22 Marzo 2026
Averincev, «uomo del primo millennio»
L’ultimo scritto, rimasto incompiuto, lasciato dal grande studioso Sergej Averincev parlava di san Benedetto da Norcia e san Sergio di Radonež. Per lui la cultura cristiana è un corpo unitario dalle molteplici sfaccettature.
L’ultimo scritto del grande umanista russo Sergej Averincev, trovato incompiuto dopo la sua morte, era intitolato San Benedetto da Norcia e san Sergio di Radonež, due tipi di spiritualità a confronto. Il saggio è stato pubblicato nel secondo volume delle Opere di Averincev, lavoro colossale che in Russia si attendeva da vent’anni. Il curatore Egor Agafonov, presidente fra l’altro della Fondazione per l’eredità spirituale del Metropolita Antonij di Surož, ha parlato di questo ultimo scritto dello studioso al festival «Luogo di incontro», a Mosca, portando così un ulteriore contributo al dialogo su san Sergio e san Benedetto fra monsignor Pezzi e padre Filippov.
Agafonov nel suo intervento ha voluto sottolineare un aspetto molto importante della vita e dell’opera di Averincev, il fatto cioè che lui si definisse «un “uomo del primo millennio”, perché il suo punto di riferimento intellettuale e spirituale è sempre stato quel periodo della storia della Chiesa e della cultura cristiana europea in cui la Chiesa era unita. Molti conoscono l’espressione che la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente sono come due polmoni, un’espressione che Averincev ha ricordato più volte, mutuandola dal suo pensatore prediletto, Vjaceslav Ivanov, e facendola propria. Averincev percepiva davvero la tradizione cristiana orientale e quella occidentale come i due polmoni con cui l’unica Chiesa ha respirato liberamente nei primi mille anni della sua esistenza».

Il secondo volume delle opere di Averincev, uscito nel 2025.
Il tema della «Chiesa indivisa» emerge con evidenza nel secondo volume del progetto editoriale dell’Università San Tichon (il primo volume contiene i saggi di Averincev sul mondo antico). Il secondo volume avrebbe dovuto offrire al lettore gli studi su Bisanzio, «ma quando abbiamo raccolto tutti i suoi scritti sulla cultura cristiana medievale – osserva Agafonov – ci siamo accorti che in buona parte riguardavano non solo Bisanzio, argomento prediletto dell’autore, ma anche la storia e la cultura della Chiesa d’Occidente. Perciò, alla fine, il volume è stato intitolato Bisanzio e Occidente latino, perché il titolo rispecchiasse con maggiore precisione il contenuto e per mostrare fin dalla copertina che gli interessi e la passione scientifica di Averincev per questi due campi erano strettamente connessi».
Non a caso, facendo scorrere l’indice, si possono trovare uno scritto sulla letteratura latina dal IV al VII secolo, un saggio sulle fonti francescane, un altro dal titolo I Fioretti di san Francesco: il cattolicesimo italiano visto con occhi russi. Nell’ultima sezione del volume, che raccoglie testi medievali di poesia religiosa tradotti in russo e commentati da lui, si incontrano i nomi di molti autori occidentali come Ildegarda di Bingen, Scoto Eriugena, Adamo di San Vittore, Ermanno lo storpio e Caterina da Siena.
Quasi un testamento spirituale
Agafonov si sofferma poi sull’ultimo scritto di Averincev, che definisce «unico nel suo genere». «Spesso, quando una persona è avanti negli anni e sente avvicinarsi la fine, a volte si appresta a scrivere la sua opera principale, un bilancio del suo lavoro, un opus magnum in cui tutti possano riconoscere ciò che le sta più a cuore. Ma capita che la morte sopraggiunga all’improvviso, come nel caso di Averincev. Che l’ultimo testo ritrovato sulla sua scrivania sia stato proprio il suo intervento su san Benedetto e san Sergio, è molto interessante e apre un grande enigma e una grande domanda».
Averincev avrebbe dovuto leggere questo intervento nel maggio del 2003 a San Pietroburgo, durante il convegno internazionale San Pietroburgo, città europea, sulla storia dei rapporti fra Belgio e Russia, a cui avevano partecipato i padri del monastero di Chevetogne. Ma ai primi di maggio, durante un altro convegno a Roma, Averincev subì un infarto, rimase in coma per dieci mesi morendo nel febbraio del 2004.
Agofonov osserva che il testo «presenta delle lacune, è evidente che manca la conclusione, è come se il saggio si interrompesse bruscamente. (…) Eppure, contiene degli spunti molto importanti su Averincev e sui due grandi santi di cui tratta». Santi ai quali, nell’introduzione, Averincev scrive di essere molto legato. San Sergio non era solo il suo patrono, ma anche quello di suo padre, e i due festeggiavano l’onomastico insieme. L’umanista trascorse gli anni della guerra vicino alla Lavra della Trinità e di san Sergio, a Sergiev Posad, allora chiamata Zagorsk, in una casa «da cui non si poteva uscire senza vedere il monastero che si trovava proprio di fronte», ma che a quel tempo era stato chiuso dalle autorità.
Averincev osserva inoltre che fu san Sergio a ispirare spiritualmente l’opera dell’iconografo Andrej Rublev, divenendo così il patrono dell’arte russa ma anche degli intellettuali sovietici, molti dei quali approdarono come lui alla Chiesa proprio perché affascinati dalla bellezza delle icone. Non per niente, aggiunge Agafonov, l’icona della Trinità di Rublev è considerata ancora oggi «la più grande missionaria di tutto il periodo sovietico».
Quanto a san Benedetto, Averincev afferma di essergli affezionato non solo per i suoi studi sul medioevo latino che glielo hanno fatto scoprire e per aver visitato il monastero di Subiaco durante i suoi viaggi in Italia, ma soprattutto perché Benedetto è «un grande santo venerato sia in Oriente che in Occidente, ed è perciò un segno che ci incoraggia a sperare in quell’“unione di tutti” per la quale eleviamo preghiere in ogni Liturgia ortodossa».

S. Averincev. (youtube)
Un «punto di partenza» per tutti i carismi
Agafonov si sofferma su alcuni punti salienti dell’intervento. Per prima cosa, Averincev afferma che Sergio e Benedetto vengono giustamente chiamati «padri» rispettivamente del monachesimo orientale e occidentale, anche se nessuno dei due ha fondato il monachesimo in senso stretto. In Occidente i predecessori di san Benedetto sono stati san Giovanni Cassiano e sant’Ambrogio, e anche in Russia il monachesimo esisteva già molto tempo prima dell’avvento di san Sergio. Tuttavia, proprio loro hanno dato al monachesimo un volto ben preciso, armonico e coerente, hanno dato inizio al monachesimo come istituzione, hanno dato una norma alla vita monastica.
Nel caso di san Benedetto ciò è avvenuto soprattutto con la sua Regola, che secondo Averincev è «uno dei principali testi chiave per comprendere tutta la cultura cristiana occidentale». Anche san Sergio diede una norma al monachesimo russo: non con una Regola, perché non lasciò testi scritti, ma con la sua testimonianza. Mentre era ancora in vita, molti suoi discepoli fondarono dei monasteri, spesso in luoghi lontani e a quel tempo inospitali, secondo le regole e la forma di vita spirituale che avevano imparato vivendo con san Sergio. In questo senso egli è diventato padre e fondatore, «centro di irradiazione» del monachesimo russo, secondo un’espressione di Georgij Fedotov citata da Averincev.
Parlando del volto spirituale dei due santi, Averincev sottolinea che entrambi furono chiamati a vivere «in un’epoca di distruzioni dovute in un caso alla grande migrazione dei popoli e nell’altro al giogo tataro: entrambi diedero un impulso lento ma inesorabile all’opera civilizzatrice che con il passare del tempo portò frutti abbondanti ben oltre i confini della vita monastica».
Averincev cita poi padre Aleksandr Šmeman che parla «non senza ironia» dell’approccio «utilitaristico» dei sociologi e degli economisti che hanno esaltato la funzione «educativa» dei monasteri, pur non essendo questa «la cosa più importante». Pur concordando con padre Šmeman, Averincev osserva che però «proprio nelle conseguenze concrete dell’opera di san Benedetto in Occidente e di san Sergio in Russia, l’Unico necessario che essi cercavano è assolutamente inseparabile dai successi nel campo della civilizzazione cui giungevano di volta in volta, realizzando la promessa evangelica “e tutto il resto vi sarà dato in più”. Questo è un tratto tipico della spiritualità di entrambi».
Agafonov aggiunge che né l’uno né l’altro diede vita a forme particolari di vita monastica, ma entrambi «crearono con uno straordinario senso della misura quella forma di vita monastica che sarebbe diventata il fondamento per il successivo sviluppo del nuovo monachesimo sia in Occidente che in Russia. Attorno ai monasteri benedettini in Occidente e a quelli ortodossi nati da san Sergio in Russia, si svolse un’opera di civilizzazione molto seria e costante. I monasteri diventarono centri di erudizione, di letteratura monastica, di studio dei Padri, di alfabetizzazione. Nel medioevo proprio i monasteri svolsero la funzione che più tardi in Occidente avrebbero assunto le università».
Altrettanto evidente, secondo Averincev, è che entrambi i santi, passando per la vita eremitica come stadio indispensabile del «ritorno a sé», in cui si percepivano costantemente «sotto gli occhi del Creatore», furono poi chiamati al monachesimo cenobitico, «preparato da san Pacomio ed elaborato soprattutto da san Basilio il Grande. Vissero l’etica specifica del cenobio, che presuppone che tutto debba essere fatto, secondo un’espressione della Regola di san Benedetto, mensurate (reg. 48, in latino nel testo russo), cum mensura et ratione (reg. 70, in latino nel testo russo). Ad accomunarli fu soprattutto la virtù monastica della “ragionevolezza” e della temperanza, che permise loro di dare una norma al monachesimo».
Icona di san Benedetto (cappella della Trasfigurazione, Fondazione Russia Cristiana).
Se la tradizione ortodossa raccomanda nella vita ascetica la «vigilanza spirituale», Averincev osserva che «nella Regola di san Benedetto esiste una parola-chiave che corrisponde perfettamente, per significato e funzione, al termine ortodosso: è la parola discretio (discernimento degli spiriti). La virtù indicata da questa parola, è, secondo la Regola, “madre di tutte le virtù” (reg. 64). San Gregorio Magno loda la Regola [di Benedetto] proprio per questa sua caratteristica: “Scrisse per i monaci una regola che dava la preminenza al sapiente discernimento degli spiriti” (Dial. II, 36). Vi sono delle somiglianze nel volto umano dei due santi. Epifani il Saggio trovò delle parole meravigliose per descrivere san Sergio fin dalla sua giovinezza: la sua era una “semplicità non appariscente”, parole che si sarebbero potute ben applicare anche alla personalità di san Benedetto. (…) Fu propria della personalità di entrambi una integrità coerente, un equilibrio interiore, incompatibile con svolte clamorose, anche a favore del bene, con “conversioni” adulte, dopo le quali non si è più quelli di prima. Si sente che in entrambi l’esperienza della disciplina spirituale è molto precoce, ha tempo di penetrare nella carne e nel sangue, diventando una seconda natura.
A questo tratto comune dei due santi è legato anche un altro aspetto: la vocazione monastica, di cui rivelarono il modello ideale secondo la forma europea e quella russa, non li sorprese in un momento della loro vita come una grazia inaspettata, ma fu percepita come un dato originario. È come se fin dall’origine, dai primi passi della loro infanzia, avessero camminato solo verso questa e nessun’altra forma di vita. Da qui la serenità del loro ethos monastico e l’assenza dell’esaltazione tipica dei neofiti».
Questo è quanto si evince dalle biografie dei due santi, che sicuramente hanno utilizzato anche i luoghi comuni dell’agiografia dell’epoca per tracciarne dei ritratti così perfettamente coerenti. Tuttavia, secondo Averincev, ciò è vero solo in parte: «Vi sono dei casi in cui il carattere paradigmatico ed equilibrato del volto interiore ed esteriore è un tratto strettamente personale. Ciò vale a tutti gli effetti per i nostri due santi. Non è difficile notare che questa loro peculiarità è legata al loro ruolo storico di “padri” del monachesimo per intere culture. Sia Francesco d’Assisi, che Teresa d’Avila, che Serafim di Sarov sono emersi come l’incarnazione di vie particolari, di particolari paradigmi alternativi di ascesi. Ma Benedetto e Sergio sono stati chiamati a svelare una norma originaria, riconosciuta da tutti, senza la quale non si potrebbe parlare di alcuna via particolare. San Benedetto scrisse una regola che servì da punto di partenza per una moltitudine di iniziative, nell’attività di san Sergio non rientrò la stesura di una regola, ma entrambi furono nella loro esistenza personale come la personificazione della regola, lo “specchio” della norma».
La natura e la politica
Icona di san Sergio di Radonež (cappella della Trasfigurazione, Fondazione Russia Cristiana).
Un’altra osservazione culturologica dell’intervento di Averincev a cui Agafonov accenna brevemente è che «le differenze che osserviamo nelle immagini dei due santi dipendono dal fatto che né l’uno né l’altro si possono concepire fuori dell’ambiente naturale della loro terra d’origine. Per san Benedetto sono fondamentali le montagne italiane, l’altura di Montecassino descritta in modo così attento e preciso da san Gregorio Magno nella sua Biografia dei Padri italiani, come se tutta la loro vita fosse inscritta in questi monti, in queste grotte. Allo stesso modo, non si può immaginare san Sergio senza le foreste russe e l’immenso numero di animali selvatici che vivevano attorno a lui. (…) Così, ognuno di loro è inserito in modo molto armonico e naturale non solo nell’ambiente culturale dell’epoca in cui ha vissuto», segnata da migrazioni e invasioni. «Accanto a questa comunanza culturale, ognuno di loro in un certo senso incarna il paesaggio naturale in cui è cresciuto, in cui ha trascorso la vita e compiuto il suo cammino ascetico».
Da ultimo, il saggio incompiuto di Averincev sfiora di sfuggita un altro aspetto comune ai due santi, la carità verso il prossimo che si esprime anche nella partecipazione alle vicende politiche del tempo. In particolare, citando Fedotov, Averincev ricorda il ruolo importante di Sergio nella formazione del giovane Stato di Mosca, diventando consigliere e padre spirituale del principe Dimitrij Donskoj, che secondo la tradizione il santo benedisse prima della battaglia decisiva contro le orde del khan tataro Mamaj.
A questa osservazione, Averincev aggiunge un’annotazione, ricavata dai suoi studi, che è profetica e preziosa per comprendere nella giusta luce l’amor di patria che animava san Sergio: «Bisogna, del resto, osservare che proprio su questo punto le indicazioni delle fonti sono piuttosto discordanti. Non vi è alcun dubbio che san Sergio abbia benedetto il principe Dimitrij Donskoj nell’imminenza della battaglia contro i tatari, punto di svolta di tutta la storia russa. Tuttavia, proprio le modalità in cui questo episodio avvenne vengono descritte in maniera del tutto diversa a seconda dei diversi testi e persino delle diverse versioni della stessa biografia di Sergio scritta da Epifanij. La versione che fa parte della cosiddetta Cronaca di Nikon descrive il comportamento del santo come relativamente prudente e scevro da ogni trionfalismo: Sergio esordisce esortando il principe ad accettare le umiliazioni, se così si può evitare la guerra, e solo dopo aver sentito che essa è del tutto inevitabile, benedice il principe e il suo esercito».
«Ovviamente – conclude Agafonov, – nessuno potrà completare al posto di Averincev questo breve saggio incompiuto. Tuttavia, che l’ultimo testo a cui lo studioso ha lavorato sia stato proprio un intervento su questi due grandi santi, mi sembra sia un evento e un segno molto significativo e importante per la sua vita e il suo pensiero. Oggi, quando pensiamo al titolo di questo incontro, “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, cosa che a noi in Russia capita spesso, vorrei augurare che uno di questi mattoni vivi e ancora caldi sia l’eredità di Sergej Averincev».
(immagine d’apertura: saiko, wikipedia)
Delfina Boero
È ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana. Fra i suoi interessi, la storia e la cultura della Repubblica Democratica Tedesca, la vita religiosa e culturale in URSS, nella Federazione Russa e nelle ex Repubbliche sovietiche.
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