La resistenza degli «invisibili», la sola possibile oggi

3 Luglio 2026

La resistenza degli «invisibili», la sola possibile oggi

Svetlana Panič

Di fronte ai conflitti di questi anni risuona la domanda insistente «dov’è Dio?». Nell’apparente impotenza di Dio e dell’uomo la speranza nasce dai gesti invisibili ma concreti di resistenza e compartecipazione alla sofferenza.

Dato che le mie ricerche sono legate alla problematica giudeo-cristiana nel XX secolo, nel mio intervento farò riferimento alla «teologia dopo Auschwitz». A mio avviso, questa può servire come possibile paradigma per la «teologia durante e dopo le guerre attuali». Le riflessioni che seguono, inevitabilmente schematiche, ruoteranno attorno alla guerra in Ucraina, anche perché per me si tratta non solo di una tragedia storica, ma anche biografica, dato che sono nata nel Doneck e ho lavorato a Kiev.

L’impotenza di Dio

La teologia del Dio impotente, del «Dio sofferente», per riprendere il concetto di Jürgen Moltmann, o del «Dio debole» secondo invece la definizione di John Caputo, appare nel pensiero cristiano occidentale come uno dei tentativi di ripensare le concezioni tradizionali dell’onnipotenza di Dio e della sua azione nella storia, messe in discussione dall’esperienza di Auschwitz e del GULag. Il contenuto di questa teologia è espresso in sintesi da una celebre scena tratta da La notte di Elie Wiesel. I prigionieri vengono condotti davanti al patibolo, sul quale, come monito per tutti, sono stati impiccati due uomini adulti e il beniamino di tutti, un ragazzo di quindici anni soprannominato «l’Angelo»: «Gli uomini morirono in fretta, ma l’agonia del ragazzo durò mezz’ora. “Dov’è Dio? Dov’è?”, chiese qualcuno dietro di me…   E allora udii dentro di me una voce rispondere: “Dov’è? È qui… appeso a questa forca”». (…)

Questa inquadratura potrebbe benissimo servire da illustrazione all’opera di Jürgen Moltmann Dio crocifisso, in cui viene messa in discussione la concezione tradizionale dell’impassibilità (apátheia) divina e della sofferenza come debolezza umana. Il Getsemani e il Golgota, sostiene Moltmann, in quanto ricettacolo di tutte le sofferenze della terra incluse (e qui parafraso il poeta dissidente russo Aleksandr Galič) le sofferenze di «tutte le Butyrka e le Treblinka», sono stati la manifestazione suprema della Sua potenza. È l’assoluta kenosis di Cristo, che «svuotando» se stesso sulla croce, ha assunto su di sé il vuoto esistenziale e ha gridato questo vuoto come grida l’uomo abbandonato. In questa impotenza, e non nell’affermazione trionfale di un potere autoritario sul mondo, si è manifestata la pienezza della Divinità come un abbraccio aperto a tutta la creazione: «In Gesù Dio non muore semplicemente della morte dei mortali, ma della morte violenta di un malfattore sulla croce, della morte nella solitudine assoluta… Dio non si fa religione, perché l’uomo non debba entrare in comunione con lui attraverso una corretta riflessione o condotta religiosa; non si fa legge, perché l’uomo non debba partecipare a Lui obbedendo a una legge. Dio non si fa modello da imitare, perché l’uomo non riduca la comunione con Lui a un continuo perfezionamento di sé. Egli svuota se stesso (…) affinché tutti coloro che non Lo conoscono, che sono lontani da Lui, possano entrare in comunione con Lui».

Alla fine del libro di Moltmann appare proprio quel frammento de La notte di Elie Wiesel citato poco fa. «Dov’è Dio? — È qui, appeso a questa forca». «Qualsiasi altra risposta sarebbe una bestemmia», commenta Moltmann. (…) Seguendo questo principio, possiamo proiettare sulla situazione politica contemporanea la tesi di Moltmann di un Dio che non governa il mondo secondo le categorie di un dominio autoritario, ma che dimora «in mezzo a noi» compartecipando alla sofferenza. Allora, in risposta alla domanda «Dov’è Dio?» che risuona continuamente sullo sfondo della guerra, potremo ragionevolmente affermare: È a Buča, a Mariupol’, tra le rovine di Kharkiv e Odessa, con i rifugiati ucraini, con coloro che portano in salvo persone e animali, con i volontari, con i medici che operano durante i bombardamenti. È nelle celle di isolamento russe dove torturano e violentano chi ha protestato contro la guerra, è nelle carceri a regime duro dove maltrattano i detenuti politici, è con tutti coloro che ogni giorno ricordano la libertà e la misericordia in mezzo all’odio elevato a politica di stato e virtù religiosa. È tra tutte le vittime della guerra in Medio Oriente, da entrambe le parti. Non «o-o», ma «e-e».

Affermare diversamente significherebbe attribuire a Dio una «compassione parziale», cioè trasformare Colui che ha creato il mondo per amore in una divinità tribale che sostiene «i suoi», così come vorrebbe vederlo, per esempio, la fazione militarista presente all’interno dell’ortodossia russa di oggi.

«Il Dio sofferente non si fa religione»: di conseguenza, parlare con Lui e di Lui è possibile soltanto nella compartecipazione alla sofferenza. (…) «Il nostro inferno persiste e pare che Dio non vi sia ancora entrato», mi ha scritto dalla prigione la giornalista ucraina Irina, che viene dalla zona della regione di Kherson occupata dalla Russia. Confesso che anche a me piacerebbe che nel nostro presente si svolgesse «l’ultima battaglia» delle «Cronache di Narnia» con Dio che interviene, ferma il male e punisce giustamente i malvagi. Ma dare una risposta semplice a una domanda del genere sarebbe un sacrilegio, come se provassimo a forzare il «mistero della Croce».

Riconoscere l’impotenza di Dio significa passare dalla teologia delle risposte non tanto a una pura apofatica, bensì a una teologia dello sconcerto, dove l’intelletto, accettata l’insufficienza anche delle costruzioni intellettuali più esatte e raffinate, tace sconcertato, incerto su come vivere in un mondo che ancora una volta, contro tutti i «mai più», «è andato in frantumi», e rivolge a Dio una domanda sofferta, anche se magari mal posta, e tende poi l’orecchio alla risposta, senza cedere alla tentazione di suggerirla. Tuttavia, lo sconcerto come atteggiamento teologico non implica la completa impossibilità di una risposta in quanto tale (questo sarebbe un altro estremo, ugualmente errato).

La «teologia dopo Auschwitz e il GULag» non abolisce tutte le affermazioni su Dio, ma offre un nuovo criterio di autenticità. Questo, a mio avviso, è stato formulato nel modo più chiaro da Irving Greenberg, uno degli autori della dichiarazione Dabru Emet1. «Nessuna affermazione teologica o di altro genere ha diritto di esistere, se non può essere pronunciata in tutta autenticità davanti a bambini dati alle fiamme». Mi sembra che questo criterio sia pienamente applicabile anche alla questione principale del nostro incontro: come parlare di Cristo in tempo di guerra?

La resistenza degli «invisibili», la sola possibile oggi

Il gioco della campana lungo un vialetto a Mosca (2022), con la scritta ambivalente «Mondo/Pace» nella casella finale. (Telegram)

L’impotenza dell’uomo

Anche l’uomo è impotente. Ovunque: nell’emigrazione, nella prigionia, sotto i bombardamenti e in casa sua. (…) Si è scoperto che non abbiamo un linguaggio per descrivere tutto ciò. Un linguaggio politologico, sociologico, antropologico si sta ora formando, ma non c’è una narrativa teologica cristiana che possa dire adesso una parola se non profetica anche solo di consolazione e speranza. (…) L’attuale impotenza si manifesta nell’aggressività quotidiana e ormai entrata nell’abitudine comunicativa, nello scontro e nell’esclusione reciproca tra chi «se n’è andato» e chi «è rimasto» (in cui le parti si negano a vicenda qualsiasi comprensione), nella diffidenza a priori, nella ricerca di generalizzazioni apparentemente «esaustive», nei tentativi ugualmente disperati di «cancellare» la vita passata e costruirne una nuova «come se nulla fosse cambiato» (il che non riesce e moltiplica l’impotenza), nella sfiducia verso la tradizionale vita ecclesiale.

Tuttavia, ritengo che sarebbe più giusto definire questo processo non come un allontanamento dalla Chiesa, bensì come una ricerca della Chiesa nella sua forma originaria non ancora fossilizzata nelle istituzioni, quella di una piccola comunità cristocentrica, nella quale «due o tre» si riuniscono nell’amore reciproco.

È proprio qui, nell’incontro dell’uomo impotente con il Dio impotente, che a mio avviso si può cercare il fondamento della speranza, intesa sia in senso escatologico come presenza dei segni del Regno nella Storia, sia come l’augurio del buongiorno pronunciato dalla «bambina-speranza» di Charles Péguy, sia in senso operativo, come uno sforzo di speranza che si esprime in un’azione che mette anche solo un poco di ordine il caos attuale.

Ma in che modo la speranza può manifestarsi nell’impotenza? Questo è il momento giusto per ricordare il saggio scritto nel 1978 da Václav Havel Il potere dei senza potere. Secondo Havel, questa forza si manifesta in «ogni tentativo di “vivere nella verità”», in coloro che «hanno osato… nel dire apertamente ciò che pensano, nel solidarizzare con i propri concittadini, nell’agire come ritengono necessario e semplicemente comportarsi in conformità con il loro “io migliore”», nel quotidiano scontro «tra le intenzioni della vita e le intenzioni del sistema». Il saggio parla innanzitutto dei dissidenti, ma mi sembra che questa interpretazione possa essere ampliata.

A questo punto l’autrice richiama a titolo di esempio tre esperienze più o meno recenti. La prima è quella dei Nuovi Martiri di Parigi, particolarmente significativa per l’emigrazione russa, ovvero la comunità che si riuniva intorno alla figura di madre Marija Skobcova. La sua casa in rue de Lourmel 77 a Parigi era un luogo in cui la carità concreta dell’offrire un rifugio e un pasto caldo era inseparabile dalla difesa della dignità di ogni persona. Accanto a lei, il suo collaboratore Il’ja Fondaminskij riuscì a fare qualcosa di quasi impossibile nella frammentata comunità dell’emigrazione: creare uno spazio (il circolo letterario «Il Cerchio») in cui la responsabilità reciproca prevalesse sulla rivalità, e la compartecipazione al destino comune attenuasse le contraddizioni irrisolvibili sul piano ideologico.

Come secondo esempio, l’autrice cita il Centro per il Dialogo e la Preghiera di Auschwitz, fondato nel 1992 su iniziativa del cardinale Macharski e di padre Manfred Deselaers come luogo in cui ex prigionieri ed ex guardie potessero incontrarsi e parlare. Nell’ottobre 2024, padre Manfred ha promosso la «Lettera dei cristiani di Germania, Polonia e Ucraina ai fedeli della Chiesa ortodossa in Russia», uno dei primi documenti che offre un fondamento teologico alla possibilità della riconciliazione come percorso lungo e difficile fuori dall’odio:

«La guerra è in corso e nessuno sa come finirà. In questo mare di violenza e distruzione molti chiedono: “E Dio dov’è?”. Vogliamo esprimere la nostra convinzione che l’esperienza del confronto con il male non può minare la nostra fede in Dio. Dio è amore, e all’amore spetta l’ultima parola.

Questa lettera è come una mano che tendiamo nella speranza che un giorno venga accettata… Il nostro obiettivo è la pace, e questo significa guarire le relazioni mutilate e distrutte, ristabilire la giustizia, il perdono e la riconciliazione.

Non vogliamo aspettare. Non possiamo semplicemente stare a guardare mentre muoiono persone da entrambe le parti del fronte… Lottiamo affinché spariscano l’odio e l’ingiustizia, e non le persone che davanti a Dio sono nostri fratelli e sorelle. In definitiva, il perdono è una mano tesa, l’offerta di ricostruire un rapporto con chi è colpevole. Se ci guarderemo negli occhi e piangeremo insieme la terribile sofferenza che è avvenuta, allora con calma potremo ricostruire la concordia e una pace giusta…

Vogliamo dire a tutte le persone in Russia: crediamo che un futuro comune di pace sia possibile». (…) Naturalmente, finché muoiono persone e le case crollano sotto le bombe, è troppo presto per parlare di una riconciliazione russo-ucraina. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale passarono vent’anni prima che polacchi e tedeschi riuscissero a dirsi reciprocamente: «Perdonateci, noi vi perdoniamo». Ma può avere senso fin d’ora prepararsi a questa possibilità, e l’esperienza della Casa polacca del Dialogo e della Preghiera come spazio di incontro, dialogo sincero e superamento dell’odio, può essere estremamente utile.

(Telegram)

La resistenza invisibile

Un terzo esempio è la resistenza invisibile in Russia. Credo non occorra spiegare perché «invisibile». Tuttavia, è necessario parlare del fatto che esiste, per almeno due ragioni. Anzitutto, per solidarietà verso coloro che la portano avanti. In secondo luogo, per smontare lo stereotipo, molto conveniente per il regime putiniano, del silenzio, dell’inerzia, dell’indifferenza o addirittura del «sostegno unanime» al governo da parte di tutta la Russia. (…)

Di come ciò che accade oggi in Russia venga vissuto e percepito dall’interno racconta con grande precisione una poesia di Vjačeslav Popov:

Se mi chiedi cosa penso di questa guerra
Non riesco ad aprire bocca, non trovo risposta.
È insopportabile, indicibile per me
C’è qualcosa nel respiro, nella parola, nell’aria
Nel buio che si è spalancato nel cuore
Illuminato dal nero incandescente del dolore
Dio mio
Signore, Dio mio
Basta
Mi arrendo
Puoi uccidermi se vuoi
Ho già capito tutto
Cos’è, non capisci il russo?

Questo e molti altri testi che circolano nel samizdat della rete, così come tutto ciò che so dai miei cari rimasti in Russia, mi permettono di affermare con piena responsabilità che nella Russia di oggi esiste una resistenza invisibile, quotidiana, auto-organizzata, intellettuale, morale e spirituale, che impedisce che l’atmosfera sociale venga definitivamente avvelenata.

Il regime fa di tutto per normalizzare la guerra; molte persone, ogni giorno, in modi nascosti, ricordano che la guerra e le repressioni non sono normali. Perché tutto questo non si vede?

Nella tradizione ebraica esiste il concetto di tikkun olam, ovvero la trasformazione graduale e progressiva del mondo attraverso azioni quotidiane invisibili all’esterno, che creano una realtà alternativa al male. Nella tradizione cristiana, padre Sergij Bulgakov nel saggio intitolato Eroismo e ascesi, afferma che «l’ascesi invisibile» che dall’esterno viene interpretata «come passività esteriore, come riconciliazione con il male», mentre in realtà richiede «fermezza, resistenza, incessante autodisciplina, pazienza e capacità di sopportazione» e, potremmo aggiungere, fedeltà e disponibilità al rischio, è capace di opporsi al male in modo molto più convincente dell’«estasi eroica» che secondo Bulgakov era tipica dell’intelligencija russa (e che, aggiungerei da parte mia, viene percepita dal mondo occidentale come il comportamento modello di quell’intelligencija).

Ebbene, oserei dire che oggi in Russia non è il momento dell’eroismo eclatante, come quello che conosciamo dalla storia della dissidenza degli anni Sessanta-Ottanta. Negli ultimi dieci anni il regime ha fatto di tutto per attribuire poteri praticamente illimitati alle forze dell’ordine; dall’inizio della guerra perseguita duramente qualsiasi dichiarazione o azione antibellica, esplicita o simbolica, inasprendo continuamente la legislazione repressiva. L’odierna colonia penale o prigione russa non somigliano affatto a quelle europee. Sono luoghi di violenza impunita, torture, umiliazione morale e fisica, totale assenza di diritti e linciaggio degli avversari politici.

Eppure, in questi quattro anni di orrore, vergogna, rabbia impotente e repressione sempre più intensa, moltissime persone hanno continuato in silenzio a salvare, a offrire ospitalità nelle proprie case, a curare, a inviare denaro, spesso gli ultimi risparmi della pensione.

Non soltanto nelle grandi città, ma anche nelle province ci sono molti insegnanti che durante le «lezioni su ciò che conta», imposte a tutte le scuole come forma di indottrinamento patriottico, parlano davvero di ciò che conta: della dignità, della verità, della misericordia e della libertà.

Ci sono persone che, rischiando il carcere, si presentano ai processi per supportare i prigionieri politici e danno sostegno ai detenuti ucraini rinchiusi nelle carceri russe. Ci sono case editrici che, nonostante la crescente pressione della censura e l’attività frenetica dei delatori, continuano a pubblicare libri sulla resistenza, sulla libertà e sulla distinzione tra bene e male.

Esiste un samizdat contro la guerra, che documenta il nostro tempo così come nel Ghetto di Varsavia molte persone scrivevano ciò che accadeva per un archivio futuro. Ci sono coloro che si definiscono «Nord Stream»: persone che, rischiando la propria libertà, aiutano gli ucraini finiti in Russia non per loro volontà a tornare a casa o a raggiungere l’Europa. C’è il teatro musicale moscovita «Tener», (che ha dato il consenso ad essere nominato), che mette in scena spettacoli che denunciano il totalitarismo affermando dignità e libertà.

Ci sono sacerdoti che si rifiutano di recitare la preghiera prescritta dal patriarcato per la «vittoria dell’esercito russo» e che non condividono la posizione ufficiale del patriarcato. Li aiuta l’organizzazione «Mir vsem» [«Pace a tutti»], fondata da padre Andrej Kordočkin, padre Valerian Dunin-Barkovskij e dal musicista Pavel Fachritdinov.

(…) Continuamente emergono nuove forme di resistenza invisibile e a mio avviso è proprio in esse che si manifesta con abbagliante evidenza quel «potere dei senza potere» che trasfigura la società: la forza dei collaboratori del Dio impotente, che continua a essere crocifisso nella storia. (…) A mio avviso, parlare di Cristo in tempo di guerra è possibile anche con le parole di storie come queste, dato che il nostro tempo per fortuna di tanto in tanto ce le regala.


(Foto d’apertura: Colomba della pace «insanguinata», appesa a una casetta per uccelli in un parco di Mosca, 2022 – Telegram)

Svetlana Panič

Filologa, è stata ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn di Mosca fino al 2017, ora è traduttrice e ricercatrice indipendente.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI