9 Giugno 2026
Il codice e la patria: la Russia prova a regolare l’IA
Quando una legge arriva in ritardo e cerca di recuperare tutto in fretta, il rischio è che costruisca muri invece di fondamenta. È quello che sta accadendo con il disegno di legge russo sull’intelligenza artificiale: un testo che vorrebbe garantire «sovranità tecnologica», ma che rischia di isolare il paese proprio dalle tecnologie che vorrebbe padroneggiare.
Durante la sessione plenaria del Forum economico eurasiatico svoltosi ad Astana a fine maggio, il presidente Putin ha rilanciato il ruolo della Russia nella corsa alle tecnologie di intelligenza artificiale (IA). La Federazione detiene riserve strategiche di diverse materie prime necessarie per la produzione di microelettronica avanzata e per sostenere le infrastrutture dell’IA: palladio, gas e terre rare, tungsteno e l’energia nucleare che viene sempre più considerata la fonte «pulita» del futuro per alimentare i data center. Tuttavia, se da un lato la Russia dispone della materia prima, i report di settore evidenziano un paradosso strategico: la mancanza di tecnologie interne per la lavorazione avanzata, dovuta anche alle sanzioni internazionali, costringe il paese ad esportare le materie grezze verso hub asiatici (Cina, India) per la raffinazione, riacquistando poi i componenti finiti.
A livello legislativo, la proposta di legge sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale (IA), presentata il 18 marzo scorso, si inserisce in un contesto globale di profonda trasformazione, dove la tecnologia diventa un pilastro della sovranità statale. Il quadro normativo federale ha cominciato a prendere forma soltanto nel 2019, con la Strategia nazionale per lo sviluppo dell’IA fino al 2030 (Ukaz 490, rev. 2024), un documento programmatico che fissava principi generali lasciandoli però sospesi nel vuoto delle intenzioni, senza meccanismi che li traducessero in obblighi concreti. A seguire, nel 2020, sono arrivati la Legge sui regimi giuridici sperimentali per l’innovazione digitale (258-FZ) e il Documento-guida sulla governance dell’IA e della robotica, che si limitavano ad abbozzare la costruzione di un’infrastruttura normativa. Il risultato è stato un paesaggio frammentato: regolamentazione sparsa per vari rami del diritto, nessuna legge organica, e soprattutto il silenzio sulla questione della responsabilità giuridica per i danni causati dai cosiddetti sistemi autonomi, come i veicoli a guida autonoma e i robot industriali.
In questa situazione piuttosto incerta si inserisce il disegno di legge federale sui Fondamenti della regolamentazione statale sull’applicazione dell’IA, diffuso a marzo per la consultazione pubblica, che vorrebbe essere la prima legge organica russa sull’IA preparata per entrare in vigore nel settembre 2027. Ma il cammino verso la sua approvazione si è rivelato subito accidentato: il 23 aprile la Consulta presidenziale ha segnalato contraddizioni con il Codice civile, duplicazioni di norme già esistenti e formulazioni eccessivamente vaghe. Il testo è stato ritoccato, il governo ha ammorbidito alcune delle disposizioni più controverse, e ad oggi resta un documento in evoluzione, sebbene già sufficientemente definito nei suoi tratti essenziali da permetterne una valutazione.

Il data center «Innopolis». (hrabr.ru)
La «sovranità tecnologica» prima di tutto
Il disegno di legge si articola in una ventina di articoli che introducono una gerarchia di modelli di IA suddivisa in «sovrano», «nazionale» e «affidabile», secondo uno schema che costituisce già di per sé un problema, dato che le definizioni precise vengono rinviate a successivi atti del governo: così sovrano e nazionale si riferiscono all’origine del modello (interamente o parzialmente prodotto in Russia), affidabile alla sua certificazione di sicurezza (quindi può esserlo anche un modello straniero). La proposta di legge sancisce inoltre i diritti dei cittadini nell’interazione con i sistemi automatizzati, distribuisce le responsabilità tra sviluppatori, operatori, proprietari dei servizi e utenti finali, e disciplina la marcatura dei contenuti generati dall’IA.
Il testo dichiara di voler creare «le condizioni giuridiche per lo sviluppo accelerato e l’introduzione delle tecnologie di IA», e contemporaneamente intende garantire «la sicurezza dell’individuo, della società e dello Stato» e soprattutto assicurare «la sovranità tecnologica statale». Già qui si coglie la tensione strutturale che attraversa l’intero documento: da un lato lo sviluppo e dall’altro il controllo, senza peraltro offrire un meccanismo convincente per gestire questa situazione.
Tra i principi enunciati all’articolo 4 vi sono il rispetto dell’autonomia e del libero arbitrio, la sicurezza e l’indipendenza tecnologica, il primato dei diritti e delle libertà della persona che è vista radicata in una comunità (famiglia, nazione, storia) e moralmente orientata verso il bene, il sacrificio, la collettività: il singolo esiste in relazione alla patria, alla famiglia, alle generazioni passate e future. Così, accanto a principi tecnico-giuridici di derivazione internazionale, compaiono elementi filosofici che appartengono a una visione politica ben precisa.
Tra i punti di forza vi sono tutele utili per i cittadini, come l’articolo 9 il quale prevede che il singolo sia informato quando una decisione che lo riguarda viene presa in modo autonomo dall’IA; prevede inoltre che si abbia il diritto di ricevere un servizio anche «in forma non automatizzata», e che si possa ottenere un risarcimento per i danni derivanti da un uso illegittimo delle tecnologie. Tuttavia alcuni giuristi hanno osservato che si tratta di disposizioni che avrebbero un effetto boomerang per le imprese: infatti «se un servizio è obbligato a fornire una prestazione senza l’uso dell’IA, il significato economico dell’automazione svanisce, le imprese sono costrette a mantenere due organici paralleli (IA più personale umano), e i margini di profitto vengono annullati» (Avakjan 2026).
La versione aggiornata dell’articolo 12 è sfortunatamente un passo indietro poiché impone – solo in ambito civile – la marcatura dei contenuti fotografici, video e audio generati dall’IA in formato leggibile dalle macchine e non più dall’uomo; si va dunque nella direzione opposta rispetto all’AI Act europeo riducendo sensibilmente la tutela del cittadino. La distribuzione di responsabilità tra i vari attori (art. 10) è invece, in linea di principio coerente con le migliori pratiche internazionali, così come l’approccio ai rischi (art. 5), mentre l’aggiornamento dell’art. 13 stabilisce che l’addestramento dei modelli su dati pubblici non costituisce violazione del diritto d’autore.

(conny schneider, unsplash)
Criticità di un testo in evoluzione
Tuttavia l’analisi di professionisti come Elena Avakjan, vicepresidente dell’Associazione degli avvocati russi, ha messo in luce diverse falle: riguardo al testo originale, la giurista ha osservato che la legge «contraddice contemporaneamente gli interessi di tutti i soggetti coinvolti nei rapporti giuridici», imprese, Stato e cittadini.
Il nucleo della critica è di ordine tecnico-giuridico, ma ha conseguenze economiche e politiche di ampia portata: la legge commetterebbe un «errore fatale» di impostazione perché regola i modelli di IA anziché i sistemi. In altri termini, impone obblighi di registrazione, certificazione e requisiti di origine non al prodotto finito che interagisce con gli utenti (e può quindi causare danni), ma al codice sorgente e al modello ancora in fase di elaborazione. È come se una legge sulla sicurezza automobilistica, invece di testare le auto prima di immetterle sul mercato, imponesse controlli sul metallo fuso in fonderia. Un modello neurale è uno strumento, non un prodotto; il suo comportamento reale dipende dal contesto di applicazione, dai dati in ingresso, dalla regolazione fine, perciò «verificare la sicurezza del modello al di fuori del sistema [di applicazione] è una cosa tecnicamente priva di senso. È impossibile garantire che una rete neurale sia “priva di allucinazioni” o non faccia discriminazioni, senza riferirsi ad uno scenario d’uso concreto» (Avakjan, 2026).
Regolare il modello significa controllare il punto di passaggio obbligato da cui tutto il resto discende. Se il modello è certificato, allora, nella logica dei regolatori russi, qualsiasi sistema costruito su di esso eredita quella certificazione. È la stessa logica per cui si regola la produzione dell’acciaio invece dei singoli bulloni. Al di fuori dell’ambito militare e di sicurezza, se si vuole garantire che un sistema di IA non produca contenuti che contraddicono la storiografia ufficiale, che non generi analisi politiche sgradite, o semplicemente che rispetti i «valori tradizionali spirituali e morali» previsti dall’articolo 4, l’unico modo per farlo è agire sui dati di addestramento. Così si interviene a livello di «inconscio» del sistema, prima ancora che si manifesti in un prodotto finito.
Per fare un confronto, l’AI Act europeo parte dalla premessa secondo cui non è l’IA in sé che va regolata, ma il danno che può causare in un contesto specifico (approccio basato sul rischio). Non c’è un giudice che valuta se il modello «merita» di esistere, c’è un sistema che valuta se il suo uso in un contesto specifico è sicuro. Negli USA invece l’idea di fondo è che la regolazione preventiva è peggio del problema perché rallenta l’innovazione e tende a essere superata dalla tecnologia prima ancora di essere pienamente applicata. Tuttavia, con l’ordine esecutivo di Trump di qualche giorno fa, Washington ha intrapreso una direzione più articolata, improntata all’accesso controllato ai cosiddetti «modelli di frontiera» in forma volontaria e negoziata con le Big Tech: non si regola l’origine, non si certificano i valori, ma si costruisce una rete di «partner fidati». Non è un avvicinamento al modello russo, dove lo Stato vuole controllare tutti gli attori, è piuttosto un avvicinamento a quello cinese, dove le grandi piattaforme operano in simbiosi con lo Stato.
Europa, Stati Uniti e anche la Cina regolano l’IA nel momento in cui entra in contatto con le persone, non prima, mentre «il disegno di legge russo ribalta la logica: richiede la registrazione e la certificazione del modello (artt. 7-8), anche se non è ancora integrato in nessun sistema e non causa alcun danno. Allo stesso tempo, un sistema applicabile nella pratica, che può influire sui diritti dei cittadini, rimane senza una chiara valutazione di conformità: è sufficiente che alla sua base vi sia un modello “corretto” per origine. Si tratta di una sostituzione del risultato con le condizioni di partenza» (Avakjan, 2026).
Per le imprese, questa impostazione si tradurrebbe in costi di conformità insostenibili, soprattutto per le startup e le piccole aziende. Il sistema di certificazione previsto per i modelli affidabili rappresenta infatti una barriera finanziaria insormontabile per chiunque non abbia alle spalle un capitale adeguato. Un altro problema, poi fortunatamente smussato, era il requisito della sovranità: secondo il testo originale (artt. 7-8), i modelli sovrano e nazionale dovevano essere sviluppati esclusivamente da cittadini russi, sul territorio russo, e con dati di origine russa, requisiti che gli esperti hanno definito semplicemente irrealizzabili. L’IA moderna si costruisce su librerie open-source globali, su modelli pre-addestrati e su dataset internazionali: «Costringere a “reinventare la ruota” significa che lo sviluppatore russo spenderà risorse non per l’innovazione, bensì per riprodurre funzionalità già esistenti», ha osservato la Avakjan. Nella versione aggiornata si è fatto un passo avanti e non è più richiesta la piena localizzazione, è sufficiente che lo sviluppatore sia una persona giuridica russa e che definisca e modifichi autonomamente le caratteristiche essenziali del modello. In termini concreti, questo significa che Yandex o Sber possono continuare a usare componenti open source di origine straniera, purché il controllo sul modello resti in mani russe.
Rimane però la criticità del divieto di controllo straniero per i modelli sovrani (come richiesto dall’art. 7), secondo cui una «persona giuridica russa» – l’unica che possa sviluppare un modello sovrano – deve detenere più del 50% del diritto di voto: se una startup russa riceve capitali anche da un paese amico e non è più interamente controllata da soggetti russi, perde il diritto di sviluppare modelli sovrani e di accedere ai relativi sussidi e vantaggi statali. In sostanza, nel tentativo di proteggere la sovranità tecnologica russa, si rischia paradossalmente di tagliar fuori le fonti di finanziamento disponibili per costruirla.
Anche su altre disposizioni il governo ha fatto marcia indietro, sempre grazie alle pressioni del mondo economico e imprenditoriale: sono stati così rimossi i vincoli sui dataset di addestramento e cancellato l’obbligo per i servizi con più di 500mila utenti di registrarsi come piattaforme di comunicazione, che avrebbe comportato l’obbligo di installare sistemi per il controllo dei dati da parte dei servizi di sicurezza. Quest’ultimo punto è di non poco conto: la sua rimozione è una concessione significativa alle preoccupazioni del settore, probabilmente perché diversamente la legge avrebbe scoraggiato qualsiasi investimento straniero, e reso i servizi russi di IA incompatibili con gli standard internazionali di protezione dei dati.
Infine, Avakjan solleva il punto della tutela psicologica del cittadino. Mentre la Cina ha introdotto norme sulla cosiddetta «IA antropomorfa» che regolano le manipolazioni emotive, la dipendenza psicologica indotta da chatbot, i rischi di suicidio negli utenti vulnerabili, per ora la legge russa non dice nulla al riguardo. Si preoccupa del luogo dove vengono conservati i dati, non di cosa fanno quei dati nella mente delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili come bambini e anziani: «Mentre la Cina vieta le “trappole emotive” e le manipolazioni, la legge russa lascia i cittadini soli di fronte ad algoritmi in grado di provocare dipendenza. Finché lo Stato si limiterà a verificare in quale data center sono conservati i dati, i cittadini rimarranno senza protezione dalla manipolazione della coscienza da parte dell’IA». Preoccupazione questa condivisa anche dalla Chiesa ortodossa, come sottolineato recentemente sulla Tass da Vladimir Legojda – capo del dipartimento sinodale del Patriarcato di Mosca per i rapporti con i media, – che ha messo in guardia dai rischi dell’uso dei social e dell’intelligenza artificiale per i minori.

(nathan kuczmarski, unsplash)
L’IA nel nuovo «disordine»
La legge, allo stato attuale della discussione, costruisce una cornice normativa che non vincola il governo ma gli conferisce discrezionalità quasi illimitata, non stabilisce regole chiare limitandosi a creare piattaforme per decidere le regole in futuro, caso per caso, settore per settore. Tutto il resto viene rimandato a decreti successivi. È qui che emerge un punto di contatto interessante con il rapporto del Club Valdaj intitolato Dottor Caos, ovvero come smettere di aver paura e imparare ad amare il disordine, pubblicato nel settembre 2025.
Il documento è firmato da sei politologi legati al principale think tank di Putin, si presenta come un’analisi sobria dello stato delle relazioni internazionali, e propone un posizionamento strategico della Russia in un’epoca in cui il vecchio ordine liberale si sgretola senza che emerga un ordine alternativo coerente.
L’argomento centrale è che le norme dell’ordine liberale internazionale – il diritto internazionale, le istituzioni multilaterali, i princìpi universali – non erano affatto universali, bensì lo strumento con cui i paesi più forti hanno imposto le proprie regole agli altri. E dato che quell’ordine sta collassando, è giusto e inevitabile che ogni attore persegua i propri interessi situazionali, negoziando volta per volta, senza preoccuparsi di costruire un sistema normativo stabile.
Il titolo del documento Valdaj è già un programma: bisogna «smettere di aver paura e amare il disordine». L’argomento è che il collasso dell’ordine liberale, pur producendo instabilità, offre opportunità a chi sa muoversi in un ambiente senza regole fisse. La legge sull’IA rispecchia questo approccio: invece di costruire un sistema di regole certe e prevedibili, costruisce un sistema volutamente aperto, in cui il governo si riserva di decidere. Nel documento Valdaj l’IA viene menzionata come uno strumento di stabilizzazione del sistema, non come una questione di diritti o di trasparenza. Esattamente come nella legge: non è una tecnologia da regolare nell’interesse dei cittadini, ma una risorsa da controllare nell’interesse dello Stato.
A questo proposito, nell’art. 7 è comparso un comma secondo il quale i modelli sovrani e nazionali devono «superare la verifica di conformità alla legislazione federale e ai valori spirituali e morali tradizionali» in conformità con il decreto presidenziale (n. 809) del novembre 2022, in linea con l’approccio Valdaj: non una regola tecnica verificabile, ma uno strumento di discrezionalità politica a disposizione di chi controlla la certificazione. «Se non si tratta di un criterio legale, come farà il governo a verificare il modello di conformità al “collettivismo” e alla “priorità del fattore spirituale su quello materiale”?» – si chiede Aleksej Parfun, vicepresidente dell’Associazione russa delle agenzie di comunicazione.
Certo, in questo momento stiamo ragionando su un documento in transizione. Le concessioni fatte dal governo dopo la consultazione pubblica suggeriscono che almeno parte della critica è stata recepita. Ma l’impianto del problema rimane: la tendenza a regolare lo strumento anziché la sua applicazione, a privilegiare il controllo dell’origine rispetto alla valutazione dell’impatto, a rispondere alla complessità tecnologica con meccanismi burocratici che rischiano di diventare obsoleti prima ancora di entrare in vigore.
La Russia si trova di fronte a una scelta che si rifà a quella che gli studiosi del Club Valdaj pongono sul piano geopolitico: o imparare a vivere nell’interdipendenza senza rinunciare alla propria autonomia strategica, oppure chiudersi in una «sovranità» che rischia però di ritardare qualsiasi sviluppo.
(immagine d’apertura: Gemini)
Angelo Bonaguro
È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.
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