Šlosberg: la Russia, un viandante smarrito nella storia

19 Agosto 2026

Šlosberg: la Russia, un viandante smarrito nella storia

Anna Kondratova

Un altro colpo – definitivo? – per l’opposizione russa: il partito Jabloko è stato escluso dalle elezioni parlamentari. A questo si è aggiunta la condanna a oltre 11 anni di detenzione per il suo vicepresidente Lev Šlosberg. Presentiamo la sua ultima parola al processo.

In queste settimane il partito di opposizione Jabloko si è trovato su due fronti giudiziari paralleli: a Mosca la Corte suprema ne ha confermato l’esclusione dalla lista per le elezioni alla Duma del 18 settembre, esclusione decisa sulla base di accuse pretestuose. Jabloko è presente da tempo nel panorama politico russo, e pur avendo avuto finora pochissimo peso (ha ottenuto l’1,34% nel 2021), è attualmente l’unico partito che si opponga alla guerra ed è visto oggi come possibile catalizzatore dei malumori della società civile. Dopo tanto tempo di «quiete» si sono viste decine di persone presenziare fuori dalla corte, con quasi un centinaio di fermati. «Jabloko è stato escluso dalle elezioni perché a favore della pace e della libertà», ha commentato il leader del partito Nikolaj Rybakov.

Rybakov durante l’udienza alla Corte suprema. Sulla scrivania alcune mele verdi, simbolo del partito (Jabloko significa mela). (Slovo Zaščite).

A Pskov nel frattempo si è chiuso il processo contro il vicepresidente di Jabloko, Lev Šlosberg, condannato in primo grado a 11 anni e un mese di colonia penale a regime ordinario per le sue critiche pubbliche alla guerra in Ucraina.

Nato a Pskov nel 1963 da una famiglia di insegnanti, Šlosberg si laurea in storia nel 1985 e nei primi anni Novanta si impegna nella società civile. Nel 1994 entra in Jabloko, e da lì la sua storia personale si intreccia con quella del partito: ne guida la sezione di Pskov per ben 27 anni, diventando poi vicepresidente federale.
Ma è forse come giornalista che Šlosberg lascia il segno più profondo. Dirige per anni il giornale «Pskovskaja Gubernija», riceve un premio nazionale per la sua inchiesta sulla morte di paracadutisti russi in Cecenia, un tema – la morte dei soldati tenuta nascosta dalle autorità – che continuerà a seguire, pagandone le conseguenze: nell’agosto 2014 il suo giornale rivela i funerali segreti di due militari, morti verosimilmente combattendo nel Donbass. Pochi giorni dopo viene aggredito per strada da sconosciuti e finisce in ospedale con un trauma cranico.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina si schiera per la fine della guerra, assumendo una posizione critica sia verso l’opposizione russa in esilio, sia nei confronti del governo ucraino. Dichiarato «agente straniero» nel 2023, dal 2024 la sua vicenda giudiziaria si infittisce: perquisizioni, un fermo in aeroporto, arresti domiciliari, fino a procedimenti distinti che sono confluiti nell’unico processo aperto a Pskov nel giugno scorso. In particolare, è stato accusato di aver diffuso «notizie false» sull’esercito (art. 207.3 c.p.) a seguito della condivisione di un post sul suo canale Telegram; la seconda accusa («discredito» nei confronti dell’esercito, art. 280.3) trae origine dalla presa di posizione a favore di «un cessate il fuoco il più rapido possibile in Ucraina», espressa durante un dibattito.
Il 14 agosto ha pronunciato la sua ultima parola, ripetutamente interrotto dalla giudice.

Šlosberg: la Russia, un viandante smarrito nella storia

Šlosberg durante il processo, con accanto la moglie Žanna. (Slovo Zaščite)

Šlosberg ha iniziato richiamando gli articoli 1, 2 e 18 della Costituzione e l’ampio elenco di diritti e libertà che dovrebbero garantire: «Sono trascorsi quasi trentatré anni dall’adozione della Costituzione russa nel dicembre 1993. Come è arrivato il nostro paese a questa situazione? In ognuno di questi 33 anni lo Stato ha fatto in modo di abrogare e limitare i diritti e le libertà dell’uomo e del cittadino. Lo Stato russo, pur avendo avuto un’occasione storica unica, non è riuscito a liberarsi delle tare ereditarie del bolscevismo.

Nel giro di tre decenni, lo Stato e la società hanno percorso un cammino che è passato dalle speranze di libertà alla quasi totale distruzione dei diritti e delle libertà dell’uomo e del cittadino».

Lo Stato – ha proseguito il politico – ha trasformato di nuovo gli organi investigativi, la procura e i tribunali in strumenti inquisitori contro l’individuo, riprendendo «nuovamente la china del XX secolo, il cui tragico percorso ha provocato la morte di milioni di persone, decine di milioni di vite stroncate, innumerevoli e persistenti traumi psicologici. (…) Nessuno sa fino a dove possa spingersi questo viandante smarrito nella storia.

(…) Già da molti anni (e la cosa non è iniziata il 24 febbraio 2022) gli strumenti della propaganda di Stato diffondono un mito estremamente pericoloso, secondo il quale il diritto principale di un militare sarebbe il diritto alla morte, il diritto ad essere ucciso. Come se nessuno di questi uomini avesse diritto alla vita. (…) Oggi la legislazione viene applicata in modo tale che chi chiede che si preservi la vita delle persone, chi chiede compassione e responsabilità politica, viene accusato di screditare le forze armate e di diffondere informazioni false sulle loro azioni, mentre chi chiede che lo spargimento di sangue continui viene usato dall’accusa e dal tribunale come testimone “imparziale” dell’accusa. È così che il male cerca di soppiantare il bene nella vita del paese, di screditare la stessa nozione di bene agli occhi della società. (…) Il libero sviluppo dell’individuo è impossibile se lo Stato non pone l’individuo al centro di tutta la propria politica, se non fa dell’individuo il valore supremo e il senso della propria politica.

(…) La storia del nostro paese nell’ultimo secolo e mezzo è una storia di guerre a catena (…). Chi si dà pena per queste vite incompiute? A chi e a quale scopo serve il perpetuarsi di un incessante spargimento di sangue, di sacrifici che si ripetono di generazione in generazione?

Oggi nel nostro paese i cimiteri, compresi quelli militari, crescono molto più rapidamente dei reparti di maternità, degli asili e delle scuole. (…) L’inclinazione naturale del popolo è la vita, così è stabilito dalla natura e così è stato concepito da Dio. Tutti gli istinti naturali dell’uomo sono orientati verso la vita. Tutto ciò che si richiede allo Stato in senso lato è creare le condizioni per la vita del popolo», mentre se uno Stato non garantisce il diritto alla vita, «nega l’uomo, i suoi diritti e le sue libertà come valore supremo».

Šlosberg ha ripercorso le radici storiche degli organi repressivi del ‘900 che ottennero potere politico effettivo, rendendo il tribunale una «macchina per la produzione in serie di sentenze di condanna» fondata sulla presunzione di colpevolezza. «Dopo il 2021, alle forze dell’ordine sono stati conferiti di fatto i poteri di autorità politica, con la conseguenza di un brusco aumento del livello dell’illegalità e dell’arbitrarietà. (…)

La nuova legislazione repressiva ha provocato nel nostro paese un’ondata di odio e ostilità politica, ideologica e nazionale, che divide la società e distrugge i germogli della pace civile»: «Al posto del dialogo civile e della discussione sono subentrati il Codice penale, gli organi investigativi e i tribunali. (…) La creazione da parte dello Stato di condizioni che favoriscono la crescita dell’odio e dell’ostilità innesca il processo più temibile per la società: la disumanizzazione delle persone. (…) Al posto della necessità di parlare e discutere, ecco la possibilità di punire una persona per i suoi pensieri e le sue parole. Il linguaggio delle persone disumanizzate diventa il linguaggio dell’odio, che rende impossibile il dialogo civile: è impossibile parlare di compassione e misericordia con la lingua dell’odio.

(…) A che punto siamo ora? Abbiamo già superato il punto di non ritorno o la società russa troverà in sé la forza per preservare la propria umanità, e per influenzare la politica di uno Stato che ha rinnegato la propria vocazione?

Fermi all’esterno della Corte suprema a Mosca. (Astra)

I sostenitori e gli organizzatori delle repressioni ritengono che la politica repressiva sia destinata a durare per sempre o, in ogni caso, per tutta la durata della loro vita; di norma non si preoccupano di ciò che accadrà dopo, oltre la propria esistenza. Chi semina illegalità, crudeltà e odio non ama pensare al futuro perché, quando pensiamo al futuro, pensiamo agli altri e non a noi stessi. La crudeltà e l’odio sono sempre profondamente legati al presente.

(…) Al paese spetta, anno dopo anno, sfogliare le pagine dei decenni passati e ricontare tutti i passi compiuti lungo la strada che ci ha condotto al giorno d’oggi. È necessario farlo per cambiare, finalmente, questo percorso impervio, fiancheggiato da ogni lato da celle carcerarie e fosse comuni. (…) Davanti a noi c’è una nuova finestra di opportunità storiche. Non sappiamo quando si aprirà, né quando la luce diventerà abbastanza forte da scacciare e dissipare le tenebre. Ma ciò accadrà sicuramente, perché le leggi della storia, come quelle della natura, sono più forti dell’arbitrarietà di chi è temporaneamente al potere».

La seduta si è conclusa con un botta e risposta tra Šlosberg e la giudice V. Maljamova:
Giudice: Le è chiara la sentenza?
Šlosberg: La compatisco, vostro onore, è lei che dovrà convivere con questa decisione.
Giudice: Le è chiara la sentenza?
Šlosberg: Ho già risposto alla domanda.
Giudice: Le è chiara la procedura di ricorso?
Šlosberg: Che Dio la perdoni.


(foto d’apertura: telegram)

Anna Kondratova

Moscovita, laureata in sociologia. Ha seguito da vicino lo sviluppo del movimento d’opposizione in Russia. Giornalista e saggista.

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