è molto difficile spiegare perché quel luogo sia così importante per il giornalismo russo, perché molti giornalisti, anche quelli che non hanno mai lavorato lì, lo considerassero la loro casa.

Galina Juzefovič
(critico letterario)
Da stamattina abbiamo tutti motivo di piangere. Negli ultimi giorni ho scritto dei punti di riferimento che servono a valutare l’altezza dell’alluvione. Eccone un altro: non proprio un punto di riferimento, ma un vero e proprio faro, grande e luminoso, spazzato via da un’onda torbida. Grazie a voi, cari colleghi. Grazie di tutto. Non c’è mai stato nessuno migliore di voi, non c’è adesso e non è detto che ci sarà mai.

Il’ja Ber
(giornalista, fact-checker)
Non so cosa dire. Purtroppo non credo che la notte più buia preceda l’alba. Piuttosto, so che non c’è un fondo.
Ma il fatto che un giornale, che affitta immobili a Mosca, sia riuscito a resistere (e con che dignità!) per quattro anni e mezzo alla guerra criminale su vasta scala condotta dalla Russia contro l’Ucraina è un’impresa eroica e un miracolo. Ebbene, questo miracolo è finito. Ma l’impresa giornalistica dei colleghi, credo, continuerà in un modo o nell’altro.

Vitalij Manskij
(regista documentarista)
«Novaja Gazeta» è morta. Ogni morte è una tragedia. Ma mi sembra che in questa formulazione si sia insinuato un errore. Non è morta «Novaja Gazeta». È morto il paese in cui è possibile l’esistenza di un media indipendente e libero che si opponga alla guerra. Oggi un paese del genere e un giornale del genere sono due realtà che si escludono a vicenda. Non possono coesistere nello stesso spazio, nella stessa giurisdizione, sotto la stessa pseudo-costituzione.
Pertanto, la cosiddetta morte di «Novaja Gazeta» – per quanto crudele possa sembrare – non è altro che il logico epilogo di quanto sta accadendo. Forza ai suoi autori. Forza a Dmitrij Muratov. Forza per sopravvivere e preservare la propria identità individuale in questa oscurità.

OVD-Info
(Progetto per i diritti umani)
Per noi i giornalisti di «Novaja Gazeta» sono stati e rimangono esempi di incredibile coraggio e abnegazione in nome dei valori democratici. Le autorità hanno distrutto la «Novaja Gazeta» perché non potevano tollerare che all’interno della Russia ci fossero persone che, anche in tempi di censura e repressione, continuassero a scrivere di questioni importanti.
Sappiamo che Igor Domnikov, Jurij Ščekočichin, Anna Politkovskaja, Stas Markelov, Anastasija Baburova, Natalija Estemirova e altri giornalisti che hanno subito persecuzioni a causa del loro lavoro rimarranno per sempre nella storia come esempi di tenacia per noi e per i futuri giornalisti. Che le storie raccontate e i risultati delle inchieste non possono essere nascosti dalla censura e dalle percosse inflitte fino a ridurli in fin di vita. Che l’adesione incondizionata ai propri principi ha ispirato intere generazioni di russi a rimanere fedeli a se stessi nei momenti difficili.
Grazie a «Novaja» per il vostro lavoro! Non è stato vano!

Boris Akunin
(scrittore)
Qualche mese fa ho partecipato a una discussione (quanto mi hanno stufato!) sul fatto se la Federazione russa debba essere considerata ancora uno Stato autoritario o già totalitario. No, non dovrebbe, sosteneva il mio interlocutore accademico. E come prova citava l’esistenza di «Novaja Gazeta»: in uno Stato totalitario, diceva, l’esistenza di un simile organo di stampa sarebbe impossibile.
La «Novaja Gazeta», in effetti, negli ultimi anni è apparsa come una strana aberrazione. Ora tutto è tornato al suo posto. Spero che non si debba più discutere di questo argomento. Il giornale è stato chiuso e la questione chiusa. E lo ripeto ancora una volta. Le persone che, trovandosi in Russia (e non al sicuro lontano da lì), si comportano con coraggio e dignità, suscitano enorme rispetto. Grazie.


(foto d’apertura: A. Artem’eva, «Novaja Gazeta»)

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