Il proselitismo comincia dove muore la missione

12 Giugno 2026

Il proselitismo comincia dove muore la missione

Paolo Pezzi

Arcivescovo a Mosca per quasi vent’anni, Paolo Pezzi ha governato una piccola minoranza cattolica in un paese vastissimo, in anni sempre più difficili. Questa intervista è il bilancio di un’esperienza singolare: quella di un prete emiliano che si è innamorato di Rachmaninov e Šostakovič e ha costruito il suo episcopato sul principio che senza missione vera l’ecumenismo diventa solo diplomazia. Intervista di Giovanna Parravicini.

«Oggi in tanti hanno parlato della croce rappresentata dal ministero episcopale. Ma io vorrei ricordare piuttosto le parole di Cristo: “Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero” (Mt 11,30). È ciò che ho vissuto in questi anni, grazie al vostro affetto». Così mons. Paolo Pezzi ha concluso la solenne liturgia di ringraziamento celebrata nella cattedrale moscovita il 30 maggio scorso, a cui erano presenti l’intero episcopato cattolico russo, molti sacerdoti e un gran numero di fedeli, commossi e riconoscenti all’arcivescovo per i diciannove anni di ministero pastorale svolto in mezzo a loro.

Le prove di affetto non sono mancate nel corso della cerimonia, a cui hanno presenziato anche esponenti delle autorità civili, del corpo diplomatico, della comunità islamica e di altre confessioni religiose. In particolare, erano presenti vecchi amici, come l’anziano metropolita Nifon, rappresentante del patriarcato di Antiochia a Mosca, e padre Igor’ Vyžanov, ora vicepresidente del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, che aveva cominciato il suo servizio proprio negli anni in cui don Pezzi giungeva in missione a Mosca. Particolarmente toccante la testimonianza dell’arcivescovo Gevorg Noratunkjan, ordinario dei cattolici armeni in Armenia, Georgia, Russia ed Europa orientale, che in segno di amicizia ha donato a Pezzi la panagia ricevuta durante la consacrazione episcopale: «È un po’ malconcia, a furia di spostamenti e viaggi, ma è una delle cose che mi sono più care, preziose, perché mi ha accompagnato in tutti questi anni, porta i segni delle fatiche e dei sacrifici della nostra Chiesa», ha detto offrendogli il medaglione con la raffigurazione della «Tutta Santa», la Vergine Maria, che l’arcivescovo emerito si è subito messo al collo.

Al termine della messa si sono avvicendati nei saluti e ringraziamenti rappresentanti di parrocchie, movimenti e gruppi diocesani, e infine l’attuale amministratore apostolico mons. Nikolaj Dubinin, da oltre cinque anni vescovo ausiliario nella diocesi, ha ringraziato personalmente l’arcivescovo emerito per il «dono di educare senza imposizioni, per l’esempio di amore paterno, per la capacità di collaborare rispettando le posizioni altrui, per il dono dell’umiltà e l’attenzione a cercare lo sguardo di Dio».

In questa occasione abbiamo raggiunto monsignor Pezzi, che continuerà a vivere a Mosca e a servire la Chiesa locale, per porgli alcune domande.

Il proselitismo comincia dove muore la missione

L’arcivescovo Paolo Pezzi durante la messa di ringraziamento per il suo ministero. (cathmos.ru)

Nel 1991, il Colloquio internazionale dei Movimenti a Bratislava, la nomina di due amministratori apostolici per la Russia, e anche un incontro – avvenuto proprio a Seriate, nella sede di Russia Cristiana – tra don Giussani e i membri della nuova gerarchia cattolica creata nei paesi ex-sovietici, furono certamente segni dei tempi per una ripresa della vita della Chiesa cattolica in quest’area. Come si intrecciarono questi avvenimenti con la sua storia personale di fede, di conoscenza della Russia e di amore per la missione? Esisteva già un suo «incontro personale» con la Russia, e se sì, quali avvenimenti, letture, persone l’hanno segnata, inizialmente e nel corso di tutti questi anni?

Subito dopo il Colloquio internazionale dei movimenti, nell’aprile del ’91, insieme al responsabile della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo, mons. Massimo Camisasca, andammo a Novosibirsk, su invito del francescano padre Pavel Bitautas che nell’agosto precedente, al Meeting di Rimini, ci aveva invitato a venire ad aprire una missione (a quell’epoca non era ancora stato nominato un vescovo). Rimasi veramente molto colpito dalla situazione incontrata, tanto che mia madre, al ritorno, mi chiese cos’era successo, e quando poi partii per la Siberia, nel settembre di due anni dopo, mi disse che non mi aveva mai visto così contento.

Nel 1993, prima di partire, per qualche mese presi lezioni di russo da padre Lavrentij Dominik, al collegio Russicum di Roma. Prima di allora non avevo mai avuto un particolare rapporto con la Russia, ad eccezione di alcuni ciclostilati di padre Romano Scalfi, che avevo trovato un po’ per caso, in un banco libri a una festa popolare (all’inizio degli anni Ottanta avevo incontrato il Movimento di Comunione e Liberazione), che parlavano della situazione della Chiesa in Unione Sovietica e raccontavano alcune storie di cristiani perseguitati dal regime. Anche in seguito, ricordo le immaginette di cristiani incarcerati che Russia Cristiana diffondeva, con la proposta di pregare per ciascuno di loro.

Poi, arrivato in Siberia, ho cominciato a interessarmi molto attivamente alla cultura russa, in particolare alla letteratura e alla musica. Ho letto in russo quasi tutte le opere di Solženicyn e di Florenskij, qualcosa di Dostoevskij e di Čechov: di quest’ultimo, in particolare, mi aveva colpito il tentativo di evadere dalla realtà intesa come prigione (L’uomo nell’astuccio), attraverso l’arte, la religione e l’amore. Qualche anno dopo mi imbattei in Majakovskij, che resta per me un grande amico. Mi appassionò anche il cinema, in particolare Rjazanov, certamente Tarkovskij, e più tardi Pavel Lungin (L’isola, Zar) e Zvjagincev. Del cinema russo mi colpisce il fatto che anche nei film più banali esiste sempre qualche scena, qualche motivo di una certa profondità. Prendiamo ad esempio Michalkov, certamente un uomo di regime: anche nei suoi film c’è sempre un elemento geniale, che nei film di Hollywood difficilmente si riscontra. In campo musicale, mi sono letteralmente innamorato di Rachmaninov, e più recentemente di Šostakovič, che è un autore molto più profondo e molto meno decostruttivista di come è stato presentato, soprattutto nella musica da camera (le sinfonie sono, in genere, più determinate da un certo elogio al regime).

Il proselitismo comincia dove finisce la missione

Celebrazione della Santa Messa a Novosibirsk nel 1991. In fotografia (da sinistra) padre Pavel Bitautas, l’allora don Paolo Pezzi, mons. Massimo Camisasca, don Gianni Malberti. (Archivio di Russia Cristiana)

Lei ha scritto una tesi di dottorato sulla Chiesa cattolica in Siberia, dove ha vissuto per cinque anni. Nell’immaginario comune, la Siberia è associata al gelo, a lager e deportazioni. Ma è anche una terra che si può amare, da cui imparare? Quali sono le cose e le persone che l’hanno colpita di più, nel passato di questa Chiesa, così ricca di testimoni, confessori della fede e martiri, ma anche nel suo vissuto personale?
Sono tantissimi gli incontri che mi hanno colpito e segnato, potrei elencarli per ore. Della storia – innanzitutto i martiri anonimi, i «santi della porta accanto», per usare l’espressione di papa Francesco. Grazie al lavoro che svolgevo per il bollettino diocesano ho avuto la possibilità di recuperare almeno una parte di testimonianze riguardanti persone vissute in Siberia e nella Russia Asiatica nel periodo sovietico: di loro (alcuni poi sono anche stati riconosciuti come martiri dalla Chiesa cattolica) mi ha colpito la fede semplice e la dedizione. Personalmente, mi ha profondamente segnato l’incontro con una vecchietta, una babuška di origine tedesca, in una cittadina nella regione degli Altaj dov’ero andato a celebrare la messa per sostituire il parroco. Mi pregarono di passare a visitare un’inferma, e durante il tragitto mi dissero che aveva sofferto molto in passato, in particolare si era vista uccidere sotto gli occhi due figli. Dopo averla confessata e comunicata, con una superficialità e presunzione di cui mi vergogno ancora le chiesi cosa pensasse di Stalin. Ricordo ancora i suoi occhi sgranati: «Cosa penso? Ma io non penso niente! L’ho perdonato e basta. L’ho perdonato subito, altrimenti non avrei più potuto vivere». Non parlai più, nel viaggio di ritorno rimasi zitto in senso letterale; questa esperienza mi ha insegnato la forza del perdono, ma non come uno sforzo che dobbiamo fare, o come un dovere che abbiamo in quanto cristiani.

No, il perdono serve perché senza perdono non si vive. Soprattutto in questi ultimi anni, in cui crescono, si diffondono odio, rancore, disperazione, quello che manca o è formale è il perdono.

Per questo, memore di quell’incontro – era il 1994, ero arrivato solo da un anno – ogni volta che mi sono scontrato con conflitti, ho sempre pensato a quella babuška.

Il proselitismo comincia dove muore la missione

Mons. Pezzi con una babuška siberiana. (foto del maggio 2004, Archivio di Russia Cristiana)

Un tema di fondo, in Siberia ma probabilmente ancor di più nella Russia europea, è l’ecumenismo. Una parola che ai russi – sia cattolici che ortodossi – in genere non piace, perché temono un livellamento delle diverse esperienze al minimo comune denominatore. Per Lei cos’è l’ecumenismo, che posto ha nella vita della Chiesa e ha avuto nel suo ministero in seminario, e poi di vescovo?
Subito dopo l’ordinazione episcopale mi fecero una domanda sull’ecumenismo (allora andava molto di moda), e io risposi che il proselitismo comincia laddove muore la missione. Per me questo resta vero, ed è quello che mi ha mosso in questi anni: il motore dell’azione, cioè, non può essere la preoccupazione di non litigare, di essere prudenti, tolleranti, e quindi di ridurre un po’ il proprio impeto missionario. Il proselitismo nasce quando viene meno la propria identità: allora tutta la preoccupazione diventa quella di estendere i ranghi della propria organizzazione. Mi ha sempre colpito una citazione di papa Benedetto, che papa Francesco amava ripetere: la Chiesa non nasce per proselitismo ma per attrazione. Forse non ci soffermiamo sufficientemente a riflettere sul contesto in cui papa Benedetto pronunciò queste parole, durante la Conferenza episcopale dell’America Latina del 2007 ad Aparecida. In America Latina la Chiesa cattolica rappresenta la stragrande maggioranza, perché allora parlare di proselitismo in quel contesto? Probabilmente perché il rischio della Chiesa (in America Latina, ma quando parla un papa vale per tutta la Chiesa) è quello di smettere di essere missionaria, cioè di essere debole nella propria identità, e quindi preoccuparsi di ingrossare le proprie file, cioè essere ricattata dalle statistiche. A questo va aggiunto che in America il proselitismo delle sette è fortissimo, e quindi il rischio della Chiesa è quello di giocare sul terreno dell’altro, smettendo di portare la propria presenza originale, che è possibile solo se si ha un impeto missionario. La missione non è mai una reazione all’azione dell’altro. Sono stato mosso in questi anni da questa passione missionaria originale, di portare Cristo secondo quell’accento di cui ero stato investito e non dalla preoccupazione di reagire alle circostanze.

Qual è il rapporto della Chiesa cattolica locale con la Chiesa ortodossa, e come l’ha visto evolversi nel tempo? Che cosa ha dato a Lei personalmente l’incontro con l’ortodossia? Che compito e che prospettive vede in questo rapporto?
Il rapporto con la Chiesa ortodossa e anche con le altre denominazioni cristiane lo definirei buono, positivo, a volte costruttivo e collaborativo, a volte invece un po’ formale.

Tra gli esempi di dialogo interconfessionale o anche interreligioso, nei miei anni di vescovo ho stimato moltissimo l’esperimento di Perm’, dove per iniziativa dell’amministrazione locale, mensilmente viene convocata una riunione dei responsabili dei principali gruppi religiosi. Un’esperienza positiva innanzitutto perché è un momento conviviale, di fraternità, in cui nessuno deve permettersi di criticare l’identità e l’operato degli altri, in cui vengono affrontati temi molto pratici (dal problema dei visti a quello della restituzione degli edifici di culto, ecc.), e ci si interroga anche sulle forme di possibile collaborazione tra le diverse denominazioni.

A livello di mentalità diffusa tra la gente, in linea generale, si sta andando verso posizioni di reciproca accettazione, di accoglienza e anche di collaborazione. Sono pochissimi i casi in cui ho avuto a che fare con vescovi ortodossi di diocesi locali che per principio non volevano incontrarmi, è vero che esistono ancora parecchi preti ortodossi su posizioni di chiusura, ma in generale il problema non è più così acuto. Posso dire che con vari laici, sacerdoti e vescovi ortodossi ho dei rapporti di amicizia, magari non profonda, ma certamente sincera e sicura.

Va aggiunto che, anche da parte cattolica, non sempre i preti sono così disponibili, aperti al dialogo, a intraprendere qualcosa insieme. Ma in generale il clima è decisamente migliore, non solo nel senso che ci si tollera perché non si può fare altrimenti, esistono anche degli esempi interessanti di costruttività. Tra l’altro, uno di questi esempi è l’attività del vostro centro «Biblioteca dello spirito», che rappresenta un «faro» non solo per Mosca ma anche per la Russia; voi, certamente, dettate una direzione in cui andare, nel senso di una disponibilità ad accogliere, invitare – anche se su certe cose non la si pensa allo stesso modo, a discutere – non per affermare la propria posizione ma per un reale interesse a conoscere la posizione e l’identità dell’altro.

Il proselitismo comincia dove muore la missione

Mons. Pezzi con papa Benedetto XVI. (Archivio di Russia Cristiana)

A quanto si può vedere, i problemi non mancano neppure all’interno della Chiesa cattolica locale. Più volte ho avuto modo di incontrare sacerdoti stanchi, sfiduciati, che davanti al progressivo scomparire della vecchia generazione di cattolici «etnici», polacchi, non vedono prospettive per il futuro. I cattolici sono una piccolissima minoranza all’interno di un gigantesco Paese. Lei ha fatto loro da padre per quasi vent’anni. Cosa significa? Che compito può avere questa minuscola e «scalcagnata» comunità, che però si trova a essere portatrice dell’immenso tesoro della tradizione, della santità della Chiesa cattolica, e in particolare del grande magistero degli ultimi pontefici?
Quando ero in Siberia e guidavo la locale comunità di CL, una ragazza un giorno mi disse: «Dovresti cercare di essere un po’ meno padre e un po’ più amico». La cosa mi colpì molto, e da allora è quello che ho cercato di fare, cioè di evitare di diventare paternalista, di sostituirmi al padre biologico o al padre spirituale. Ho sempre cercato di essere quello che dovrebbe essere un padre, e cioè la figura che introduce i suoi figli alla realtà, per quanto possa essere dura; e poi ho cercato di avere attenzione a far sì che i rapporti che si instauravano, sia con i preti che con le persone in genere, fossero di reale amicizia. Questo è diventato per me molto importante quando sono diventato vescovo: ho sempre cercato di diventare amico dei preti, senza scadere in una «compagnoneria»: io credo che questo sia un po’ il punto caratterizzante, il fil rouge della mia attività di vescovo. Questa è anche la ragione per cui ho sempre cercato di valorizzare le intuizioni delle singole persone: ricordo, per esempio, l’entusiasmo che suscitavano, durante gli incontri con i giovani, le sottolineature che facevo dei singoli interventi, perché ciascuno vi percepiva una seria attenzione alla loro vita, a quello che avevano detto e della cui profondità, magari, loro stessi non si erano resi conto.

Lei mi ha chiesto quale sia il compito di questa «minuscola e “scalcagnata” comunità cattolica»: non ho trovato una specificità diversa da quella che ha o deve avere la comunità cattolica ovunque si trovi. E qui voglio ritornare su quello che dicevo del perdono. Subito dopo lo scoppio del conflitto, insieme agli altri vescovi cattolici della Russia ci siamo interrogati su cosa fosse opportuno dire o non dire, e ci siamo resi conto che finivamo per rimanere condizionati dal dover dire una cosa «detta bene», che non ferisse nessuno, non condannasse nessuno ecc. E allora capimmo – e io ricordo che lo sottolineai fortemente – che noi non possiamo «reagire» agli eventi ma siamo chiamati a portare la nostra originalità, che in quanto cristiani si identifica con la comunione e il perdono. Io credo che questo non lo si trovi da nessuna parte come nella Chiesa cattolica: certamente, tutte le Chiese cristiane teoricamente ce l’hanno, ma l’assenza di una comunione rende più flebile la forza del perdono. È una mia opinione personale, non certo vincolante per nessuno, ma è una convinzione maturata in particolare negli ultimi tempi: se ogni nostro atto non nasce da un’appartenenza chiara, esplicita alla comunione con Cristo non dà frutto. Mi accorgo che quando dico «offro», ma lo faccio solo a partire da me, questa mia offerta non dà frutto; al di là del fatto che noi non necessariamente vediamo i frutti della nostra offerta, io non cresco.

Gli eventi degli ultimi anni hanno posto i credenti davanti a nuove sfide, che accomunano non solo tutti i cristiani, ma anche tutti coloro che credono in Dio. Lei ha sempre insistito sul fatto che «l’altro è un bene per me». Cosa significa questo oggi, davanti al dilagare di tanto male? Come si può costruire già da oggi, subito, una civiltà del perdono e della misericordia? In questo senso, cosa può fare la «certezza paziente»?
Penso che dovremmo tornare a un’espressione usata da san Giovanni Paolo II nel 1982, in visita al Meeting di Rimini, quando ci invitò a costruire «la civiltà della verità e dell’amore». Queste due «esperienze» (non sono semplicemente concetti) sono inseparabili, e devono essere in certo qual modo non solo lo scopo finale, ma essere già anche all’origine. Una lettura del breviario di questi giorni, di san Doroteo abate, dice che se il monaco, davanti a un fratello che lo insulta e gli rivolge parole offensive, si ritiene in diritto di adirarsi, non deve pensare che «per qualche parola detta sia ribollita in lui la passione dell’ira, ma piuttosto quelle parole hanno svelato la passione che già si portava dentro». Se questo «bene», che è l’altro, non è già all’origine, è difficile che poi si possa costruire nell’oggi una civiltà di perdono, di misericordia, di amore. Bisogna aggiungere che la verità e l’amore ci sono, in noi, ma tante vicende, circostanze, il peso della mentalità dominante, una serie di pregiudizi rendono difficile l’emergere di questo punto di verità e di amore, e quindi

occorre un lavoro continuo di ascesi, di discernimento dell’accento di verità e di amore che si trova nella circostanza che stiamo attraversando, e su questo costruire.

Ecco, questa è la «certezza paziente»: certezza, perché sappiamo che la verità e l’amore esistono, ma siamo anche consapevoli del nostro peccato, del nostro limite, dell’influenza che ha su di noi il mondo. La mondanità è molto più dentro di noi di quello che pensiamo, e quindi occorre un lavoro paziente che ricomincia ogni giorno.

Il proselitismo comincia dove muore la missione

Mons. Pezzi riceve dei doni dai fedeli durante la messa in ringraziamento per il suo ministero. (cathmos.ru)

Un’ultima domanda: ricordo di averle sentito dire, anni fa, che «un grande sì è preparato da innumerevoli sì quotidiani». Quando, durante la Messa di ringraziamento per il suo ministero che si è svolta nella cattedrale di Mosca il 30 maggio scorso, ho sentito cantare «Non nobis Domine, sed nomine tuo da gloriam», non ho potuto fare a meno di pensare che fosse stato Lei a chiedere quel canto. Cos’è stato per Lei quest’ultimo sì, può condividere qualcosa del suo travaglio e anche delle sue consolazioni in questi ultimi mesi?
Quella frase la dissi in risposta a un’amica che, in occasione della mia nomina ad arcivescovo, mi aveva detto che in quel passo vedeva in me un uomo che stava rispondendo di sì a Cristo. Per me era chiaro che il sì di quel giorno non era un «sasso gettato nello stagno», ma il sì che rinnovavo sulla scorta di tanti altri. E in effetti, quando qualcuno mi chiese se non avevo paura di non essere all’altezza del compito, di non essere adeguato, io risposi che probabilmente avrei avuto momenti duri, di sofferenza, ma ero certo di una cosa: il mio sì era una risposta al Mistero, e per questo ero estremamente in pace. Questa è anche l’esperienza che ho fatto in questi ultimi mesi, certamente di travaglio, in cui ho cercato quotidianamente di rinnovare, anche esplicitamente, il mio sì a Cristo, e questo ha fatto sì che mi sia stata donata una grande pace, serenità interiore, e anche se ci sono stati momenti in cui mi sembrava che la decisione avrebbe potuto essere un’altra, questa pace mi è sempre rimasta. Una pace che mi è sempre rimasta anche quando pensavo alle conseguenze della mia decisione, ai vari problemi e vicende, a come avrebbero potuto evolversi dopo la mia rinuncia, al contrario dell’ansia, dell’agitazione che subentravano se perdevo di vista questo stare di fronte a Cristo e rinnovargli il mio sì.


 (Immagine d’apertura: l’arcivescovo Paolo Pezzi con i sacerdoti cattolici dopo la messa di ringraziamento per il suo ministero; cathmos.ru).

Paolo Pezzi

Dal 2007 arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca. Ordinato sacerdote nella Fraternità sacerdotale dei missionari di S. Carlo Borromeo, ha svolto gran parte della sua attività pastorale in Russia, dal 1993 a Novosibirsk, poi nella Russia europea, come rettore del Seminario cattolico a San Pietroburgo.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI