Come stare in questi giorni confusi

18 Aprile 2026

Come stare in questi giorni confusi

Adriano Dell’Asta

In un mondo preda delle superpotenze e dei sistemi d’intelligenza artificiale, cosa ci sta a fare l’uomo? L’uomo, dice il Papa, può e deve affermare attivamente che tutto dipende dalla sua scelta morale e dalla sua passione per l’infinito.

In questi giorni (mesi, anni) assistiamo a uno strano ripetersi di episodi che sarebbero comici e patetici, se non fossero già diventati tragici. Forse varrà la pena ricordarne qualcuno, giusto per non perdere la memoria di alcuni momenti e svolte simbolicamente epocali.

Sarebbe comico sentire il presidente della più grande potenza mondiale dire: «Voglio tutto. Non il 90%, né il 95%. Ho detto tutto». Comico perché ricorda fin troppo la scena del Grande dittatore, dove un Chaplin che richiama Hitler gioca con un grande pallone-mappamondo, iniziando con la frase: «Aut Caesar, aut nullus. Imperatore del mondo!».

Sarebbe patetico sentire i presidenti delle altre due più grandi potenze del mondo scambiarsi pareri sulle possibilità di prolungare la vita sino all’immortalità.

Sarebbe comico e patetico tutto questo se non fosse tragico, con una tragedia non incombente ma già avvenuta e che continua ad avvenire, con la gente normale che muore. E non c’è bisogno di dare i numeri di queste morti per dare l’idea delle dimensioni della tragedia: ogni vita troncata, o anche solo segnata dalla violenza, è una perdita assoluta; e mettersi a contarle diventa indiscutibilmente immorale quando le vittime vengono liquidate come «danni collaterali».

Che livello di immoralità dobbiamo avere toccato se questi danni, prodotti nella violazione di ogni più elementare principio del diritto internazionale, si giustificano poi con progetti di restaurazione imperiale o neocoloniale, di espansione o sicurezza nazionale o addirittura di nuovi guadagni rivendicati sfrontatamente («faremo un sacco di soldi»).

E che ulteriore caduta di moralità abbiamo raggiunto se tutto questo può essere giustificato con la pretesa di avere una moralità che basta a se stessa («Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente»).

E in che abisso siamo precipitati se tutto questo viene giustificato addirittura con la volontà di Dio e si arriva a parlare di una «lotta che non ha un significato fisico ma metafisico»», di una vera «guerra santa».

Come stare in questi giorni confusi

(yusung-yu, pexels.com)

È un crescendo apocalittico, ed è su questo che è intervenuto il Papa nel discorso del 1° gennaio 2026 per la giornata mondiale della pace: «Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico,

benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio».

Quello che sta avvenendo è dunque una forma di «blasfemia». Ciò che si contrappone al «Nome Santo di Dio» e cerca di oscurarlo è una bestemmia; e quello su cui interviene il Papa è allora qualcosa che gli compete direttamente, con una autorevolezza indiscutibile.

Come il Papa aveva detto nel discorso al corpo diplomatico del 9 gennaio, se manca lo spazio per la «città di Dio», se la «città terrena» viene racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini, se la vita viene privata del suo «fondamento trascendente e oggettivo», viene meno quella «tranquillità dell’ordine» che per il Papa, discepolo di sant’Agostino, «costituisce l’essenza stessa della pace». E allora, come era stato detto il 1°gennaio, «si perde di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura», e si apre «la strada alla logica dello scontro, prodromo di ogni guerra».

Non devono sfuggire le date di questi due discorsi, il 1° e il 9 gennaio (quindi ben prima dell’inizio di quella che si è cominciato a chiamare Seconda Guerra del Golfo), date che indicano qualcosa che va ben al di là degli ultimi eventi e si estende a tutti i fronti di guerra, a partire dalla tragedia iniziata nel 2014 con la Crimea e il Donbas, proseguita poi nel 2022 con l’inizio della guerra su grande scala in Ucraina, spostata poi in Medio Oriente con l’ecatombe del 7 ottobre, e proseguita poi ancora con Gaza, la Terra Santa e la Cisgiordania e, ovviamente, con l’Iran e il Libano, dal giugno dell’anno scorso a oggi.

Sono tragedie in cui non c’è più spazio per l’uomo e, tanto meno, per la pace; ed è proprio di fronte alla crescita quasi inarrestabile di queste tragedie che è intervenuto il Papa perché a lui compete la cura dell’umanità e l’annuncio della «pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante», la cui negazione non è mai il frutto di «strutture indipendenti dalla volontà umana» (come già aveva sottolineato Benedetto XVI e ha ribadito Leone XIV), ma implica sempre la responsabilità di singole persone e di «società civili consapevoli».

Il problema che ha destato l’intervento del Papa è appunto quello dell’uomo; e proprio di questo parla il Papa, annunciando il Vangelo, la lieta novella del Dio che si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio, come dicono i Padri della Chiesa, e come ha riaffermato il Papa, parlando di «Cristo stesso, nostro medico celeste, il quale venendo nella carne, ha preso su di sé la nostra umanità per renderci parte della sua vita divina», con una estensione non casuale, come vedremo, di questo destino dal piano personale a quello universale, da quello che riguarda la singola persona a quello che riguarda tutta l’umanità.

Con questa apertura sulla dimensione universale iniziava il discorso al corpo diplomatico. E non era un inizio formale; come non era stato formale andare a Nicea e dire che il Concilio ivi celebrato 1700 anni prima non era «solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci», contro l’«“arianesimo di ritorno” presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso» (Istanbul, 28 novembre 2025, cattedrale dello Spirito Santo).

Se a guidare la storia è Cristo, «Dio vivo e vero presente in mezzo a noi», per il suo vicario in terra non è formale e tanto meno superfluo ricordare che è Lui, Cristo, la «bussola che deve continuare a guidarci».

Il Papa parla dunque di quello di cui deve parlare in quanto Papa e poi, in quanto autentico padre, passa a declinarlo nel particolare, perché quel Cristo che si è fatto carne continui a diventare la carne di ogni momento e di ogni azione.

E per fare questo è necessario, come prima cosa, che sia risanato il linguaggio; cioè, è necessario, non solo che si eviti di usare le parole per ferire, «ingannare o colpire» gli altri, ma anche «che ogni termine sia ancorato alla verità» e che quando si parla di pace sia chiaro che essa «non è semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia»; dove la giustizia non può essere ridotta a quello che vogliono i potenti per «l’affermazione di un proprio dominio», ma obbedisce a sua volta a qualcosa che è da loro indipendente; come diceva in questi giorni padre Antonio Spadaro, la forza morale della Chiesa non dipende dal fatto che sia una sorta di potere alternativo, ma dal fatto che è «uno spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla».

Questa è l’autentica democrazia che, «lungi dall’essere una semplice procedura, (…) riconosce la dignità di ogni persona e (…) rimane sana solo quando radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. Priva di questa base, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche»; o, peggio, l’affermazione di un darwinismo sociale, dove regna «la diplomazia della forza», ma dove le parole vengono usate per ingannare e dominare e non c’è più spazio per l’uomo e per la sua libertà, e neppure per la realtà che costantemente i potenti cercano di trasformare secondo i loro piani.

Come stare in questi giorni confusi

(babieblu77,pixabay.com)

Se questa è la situazione e se questi sono i rischi che l’umanità corre (scomparsa della libertà e della dignità di singola persona, e scomparsa della realtà stessa, travolta da un gioco in cui viene abolito il nesso tra la verità e «la realtà delle cose»),

tanto più necessario diventa chiedersi come si possa recuperare un’immagine dell’uomo capace di sfuggire alla tragedia dalla quale siamo partiti e nella quale siamo immersi.

E qui il Papa è guidato da un criterio che il potere non controlla e che proprio per questo lo rende insopportabile, finché chi esercita il potere non prende sul serio quel criterio.

Così, chi non vuole dare spazio a Cristo, non sa proporre altro che la violenza vana e ridicola dei potenti che si credono grandi, ma non riescono a uscire dalle tragedie che loro stessi hanno creato; e anzi, ogni volta, ne creano di nuove, con sogni e pretese che incessantemente ne incrementano la follia. Il Papa, invece può guardare alla realtà con il realismo del credente, che ne vede tutti i limiti, e nello stesso tempo la riconosce come opera che non è sua, ma della grazia di Dio, che l’ha voluta amandola e per questo è sempre all’opera per mantenerla e guidarla nell’essere.

Nel piano di Dio, diceva il Papa nel discorso del 1° gennaio, la pace non va creata, esiste, «con il respiro dell’eterno»: «Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino», che non ha bisogno di essere inventata, ma va solo accolta e riconosciuta: «La pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore», diceva sempre nello stesso discorso.

Per riconoscere e ascoltare i testimoni, e la forza che per la grazia di Dio li ha resi capaci di cambiare il mondo e di arrivare sino noi, ci sono però alcune condizioni, se vogliamo che essi possano continuare a dare frutto non solo nei cuori di coloro che li accolgono, ma anche nella vita sociale e quindi nella storia.

La prima condizione è che, nella ricerca della pace autentica cui instancabilmente tende il cuore dell’uomo – «ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te» – ciascuno di noi concepisca il potere (quello che ha su di sé, sulle proprie passioni, le proprie forze, il proprio rapporto con gli altri) «non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato verso il bene comune».

Precedendo le pretestuose polemiche di questi giorni, il testo (che è stato preparato per la sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 14-16 aprile 2026, ma reca la data del 1° aprile) indica contemporaneamente una via perché il loro superamento sia efficace, in una prospettiva non chiusa nella polemica tra poteri contrapposti, ma autenticamente liberante, perché capace di indicare uno spazio che nessun potere può controllare.

La riscoperta di questo concetto dimenticato – il bene comune, – non va da sé, ed implica anzi l’esercizio di virtù anch’esse dimenticate come la saggezza e la temperanza che, mentre richiamano il piano sempre personale, devono a loro volta «informare l’ordine internazionale», limitando in chi ha il potere «un’autoesaltazione eccessiva» e fungendo quindi «da barriera contro l’abuso di potere», come dice il Papa con una sollecitudine e una logica sempre più stringenti e sempre più attente alle particolarità del tempo presente, più precisamente «in un momento in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali».

Non dovrà sfuggire a questo punto la stretta correlazione che lega l’aspetto personale del discorso del Papa al suo corollario sociale: la necessità che l’io riconosca il fondamento della sua libertà infinita in Cristo Salvatore e nella sua «vita divina» implica poi che questa dimensione infinita travalichi oltre le barriere di un singolo cuore per espandersi a modello della vita dell’umanità nel suo complesso.

L’uomo non vive solo, e quello che tocca e cambia il suo cuore, tocca e cambia la storia: ricordarlo non è un’invasione in un campo estraneo.

In Cristo Dio si è fatto uomo e non puro spirito, la sua umanità era reale e piena come la sua divinità (ecco il motivo della sottolineatura della minaccia ariana) e questa pienezza divino-umana è presente ancora oggi non per usurpare spazi alla terra e alla carne, ma per dar loro l’autentica dimensione: «L’esistenza di Dio – diceva Berdjaev – è la carta delle libertà dell’uomo».

La chiave di questa impostazione è la libertà dell’uomo, tanto più importante da riscoprire nella sua essenza quanto più viene minacciata nel nostro mondo, dimenticata in uomini che non sanno più che farsene e le preferiscono le seduzioni offerte dai potenti, ridotta da questi potenti stessi all’affermazione del loro arbitrio, deturpata quando si trasforma in pura rivolta.

Perché tutto quel che si è detto non resti rinchiuso in un’intimità disincarnata o non esploda nella violenza di un potere incontrollato arbitro di se stesso o di chi ambisce a conquistarne uno identico, solo di segno contrario, Leone XIV suggerisce alcune altre condizioni, che ancora una volta valgono sia sul piano personale sia su quello sociale.

Innanzitutto ci ricorda «che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal semplice equilibrio di potere o da una logica puramente tecnocratica», perché «la concentrazione del potere tecnologico, economico e militare in poche mani minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli sia la concordia internazionale».

In questo senso, con una concretezza sempre più grande e un sempre più esplicito incardinamento nella tradizione della Chiesa, Leone ci ricorda che già i suoi predecessori avevano indicato la «necessità di istituzioni aggiornate e di un’autorità universale» (Giovanni Paolo II) e specificato che essa deve essere «segnata dal principio di sussidiarietà» (Benedetto XVI), dove il singolo non viene né ignorato o abbandonato a se stesso né schiacciato e assorbito da grandi strutture, ma aiutato a portare a compimento tutte le sue potenzialità, e dove la libertà è aiutata a compiersi in responsabilità.

Solo a queste condizioni la pace può diventare possibile, non come un sogno o un pio desiderio, ma come l’autentica «speranza» in un «Regno di Dio che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sugli affari di questo mondo e ne rivela il significato escatologico», e là dove il mondo trova solo l’odio di servi o padroni o l’indifferenza di individui stanchi e disorientati da lotte e divisioni, mostra «l’onnipotenza di Dio» che si manifesta «nella misericordia e nel perdono».


(foto d’apertura: amurca, pixabay.com)

Adriano Dell’Asta

Già docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI