1 Maggio 2026
Autocoscienza e abnegazione nazionale
Non è vero che le grandi decisioni politiche nascano necessariamente da puri calcoli di potere, nella storia ci sono dei momenti in cui l’impulso al bene prevale sulla pulsione negativa. Il fascino del bene e dell’ordine ha edificato talvolta il mondo.
Nella storia russa troviamo grandi esempi di abnegazione nazionale. Soffermiamoci su di essi non per vantarcene, ma per capire in che cosa consista il vero patriottismo, ciò che è molto importante anche da un punto di vista pratico.
La nostra storia presenta due grandi imprese veramente patriottiche: la chiamata dei Variaghi e la riforma di Pietro il Grande1. E proprio contro queste due grandi imprese dello spirito popolare c’è chi insorge in nome del patriottismo, rifiutando la prima come una favola e condannando la seconda come un peccato storico.
La tendenza alla discordia e alle lotte intestine, l’incapacità di raggiungere l’unità, l’ordine e l’organizzazione sono sempre stati, come ben sappiamo, un tratto distintivo delle tribù slave. Anche gli iniziatori della nostra storia si sono trovati di fronte a questa naturale caratteristica tribale, ma allo stesso tempo hanno scoperto anche che in essa non c’è nulla di buono e hanno deciso di contrastarla. Non vedendo elementi di unità e di ordine in casa propria, osarono chiamarli dall’esterno e non temettero di sottomettersi a un potere straniero. Apparentemente, facendo appello a un potere straniero, questa gente rinnegava la propria terra natale, la tradiva; in realtà, proprio loro hanno creato la Russia, e dato inizio alla storia russa. La grande parola dell’autocoscienza e dell’abnegazione nazionale: «La terra nostra è grande e fertile, ma ordine in essa non v’è. Venite a governarci e a comandarci»2, è stata una parola creativa, che ha manifestato per la prima volta la forza storica del popolo russo e ha creato lo Stato russo. Senza questa parola, gli Slavi orientali avrebbero subito la stessa sorte degli Slavi occidentali: i Venedi, gli Obodriti e altri. Anche loro, come noi, risentivano di discordie e disordini, ma non volevano o non erano in grado di liberarsi di questo male attraverso la sottomissione volontaria a un sistema statale esterno. Non hanno chiamato degli stranieri per avere un ordine: gli stranieri stessi sono venuti da loro per conquistarli e li hanno inghiottiti, e tutto ciò che è rimasto di loro è solo il nome. E anche noi avremmo subito lo stesso destino senza quella manifestazione di forza morale, che si è espressa nella chiamata dei Variaghi e ha gettato le basi dello Stato russo.
Dobbiamo ricordare infatti che noi, come nazione, ci siamo salvati dalla distruzione non grazie all’egoismo e all’egocentrismo nazionale, ma in virtù dell’abnegazione nazionale.
Il vero patriottismo richiede che si creda nel proprio popolo, e la vera fede si accompagna al coraggio: non si può credere in qualcosa e temere per l’oggetto della propria fede. I fondatori della Russia, coloro che hanno chiamato i Variaghi, avevano questa fede autentica, unita all’impavidità; non temevano che un potere straniero potesse schiacciare con una forza esteriore un popolo, che aveva avuto abbastanza forza interiore per sottomettersi volontariamente a questo potere.
Inoltre, il patriottismo richiede che amiamo il nostro popolo, e l’amore autentico è comprensivo dei bisogni reali, compatisce le disgrazie reali di coloro che amiamo. I nostri antenati, che avevano chiamato i Variaghi, avevano questo amore autentico; sentivano profondamente l’urgente bisogno di unità e ordine che il loro popolo aveva, soffrivano per le discordie e le lotte.
Infine, il patriottismo richiede che vogliamo davvero aiutare concretamente il nostro popolo nelle sue disgrazie, senza aspettare che l’aiuto arrivi da solo. E i nostri antenati non hanno aspettato che l’unità nascesse per conto proprio dalla discordia e l’ordine dall’anarchia: hanno fatto appello a una forza reale di unità e di ordine e hanno coraggiosamente invocato un potere straniero. Non pensiamo certo che Rjurik3, i suoi fratelli e le sue milizie rappresentassero un governo ideale, ma se i nostri antenati avessero cercato il governo, ideale lo Stato russo non si sarebbe mai formato. La terra russa non sarebbe stata riunita, e noi stessi saremmo ora tedeschi come gli abitanti del Meclemburgo o della Pomerania.
La saggezza e l’abnegazione dei nostri antenati hanno garantito l’esistenza indipendente della Russia e le hanno dato i primi rudimenti di una forte statualità. Tale statualità era essenziale per la Russia, situata sulla grande strada tra Europa e Asia, priva di difese naturali e aperta a tutti i colpi. Senza un profondo senso dello Stato, senza un’obbedienza piena di abnegazione e incrollabile al principio del governo, la Russia non avrebbe potuto resistere alla doppia pressione dell’Oriente e dell’Occidente: come gli altri nostri fratelli slavi, saremmo stati schiavizzati dagli infedeli o assorbiti dai tedeschi.
Ma nelle prove di una lunga pena, sopportando i colpi del destino, la Rus’ s’era rafforzata. Così il pesante martello, rompendo il vetro, forgia l’acciaio.
(A. Puškin, Poltava (1828), canto primo)
I primi rudimenti di statualità portati dai Variaghi si trasformarono nel corpo forte e coeso del regno moscovita. Con l’unificazione di Kiev e della Piccola Russia4nel XVII secolo, il regno di Mosca diventa panrusso.
Tuttavia, affinché questa nuova potenza politico-nazionale potesse entrare nell’arena della storia mondiale per un servizio consapevole e fruttuoso alla causa di Dio in terra, le era necessario armarsi di tutti i mezzi di azione e, attraverso un graduale percorso di formazione, raggiungere la consapevolezza del proprio compito universale.

Il regno dei tre fratelli variaghi, una miniatura della Cronaca dei Radziwiłł (XV secolo). (wikimedia)
Il bisogno di cultura e civiltà
La Russia del XVI secolo, forte del proprio sentimento religioso e ricca del senso dello Stato, aveva anche un estremo bisogno di una civiltà esteriore e di una cultura spirituale. Il senso religioso del popolo, privo di una chiara capacità di ragionamento, confuse le verità di fede con la lettera liturgica e diede origine allo scisma ecclesiastico5. Il senso dello Stato dei nostri governanti, pur avendo fissato correttamente i compiti politici della Russia, non aveva i mezzi per realizzarli con successo nella lotta contro vicini più civilizzati, anche se meno forti.
E così, come prima abbiamo dovuto cercare un principio di potere esterno, non avendone uno nostro, adesso abbiamo dovuto cercare una civiltà e una cultura esterna, non avendone una nostra. E anche in questo caso abbiamo dovuto mostrare di nuovo il nostro autentico patriottismo, una fede impavida e un amore pratico attivo per la patria. Tale fu la fede nella Russia, tale fu l’amore per essa che manifestarono Pietro il Grande e i suoi collaboratori. Per l’autostima del popolo, mettersi a una scuola straniera poteva sembrare anche peggio che subire un dominio straniero. Ma Pietro il Grande credeva nella Russia e non temeva per lei; credeva che la scuola europea non potesse privare la Russia della sua identità spirituale originale, ma solo darle la possibilità di manifestarsi. E anche se non abbiamo ancora visto una piena manifestazione dello spirito russo, resta il fatto che tutto quello che di buono e originale abbiamo avuto nell’ambito del pensiero e della creatività ha potuto manifestarsi solo grazie alla riforma di Pietro: senza questa riforma, ovviamente, non avremmo avuto né Puškin, né Glinka, né Gogol’, né Dostoevskij, né Turgenev e Tolstoj, né gli occidentali né gli slavofili…
Pietro il Grande amava davvero la Russia, cioè aveva compassione per i suoi bisogni reali e per le sue disgrazie derivanti dall’ignoranza e dalla barbarie. Contro questi bisogni e disastri reali si è rivolto a mezzi reali: la civiltà europea. Non stette ad aspettare che l’aiuto apparisse per conto proprio, automaticamente, сhe la Russia, sprofondata nell’ignoranza, dilaniata da aspre lotte per il doppio alleluia6, all’improvviso generasse da sé stessa, dal profondo del proprio spirito, una nuova cultura originale, una sua particolare civiltà. L’amore autentico è attivo. E vorremmo forse rimproverare al grande riformatore di essere stato un uomo d’azione invece che un sognatore e di aver preso, per aiutare la Russia, la civiltà e la scienza là dove esse erano, senza aspettare che venissero da dove non c’erano? Per Pietro il Grande, del resto, lo scopo della riforma non era certo quello di asservirci a una cultura estranea, ma di farcene assimilare i principi umani universali, perché potessimo adempiere positivamente il nostro compito nella storia del mondo. Ma prima di poter assimilare la civiltà europea, dovevamo accoglierla nelle forme, a noi estranee, nelle quali già esisteva in Europa. Sarebbe strano rimproverare a Pietro il Grande di non aver introdotto in Russia la civiltà umana universale ma una straniera, tedesca o olandese. Il fatto è che i principi formativi non esistono in astratto, ma sempre in concreto all’interno di una specifica forma nazionale, e prima di elaborare per loro una nostra veste nazionale, abbiamo dovuto prenderli nell’una o nell’altra forma straniera già esistente.
Questo è tanto naturale e necessario quanto il fatto che i nostri antenati del tempo di Gostomysl7, volendo dare alla Russia potere e ordine, non potevano rivolgersi per questo al principio del potere o dell’ordine in generale, ma dovevano rivolgersi a questo principio nella forma concreta della družina normanna.
(Traduzione e cura di Adriano Dell’Asta)
5 – continua
(Immagine d’apertura: La chiamata dei Variaghi, una miniatura della Cronaca dei Radziwiłł (XV secolo); wikimedia)
Vladimir Solov’ëv
Vladimir Solov’ëv (1853-1900) è uno dei filosofi russi più importanti di tutti i tempi. In lui sono già presenti, a livello di sistema, tutte le idee che saranno all’origine della rinascita spirituale russa dell’inizio del XX secolo. Tra le sue opere ricordiamo: La Russia e la Chiesa universale, La crisi della filosofia occidentale» e «Islam ed ebraismo».
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