Identità in dialogo: Alcide De Gasperi e la costruzione dell’Europa unita

22 Maggio 2026

Identità in dialogo: Alcide De Gasperi e la costruzione dell’Europa unita

Paolo Valvo

Statista, cristiano, europeo convinto: Alcide De Gasperi ha costruito il dopoguerra italiano ed europeo con la pazienza di chi sa aspettare senza rinunciare. Un profilo che intreccia fede, democrazia e visione continentale, senza mai ridursi a slogan.

«Tutta la sua azione discendeva dai principi che aveva accettato una volta per tutte. La vita religiosa, la democrazia, l’Italia e l’Europa erano per lui i postulati di una fede profonda e indefettibile. Egli aveva l’anima di un apostolo, ma non di un settario. La sua amicizia e la sua collaborazione erano alla portata di tutti coloro che erano degni della sua fiducia»1.

Con queste parole Robert Schuman, a pochi mesi dalla scomparsa di Alcide De Gasperi (19 agosto 1954), tratteggiava il profilo di colui che in Italia aveva guidato il processo di ricostruzione democratica dopo il Ventennio fascista e la tragedia della Seconda guerra mondiale, e in Europa aveva contribuito in modo determinante all’avvio del processo d’integrazione europea. L’essere «apostolo» delle proprie convinzioni e non «settario» è in effetti un tratto essenziale della personalità cristiana e umana di De Gasperi.

La libertà con cui rende testimonianza pubblica delle proprie convinzioni (religiose, politiche e umane), senza mai imporsi sul piano personale e senza conculcare la libertà di coscienza altrui, nasce da un dominio di sé e al tempo stesso da una capacità di valorizzare ciò che di buono si trova nell’altro, che è tanto più sorprendente quanto più ampio è il solco, ideologico e umano, che può dividerlo dal suo interlocutore. Un esempio significativo in merito si ritrova nell’intervista da lui rilasciata all’ANSA il 3 marzo 1953 in occasione della morte di Stalin:

«In vita il dittatore non mostrò per il nostro paese né comprensione né considerazione. L’atteggiamento dei suoi diplomatici fu nelle trattative e nella conferenza della pace ostinatamente duro e pertinacemente negativo. Tuttavia se fosse vera l’opinione di chi attribuisce anche al suo influsso personale l’esitazione dell’URSS a scatenare una nuova conflagrazione mondiale, dovremmo mettere al suo attivo questo suo rifuggire dalla responsabilità estrema e augurarci che il suo successore lo accetti come norma di saggezza. […] se in mezzo a tante parole di esaltazione o di condanna possiamo trovare un accento semplicemente umano, vorremmo dire che questo tragico trapasso debba ammonirci tutti intorno ai limiti della persona umana e ai confini del suo destino. Con questa grave riflessione noi chiniamo la fronte pensosi innanzi alla scomparsa d’un uomo che lascia nella storia del mondo un vuoto così grande, che vorremmo si riempisse di comprensione, di fraternità e di pace»2.

Identità in dialogo: Alcide De Gasperi e la costruzione dell'Europa unita

Alla prima seduta dell’Assemblea costituente, 25.6.1946. (wikipedia)

Questo sguardo, capace di valorizzare anche il più infimo accento di umanità, è un tratto caratterizzante della visione di De Gasperi, che esprime a sua volta una consapevolezza più ampia, a cui lui stesso darà voce in importanti discorsi e scritti nel dopoguerra: quella, cioè, secondo cui la pazienza è la virtù più necessaria al metodo democratico. Una pazienza, quella predicata e vissuta da De Gasperi, che nasce dalla certezza (maturata in anni di sofferenze e privazioni) nell’azione della Provvidenza nella storia, e che rende possibile guardare al futuro non con un ottimismo irragionevole, ma con una speranza saldamente fondata, secondo la lezione paolina (Rm 5, 3-4)3. Una sintesi insuperata di questa consapevolezza è offerta dal celebre discorso pronunciato il 20 novembre 1948 a Bruxelles nel contesto delle Grandes Conférences Catholiques, di cui riportiamo un passaggio:

«Davanti ad un avvenire così oscuro, come non soccombere alla tentazione di rifugiarsi nel passato? Come impedire agli uomini di pensare con nostalgia alle soluzioni arcaiche del buon tempo antico se non facendo appello a tutte le risorse del cristianesimo, la cui età dell’oro non sta nel passato ma nell’avvenire? Non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo, né come individuo né come collettività, non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio lavora non solo nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli. Solo il cristianesimo, nobilitandoci per le conquiste future, può impedirci di essere presi da un’impazienza brutale di fronte alle lentezze dell’uomo.
Privo della pazienza misericordiosa del cristianesimo, l’uomo non sa più dominarsi così che i rivoluzionari più idealistici furono spesso i più sanguinari.
La pazienza! Ecco un rimprovero che si è mosso talvolta anche contro la nostra opera politica, come se la pazienza non fosse volontà tenace, ed energia compressa, tenuta in riserva, come se la pazienza non fosse la virtù più necessaria al metodo democratico, sia nella vita interna sia nei rapporti internazionali»4.

Il discorso di Bruxelles del novembre 1948 sintetizza mirabilmente anche il programma politico che De Gasperi rivendica come proprio sia nella politica interna sia nella politica internazionale, e che si basa principalmente sul nesso inscindibile tra libertà politica e giustizia sociale, dove la prima non è intesa come un assoluto ma come la condizione necessaria per raggiungere la seconda (che per De Gasperi costituisce il fine ultimo di ogni politica cristianamente ispirata) in un modo pienamente rispettoso della dignità della persona umana. Presupposto imprescindibile per garantire la democrazia e la giustizia sociale, obiettivi finali dell’azione politica di De Gasperi, è la pace. Qui sta una delle radici dell’impegno europeista di De Gasperi. Questa convinzione nasce da esperienze personali e da ideali in cui De Gasperi crede fermamente. La sua vita al confine con il Regno d’Italia e l’appartenenza a una minoranza in un impero multietnico come quello asburgico lo hanno abituato ad apprezzare i particolari, vedendo la diversità non come un ostacolo, ma come una risorsa per una convivenza armoniosa.

La pace, per De Gasperi, non è solo un’esperienza di vita, ma anche un’aspirazione che deriva dal messaggio evangelico, più volte contraddetto dai conflitti fratricidi che per secoli hanno insanguinato l’Europa, culminati nelle tragedie delle due Guerre mondiali. In questo senso, come De Gasperi aveva sottolineato già in un articolo scritto nel 19135, i credenti sono chiamati a impegnarsi per la pace riscoprendo la propria tradizione e al tempo stesso dialogando con le istanze presenti nella cultura moderna. Quest’ultimo è un passaggio chiave della concezione degasperiana, sia per quanto attiene alla dialettica politica interna, sia nei rapporti internazionali: di fronte a un mondo dove a parlare di pace e di Europa unita, dopo il 1945, sono in molti, i cattolici hanno il dovere di riappropriarsi della loro tradizione di pensiero sul tema, senza assumere per questo un atteggiamento esclusivista o di rifiuto nei confronti di altri tentativi, ma cercando sempre il modo di accompagnarsi a questi in modo costruttivo.

Colpisce, in questo senso, notare la disponibilità mostrata da De Gasperi alla fine degli anni Quaranta verso le iniziative del Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, esponenti di una tradizione culturale e di una visione antropologica (ben sintetizzata dal “Manifesto di Ventotene”) dalle quali lo stesso De Gasperi è lontanissimo.

In nome della pace, De Gasperi si assume la responsabilità di scelte cruciali, spesso difficili. La prima è l’accettazione dei sacrifici territoriali imposti all’Italia dal trattato di pace di Parigi (1947); una decisione non condivisa da diversi suoi collaboratori e amici, come don Luigi Sturzo, ma vista come condizione necessaria per il pieno reintegro dell’Italia nella comunità internazionale. Una seconda fondamentale decisione – anch’essa oggetto di numerose critiche all’interno come all’esterno della Democrazia Cristiana – è l’adesione dell’Italia all’Alleanza Atlantica (1949), che nasce dalla necessità di preservare l’ancora fragile democrazia italiana nel contesto della Guerra fredda. Di fronte alla minaccia rappresentata dal blocco sovietico, la volontà di costruire la pace non può infatti prescindere, secondo De Gasperi, dalla considerazione che «le alleanze difensive e soprattutto gli armamenti che ne sono la conseguenza […] sono una dura necessità preliminare»6.

La definitiva scelta atlantica di De Gasperi è anticipata dall’importante viaggio negli Stati Uniti del gennaio 1947 e dall’adesione italiana al Piano Marshall, nel quadro dell’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (1948). L’obiettivo perseguito da De Gasperi nel coltivare un rapporto sempre più stretto con la superpotenza americana è quello di garantire al paese le risorse materiali necessarie alla sua sopravvivenza: senza una risposta efficace ai bisogni primari dei cittadini, infatti, difficilmente potrebbe essere tutelato il fragile ordine democratico che sta prendendo vita.

In questo quadro, l’Europa unita appare a De Gasperi la cornice ideale a cui guardare per costruire la pace nei rapporti internazionali. Alla base dell’europeismo di De Gasperi, considerato a buon diritto come uno dei “padri fondatori” dell’Unione Europea, vi è innanzitutto la consapevolezza dell’esistenza di una cultura e di una civiltà europea, che vengono prima della pur necessaria impalcatura istituzionale (un tratto che avvicina De Gasperi ad altri due padri fondatori dell’UE come Konrad Adenauer e Robert Schuman). Questa civiltà europea, d’altra parte, è andata delineandosi nel tempo grazie a sempre nuovi apporti. Anche in questo caso la centralità del cristianesimo, che ritorna pressoché in tutti gli scritti e i discorsi di De Gasperi dedicati all’Europa, non preclude un’apertura al riconoscimento della validità e dell’importanza anche di altri approcci culturali e filosofici nel plasmare il volto del continente europeo.

Nell’inviare un indirizzo di saluto alla costituenda Associazione italo-tedesca, ad esempio, De Gasperi non manca di ravvisare nell’associazione un «esempio di interesse quanto mai attuale per l’augurabile rafforzamento dei vincoli fra le nazioni europee già legate dai valori imprescindibili del cristianesimo e di quelle tradizioni che, pur nei differenti atteggiamenti, hanno radici comuni e comuni significati ideali»7.

L’intervento alla «Tavola rotonda d’Europa», nell’ottobre del 1953, sintetizza in modo particolarmente efficace lo sguardo degasperiano sul pluralismo delle radici culturali dell’Europa e sul cristianesimo inteso non solo come preziosa eredità del passato ma soprattutto come forza viva nel presente, capace di far progredire l’umanità all’insegna di principi – quali la tolleranza, la giustizia sociale e la pace – che possono essere fatti propri da tutti gli uomini di buona volontà:

«Le voci di tutte le epoche si armonizzano nel concerto europeo. Essi si fondano in una tradizione le cui radici sono classiche, ma che si estendono in ramificazioni lussureggianti e folte, una tradizione che ci ispira unendoci. Ancora recentemente, taluni ci hanno accusato, noi i sostenitori dell’Europa, di stabilire nell’ombra una sorta di identità tra Europa e cristianesimo o per meglio dire, tra l’Europa e il cristianesimo cattolico. Prima ancora che infondata questa accusa è sciocca. Permetteteci tuttavia di ricordare che il cristianesimo, essendo ai nostri occhi una cosa divina, appartiene e si indirizza a tutti gli uomini. Farne una cosa soltanto europea sarebbe limitarlo, degradarlo. D’altra parte come concepire un’Europa senza tener conto del cristianesimo, ignorando il suo insegnamento fraterno, sociale, unitario? Nel corso della sua storia, l’Europa è ben stata cristiana; come l’India, la Cina, il Vicino Oriente sono quelli che sono stati sul piano religioso. Come escludere dall’Europa il cristianesimo? So bene che anche il libero pensiero è europeo. Ma chi di noi ha mai sognato di prescriverlo nell’Europa libera che vogliamo edificare? Soprattutto, il cristianesimo è attivo, perennemente attivo, nei suoi effetti morali e sociali. Esso si realizza nel diritto e nell’azione sociale. Il suo rispetto per il libero sviluppo della persona umana, il suo amore della tolleranza e della fraternità si traducono nella sua opera di giustizia distributiva sul piano sociale e di pace sul piano internazionale. Ma simili principi non possiamo realizzare senza la pace; è in quest’ultima che lo spirito di collaborazione troverà il suo pieno slancio»8.

La conclusione della lunga esperienza di governo di De Gasperi, a seguito del mancato raggiungimento del quorum necessario a far scattare il premio di maggioranza nelle elezioni politiche italiane del giugno 1953, apre l’ultimo scorcio della sua esistenza terrena, destinata a concludersi il 19 agosto 1954.

Sul piano dell’impegno europeista – che ha visto De Gasperi tra i principali e più convinti promotori della Comunità Europea di Difesa (CED) tra 1951 e 1952 – lo statista è costretto ad assistere impotente al progressivo esaurirsi della spinta ideale che ha reso possibile la firma del trattato istitutivo della CED, un trattato che il parlamento francese deciderà di non ratificare (30 agosto 1954), decretando la fine del sogno degasperiano.

Il distacco dalla responsabilità del governo prepara il terreno per un’ulteriore maturazione spirituale di De Gasperi, che scopre – o, piuttosto, riscopre con maggiore consapevolezza – la propria condizione di «servo inutile», un’espressione evangelica utilizzata da De Gasperi per definirsi negli anni della persecuzione subita ad opera del regime fascista. Da questa presa di coscienza non deriva un atteggiamento passivo o rassegnato, ma una maggiore libertà nell’impegnarsi con le sfide del presente, che nasce dalla certezza che è il Signore a guidare la storia, anche nelle sue pieghe più contraddittorie.

Fino ai suoi ultimi giorni, infatti, De Gasperi avverte l’urgenza di continuare a testimoniare a quanti lo circondano il senso di un’esistenza vissuta come servizio, senza mai risparmiarsi, dentro un totale affidamento alla Provvidenza. È quanto emerge dalla vibrante e paterna missiva indirizzata a Oscar Luigi Scalfaro due settimane prima di morire, il 6 agosto 1954:

«Le sue affettuose (…) benché immeritate espressioni mi hanno confortato. Se le mie forze ritorneranno, vorrà dire che il Signore mi vorrà far fare ancora qualche lavoro, se no, lo farete voi giovani e bravi. Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’uno all’altro è il senso del servizio del prossimo, come ce l’ha indicato il Signore, tradotto e attuato nelle forme più larghe della solidarietà umana, senza menar vanto all’ispirazione profonda che ci muove e in modo che l’eloquenza dei fatti tradisca la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità»9.

Ritorna, in queste ultime parole, il senso della distinzione operata da Robert Schuman tra l’essere un apostolo e l’essere un settario, che permette di comprendere come De Gasperi – in tutti gli ambiti in cui si è giocata la sua esistenza, incluso quello dell’impegno europeista – abbia giocato la propria identità (di cristiano e di democratico) in un dialogo costruttivo con tutti, nel quale la professione della propria fede si sostanzia innanzitutto nel servizio del prossimo.

(dall’intervento al Convegno Dire Cristo in tempi di guerra)


(foto d’apertura: wikimedia)

Paolo Valvo

È professore associato di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È membro dei comitati scientifici di diverse riviste italiane e straniere, del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi e di altre prestigiose istituzioni accademiche. Principali pubblicazioni: Dio salvi l’Austria! 1938: il Vaticano e l’Anschluss, Mursia, Milano 2010; Pio XI e la Cristiada. Fede, guerra e diplomazia in Messico (1926-1929), Morcelliana, Brescia 2016; (a cura di) Servus inutilis. Alcide De Gasperi e la politica come servizio, Itaca, Castel Bolognese (RA), 2024; La precarietà stabile. Il modus vivendi tra Stato e Chiesa in Messico nelle carte vaticane (1934-1952), Studium, Roma 2025.

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