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4 Gennaio 2026
La pace e la sua sfida impossibile
La pace sembra un compito impossibile, ma nell’esercizio pieno di un’umanità restaurata – come mostra il papa commemorando Nicea – ci riscopriamo capaci di accettare anche questa sfida.
La capacità di raggiungere la pace sfugge alle nostre forze, tanto più in un mondo dove, come ci diceva il papa nel suo messaggio per la giornata della pace, «la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibrii di potere tra i più forti» e chi parla di una pace «disarmata e disarmante» è spesso deriso; ma, ci diceva ancora il papa, noi non possiamo assuefarci a questi squilibri e a queste incomprensioni, «come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana».
Abbiamo, in effetti, un punto di forza che ci consente di contrastare queste dinamiche e di sottrarci ai loro squilibri: una verità diversa, che si è fatta compagnia degli uomini proprio per salvarli dai loro limiti; e sappiamo anche che «quando la verità si esprime diventa amore, ma quando fiorisce diventa bellezza». E, come spiegava padre Romano Scalfi, commentando in un’omelia questo motto di Pavel Florenskij, «la bellezza è il gusto di vivere, sapendo che il Signore ci ha predestinati a fare grandi cose. Non perché abbiamo da noi stessi questa potenza, ma perché siamo così radicati in Cristo da poter contare sulla sua onnipotenza, sul suo amore infinito, sulla sua presenza costante».
Tutto il problema, allora sta qui: conta davvero per noi questa presenza? Può diventare una verità alla cui luce guardare il mondo per coglierne la bellezza nascosta? Noi non abbiamo la forza di darci da soli una pace che ci permetta di contemplare la bellezza del creato senza doverci nello stesso tempo vergognare per il male che continua ad accadere, ma possiamo assuefarci a questa incapacità?
Davanti a un’ingiustizia che pare sempre più insuperabile, e sempre più soddisfatta di sé in questa sua apparente e volgare invincibilità (al punto che sogna addirittura di darsi l’immortalità), abbiamo una possibilità di sottrarci a questa dialettica? Dove vogliamo immergere le nostre radici, per non lasciarci prosciugare dalla disperazione o da un cinismo che pretende di essere una forma di realismo?
Possiamo immedesimarci a Cristo e alla verità che Lui stesso è, come suggeriva padre Scalfi, o vogliamo accontentarci dei nostri sogni, sapendo però che spesso diventano incubi? Come in fondo è successo dopo la fine dell’Unione Sovietica, quando qualcuno sognava la fine della storia delle guerre del XX secolo e si è ritrovato, nel XXI secolo, a dover affrontare una guerra con motivazioni da XIX secolo.
Per un cristiano è la sfida di sempre, ma è anche una sfida ogni giorno rinnovata al nostro cuore e alla nostra ragione, che non possono rinunciare all’umile ma impegnativo esercizio delle loro virtù, quello per cui ci sono state donate: la ricerca della verità e di una via di uscita dal male e dalla follia della guerra.

Un ragazzo e il suo aquilone, lungo il lago di Nicea. (E. Erdoğdu, pexels.com)
Non possiamo lasciarci sfuggire il fatto che questa sfida continua a esserci rilanciata dal magistero della Chiesa e da papa Leone, vuoi con il messaggio sulla pace citato all’inizio, vuoi con gesti grandiosi come la commemorazione del Concilio di Nicea, che ha occupato le cronache di qualche settimana fa, ma che spesso è stato ridotto a un gesto puramente di circostanza da archiviare rapidamente, mentre in realtà è stato esattamente un ritornare a questo punto di forza che ci strappa dalle sabbie mobili nelle quali vorrebbero abbandonarci i potenti di questo mondo.
Come ha costantemente ricordato papa Leone, stabilendo la verità su Cristo, vero Dio e vero Uomo, i padri conciliari di Nicea ci hanno dato il cuore di una fede che libera veramente l’uomo da ogni assalto e limitazione mondana: «Negando la divinità di Cristo – diceva il papa in un suo intervento del 28 novembre scorso – Ario lo ridusse a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione, cosicché il divino e l’umano rimasero irrimediabilmente separati. Ma se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci “partecipi della natura divina”».
In Cristo, vero Dio, siamo sottratti all’insignificanza e strappati alla dialettica dell’inimicizia, dell’odio e della morte che regna su ogni cosa terrena e la definisce nei suoi limiti insuperabili, ma in Cristo, vero Uomo, questa liberazione può essere interessante proprio per noi uomini, così limitati e così schiacciati dall’insignificanza di ogni nostro gesto e di ogni nostra realizzazione: tutti i nostri successi, anche i più grandi, sono destinati a essere travolti dal passare del tempo e dal succedersi di generazioni mortali il cui unico destino, fuori dalla prospettiva dell’eternità di Dio, è quello di generare ogni volta nuove generazioni ugualmente destinate alla morte.
Eppure, in Cristo, all’uomo che pur riconosce questi limiti è stata offerta una via diversa da quella della guerra perpetua e della morte, è stata offerta la via per diventare «partecipe della natura divina», come dice quella tradizione delle Chiese orientali che, non a caso, papa Leone ha definito dall’inizio del suo pontificato «preziose e provate», tanto più «preziose» in quanto confrontate a un mondo, e a un Occidente in particolare, che non sa trovare vie d’uscita dalle tragedie contemporanee.
In Cristo, vero Dio e vero Uomo, la verità è scesa fra gli uomini e l’alternativa non è più tra l’insignificanza o la necessità di costruirsi da soli una verità che ogni volta si dimostra un inganno mortale, l’alternativa non è più tra un fuoco vitale che vorremmo strappare agli dei per sottrarci alla morte e al gelo della solitudine e le fiamme con le quali vorremmo bruciare i nostri nemici: alla dialettica senza vie di uscita tra il relativismo e l’assolutismo cui sono ridotte le nostre società (tra chi dice che non esiste alcuna verità e chi vorrebbe imporre la propria), tra il rifiuto di ogni verità e una verità che sa soltanto schiacciare gli altri, l’eredità di Nicea ci offre una posizione nuova, né una verità che pretende di aver risolto già tutto, né la semplice rinuncia a qualsiasi verità e l’abbandono a una vaga speranza dove la pace tanto desiderata dovrebbe essere il frutto delle «anonime forze impersonali» e delle «strutture indipendenti dalla volontà umana» di cui parlava il papa, cioè di un destino che ha già dimostrato più volte la sua indifferenza alle persone concrete.

Pescatori sul lago di Nicea. (B. Özgöç, pexels.com)
L’eredità di Nicea, per nulla confinabile in una semplice commemorazione, non ci dà una verità che ci risolverebbe ogni problema, non ci offre un Dio nel cui nome spazzare il mondo dagli ospiti indesiderati (si tratti di qualche immigrato o di un popolo che non si lascia sottomettere alla volontà di potenza di un suo vicino). Non dobbiamo dimenticare a questo proposito l’insistenza contro l’uso blasfemo del nome di Dio per giustificare le guerre, un’insistenza che caratterizza il magistero di Leone XIV ed è stata da lui ribadita nel messaggio per la giornata della pace:
«fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio».
Ma, mentre ci mette in guardia da questa pretesa blasfema, l’eredità di Nicea ci protegge da quello che sempre il papa ha definito come una sorta di «arianesimo di ritorno», quando, per sfuggire alla nostra intollerabile incapacità di trovare soluzioni immediate, non si sa trovare altro se non un vago riferimento a una qualche bontà naturale o a un fantomatico equilibrio di interessi che, proprio in nome degli stessi interessi che provocano le guerre, dovrebbe magicamente portare a un accordo… in attesa del prossimo inevitabile squilibrio di interessi.
E allora, nella speranza di poterla utilizzare a sostegno dei propri piani, si guarda con interesse alla religiosità, «si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso».
E così, invece di trovare una via che permetta di rispondere alle esigenze di bene del nostro cuore e di esercitare la forza della nostra ragione, ci si adegua al dato e si rinuncia a quella che il papa ha chiamato la « via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale» che, certo, oggi sembra non avere possibilità di successo e, anzi, spesso è derisa e delegittimata, mentre dovrebbe essere sostenuta con «il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali» e appunto con l’esercizio pieno di un’umanità che Nicea ci ricorda restaurata.

Tramonto sul lago di Nicea. (R. Bozkuş, pixabay.com)
Come ci precisava il testo di padre Šmeman pubblicato lo scorso Natale, non si tratta di mettere in campo né una nuova morale più esigente, né una nuova spiritualità più elevata: a Natale «il cielo si è avvicinato alla terra, e non per svalutarla, per strapparci ad essa come se fosse qualcosa di inutile o addirittura negativo e dannoso per sua essenza, ma per svelarci il senso autentico della terra e di ciò che è terreno, per illuminarlo – come canta un inno natalizio – con il “Sole di giustizia”, e comprenderne il significato attraverso la “luce della ragione”».
La prospettiva di Nicea è quella di un Dio che si è fatto uomo per accompagnarci con un criterio –quello che un tempo si chiamava la coscienza, il cuore, il “Sole di giustizia”, la “luce della ragione”, ecc. – che, mentre ci impedisce di crederci degli dei, si rende costantemente presente nella forma di un senso di responsabilità e di una vocazione che non sono una vaga ispirazione, ammirevole ma fondamentalmente inefficace, ma un criterio profondamente operativo come quello che recentemente indicavamo a proposito dell’intelligenza artificiale:
se si prende sul serio la prospettiva di un Dio che si fa uomo e che crea l’uomo a propria immagine e somiglianza, l’uomo diventa portatore di una tale verità e di una tale dignità che nulla di terreno può veramente mai adeguare fino in fondo, ma nello stesso tempo gli dà dei criteri per essere fedele alla propria vocazione:
non si tratta di demonizzare la tecnica e il progresso, o di sminuire le capacità umane, ma di capire se devono essere umane o meno, se devono vivere soltanto là dove sono efficienti e utili o se possono cercare di trovare una soluzione anche là dove ogni via sembra chiusa; come diceva il documento vaticano Antiqua et Nova, mentre un’intelligenza ridotta a compiti funzionali, dominata dal criterio dell’utile, non riesce a trovare vie praticabili, l’intelligenza umana, con tutti i suoi limiti, ha possibilità paradossalmente più grandi di cogliere la realtà: «Da una malattia si può imparare tanto, così come si può imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un semplice tramonto».
Lasciamo ad altri la vanità di parlare dell’immortalità su questa terra o della pace perpetua, noi continuiamo a stupirci davanti a un tramonto, a un abbraccio di riconciliazione o a una vita che nasce… e cerchiamo di far sì che una ricerca umile delle vie per la pace, retta da un cuore sensibile alle sofferenze e da una ragione attenta alla verità e alla giustizia, continui a renderle possibili.
(Immagine d’apertura: il lago di İznik [Nicea], E. Erdoğdu, pexels.com)
Adriano Dell’Asta
Già docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.
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