15 Settembre 2026
Delle Chiese orientali non possiamo fare a meno
La ricchezza delle Chiese orientali, il dramma delle guerre e la speranza dell’ecumenismo. Il cardinale Claudio Gugerotti invita l’Occidente a riscoprire un patrimonio di fede troppo spesso ignorato e riflette sulla forza della diplomazia della Santa Sede.
«Preziose e provate», le ha chiamate papa Leone; e così appaiono, in tutta la loro multiforme ricchezza e varietà, le Chiese orientali cattoliche nella magistrale presentazione offertaci dal cardinale Claudio Gugerotti all’ultimo Meeting di Rimini. Come ci è stato più volte ricordato dal magistero, conoscerle e amarle è un compito cui noi cristiani occidentali non possiamo mancare se vogliamo che «sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità della Chiesa» (san Giovanni Paolo II).

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Pensando ai tanti scenari di crisi, a tutti i focolai accesi in tante parti del mondo, dal suo osservatorio privilegiato sulle Chiese orientali, quali segni di speranza vede oggi?
Anzitutto, cerchiamo di ricordare che cos’è l’Oriente cristiano in termini molto semplici, forse primitivi, ma per poter richiamare alla mente o forse sentire per la prima volta che il cristianesimo è una realtà plurale, che non è soltanto la cultura di casa nostra, soprattutto quella di ieri perché oggi la sua presenza appare più precaria e talvolta persino contrastata con forza.
Il cristianesimo nasce plurale. I discepoli di Gesù percorrono le strade del mondo e dove si costruiscono comunità cristiane, dove lo spirito le suscita, nascono espressioni autentiche di preghiera, di pensiero, di canto, di adorazione che rispondono alla natura particolare di ciascuna comunità o di ciascun popolo.
È così che si estende nel mondo orientale – il primo evangelizzato – una varietà di espressioni per esprimere la medesima realtà. Pensate alla messa. La sua struttura è straordinariamente unica presso tutte le comunità cristiane, eppure il modo di esprimerla, ad uno sguardo esterno, appare diversissimo.
Al mondo bizantino con la sua trionfale luminosità imperiale della risurrezione di Cristo e della trasfigurazione del cosmo si unisce la semplicità ascetica del mondo siriaco, particolarmente vicino non solo alla lingua di Gesù ma anche alle categorie del mondo in cui Gesù visse ed operò; alle comunità dell’antico Egitto, con la loro preghiera per le acque del Nilo perché possano esondare e fecondare la terra; alle danze con sistri e bastoni del mondo etiope ed eritreo che coinvolge sacerdoti e fedeli in una preghiera anche corporalmente espressa, con una ripetitività, a volte antica, a volte spontanea, che diventa una interiorizzazione del mistero e un contatto intimo con esso; al mondo armeno con il suo senso lancinante della povertà umana, redenta dall’infinita misericordia di Dio. Dalle estensioni dell’India meridionale, frutto di una fede fortemente evangelizzatrice proveniente persino dalla Persia, fino al pullulare di espressioni culturali e nazionali del Medioriente, e poi allo sviluppo immenso nel mondo slavo e delle regioni vicine,
l’Oriente cristiano mostra quanto sia bello essere diversi e quanto sia nostro dovere riconoscere la diversità non come una deviazione rispetto alla nostra visione del divino tendenzialmente rigorosa e giuridica, ma come espressione di quella creatività dello Spirito Santo che ci rende una sinfonia
nella quale, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, ognuno esprime aspetti diversi del cristianesimo in una forma tutta sua che egli stesso comprende meglio, ma che può arricchire la sensibilità di tutti noi.
Papa Leone, come già i suoi predecessori, espresse la gratitudine e l’ammirazione della Chiesa latina per la voce e la preghiera di queste Chiese d’Oriente: «La Chiesa ha bisogno di voi. Quanto è grande l’apporto che può darci oggi l’Oriente cristiano! Quanto bisogno abbiamo di recuperare il senso del mistero, così vivo nelle vostre liturgie, che coinvolgono la persona umana nella sua totalità, cantano la bellezza della salvezza e suscitano lo stupore per la grandezza divina che abbraccia la piccolezza umana! E quanto è importante riscoprire, anche nell’Occidente cristiano, il senso del primato di Dio, il valore della mistagogia, dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i peccati propri e dell’intera umanità (pentos), così tipici delle spiritualità orientali».

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Il mondo orientale è oggi al centro della guerra: essa imperversa, distrugge e contrappone perfino orientali a orientali, cattolici a cattolici, ortodossi a ortodossi, cioè credenti nello stesso Signore, ma per i quali è ancora più difficile conservare l’unità del corpo di Cristo che è la Chiesa.
Una parte di questo mondo cristiano d’Oriente fu chiamata a confrontarsi con il sopravvenire del mondo islamico, in territori dove il cristianesimo era già presente e già aveva contribuito a formare la cultura di quelle terre; una parte si imbatté nel confronto tra imperi: quello di Oriente e quello di Occidente, più noti l’uno all’altro e per questo più facilmente opponibili; una parte rimane lontana dalle difficoltà di comprensione con l’Occidente, perché poco lo conobbe o ne conobbe soltanto alcuni aspetti: quello missionario e quello coloniale. Altre pagarono un prezzo altissimo di sangue sotto il regime ateo. Tutti soffrirono il martirio per una parte della loro storia.
Una porzione di questo mondo orientale e delle sue Chiese riconobbe o fu indotto a riconoscere l’importanza dell’unione con il Papa, successore dell’apostolo Pietro e aderì alla Chiesa cattolica a cui appartiene fino ad oggi. Sono le cosiddette Chiese orientali cattoliche, di cui spesso noi non conosciamo nemmeno l’esistenza e che pure cercano di esprimere la loro fede profonda confrontandosi con secoli di difficoltà, interne ed esterne, che le fece gloriose agli occhi di Dio ma inflisse loro anche qualche fragilità.
Anch’esse vivono e muoiono in questi tempi di guerra. Anch’esse sono parte della Chiesa nella sua cattolicità, anche se noi pensiamo di essere la sola voce capace di esprimere i valori cristiani e cattolici. Anche questi credenti, come i loro fratelli e sorelle ortodossi, sono minacciati di estinzione e fuggono in gran parte dalle loro terre d’origine, così impregnate dei passi stessi di Cristo, per cercare sicurezza in altri luoghi, perché si sentono pesantemente minacciati dopo aver veduto le stragi compiute dall’Isis o aver sperimentato i bombardamenti e la violenza senza limiti di guerre che non conoscono tempo, perché non hanno scopo se non quello di contrapporre nazionalismi o di obbedire alla logica dei pochi mercanti padroni del mondo. E per ora non si vede via d’uscita. Si nota, è vero, soprattutto nelle piccole Chiese, la crescita tra i membri di uno stesso popolo, cattolici e ortodossi, in un comune sforzo di sopravvivere alla violenza.
Dunque, possiamo dire che questa pluralità, che la presenza di questi nostri fratelli che talora ignoriamo siano un segno di speranza? Come possiamo parlare di ecumenismo oggi, quando la distruzione sembra imporci una sola priorità che viene molto prima del lusso di conoscerci, amarci e stimarci reciprocamente: quella di mantenerci in vita, o quando alcune Chiese ortodosse sono contrapposte violentemente tra di loro? Forse questa essenzialità nella ricerca della sopravvivenza pulirà il volto della Chiesa sia dal consumismo, sia dal rischio di un facile irenismo, dove ci si illude che pochi incontri personali e qualche convegno condiviso possano darci già la sensazione di aver realizzato l’unità della Chiesa, voluta così fortemente da Cristo e per la quale egli pregò alla vigilia della sua crocifissione.
L’essenzialità del sopravvivere non permette lussi devianti dal cuore della nostra speranza: cieli nuovi e terre nuove, donateci dal sacrificio redentore del figlio di Dio, espressione massima dell’amore caparbio di un Padre che ha creato il mondo come espansione del mistero comunionale della Trinità e lo ha trovato poi segnato dalla gelosia dell’uomo e dalla sua voglia di diventare Dio, dando la scalata al monte, come Prometeo, per rubare il fuoco degli dei.
L’essere meno facili la frequentazione reciproca, qualche celebrazione comune, l’aiuto per le opere di carità e quindi il tentativo di stare insieme per interesse potrà aiutarci a riscoprire l’istanza fondamentale alla quale non possiamo sfuggire: quella di essere una cosa sola, quella di mantenere integra la tunica di Cristo che neppure i suoi persecutori vollero stracciare sotto la croce, ma che
noi siamo riusciti a dividere e lacerare prendendo a scusa dei nostri comportamenti egoistici e autocentrati la fedeltà esclusiva a Cristo a spese di quella degli altri: o con noi, o fuori dalla Chiesa.
Ciò che oggi noi rimproveriamo a certe Chiese ortodosse, nell’esclusivismo della loro ricorrente e atavica percezione della propria esclusività nel contesto della missione salvifica cristiana, è stato esattamente quello che noi stessi nella nostra cultura occidentale abbiamo intrapreso, mostrandoci i veri esperti di umanità, gli uomini e le donne dalla cultura sviluppata, specchio della modernità e vero criterio di ispirazione per tutti, per poi accorgerci di essere fragilissimi e che le stesse acquisizioni della scienza, della filosofia, persino della carità ci crollano addosso di fronte ad un mondo del consumo che ci ha inebetiti, resi ignoranti, belve nelle nostre reazioni violente all’interno stesso delle nostre case, rese sempre più lussuose dalla capacità di costruire bene, con eleganza, con maestria, ma abitate da uomini delle caverne, che si accoltellano per un nulla.
La speranza che unisce Oriente e Occidente cristiani è proprio quella di una palingenesi che ci riporti alla stanza alta, dove lo spirito si rivelò a Pentecoste e alle porte chiuse di quella stanza per paura di essere assaliti da quanti non ci accettano.
La guerra non è mai un bene, ma la finta pace quando non è più pace, ma trionfo del sopruso e dell’ideologia, di una morale identitaria che ci fa sentire popolo privilegiato più che cristiano coerente, può nascondere essa stessa pericoli mortali per la vita spirituale.
Grattando la scorza della nostra superficialità, questo senso di precarietà che ci pervade può essere un’occasione per scoprire che ci siamo combattuti tra cristiani per questioni che abbiamo ritenuto centrali per la nostra fede ma che spesso erano il segno della incapacità di cercare insieme la verità, di camminare, al di là delle parole eloquenti ma vuote, nella sequela dell’unico Cristo.
Cari amici, in questo preciso tempo in cui non sappiamo cosa i potenti della terra potranno inventare dall’oggi al domani, dove la comunicazione è funzionale all’effetto, e soprattutto alle fluttuazioni dei mercati astutamente anticipate e quindi sfruttate a proprio vantaggio, lo Spirito promuoverà un esito purificatorio anche sulla stanchezza del nostro cristianesimo e ci sveglierà a un nuovo soffio di vita che, guardandoci intorno, ci farà sentire naturalmente fratelli, rinsaviti dall’imbecillità di comportamenti disumani, le cui prime vittime saranno coloro che li hanno suscitati?
E allora anche l’ecumenismo tornerà a fiorire perché chi soffre avrà sentito la fragilità di tutti, ma anche la vicinanza dei cristiani di tutto il mondo e verrà sfatato quell’egoismo che ci ha reso così aggressivi, una Chiesa nei confronti dell’altra, ingaggiandoci in una contesa, in una gara che non ha portato altro che all’indebolimento della nostra testimonianza dell’unico Signore della storia: Gesù, volto estremo dell’amore del Padre.
Ricordiamoci che una delle cause più profonde e più velenose della condizione in cui il mondo si è venuto a trovare è costituita dalla invincibile ignoranza, dall’autoisolamento e dall’autoesaltazione, dalla superficialità dei giudizi tanto più quanto vasto e ingannevole è il possibile mercato delle informazioni, dalla funzionalità degli incontri a scopo puramente propagandistico, dalla costruzione di luoghi comuni usati come armi per combattere l’altro e per tenerlo lontano.
Questa è una delle condizioni della pace e si può cominciare da subito, senza aspettare trattati o risoluzioni politiche, servendoci meglio del nostro tempo, dedicandolo al silenzio dello spirito, penetrando nella nostra interiorità, facendoci carico delle nostre depressioni, anziché sfuggirle con mille tentativi di non sentirne gli effetti.
E così forse ci capiterà tra le mani il testo o la testimonianza di qualche preghiera o di qualche riflessione dei nostri padri d’Oriente e ci renderà capaci di uno stupore che ci porterà, come i discepoli alla trasfigurazione, a dire: «Signore, è bello stare qui».
Ogni ecumenismo ma anche ogni rispetto e perfino ogni gusto della varietà nasce da questo moto dell’anima, inatteso e misterioso, che ci libera dal soffermarci sui dettagli marginali che abbiamo messo al centro della vita e ci restituisce la capacità di essere creature «capaci di Dio» anche tra le macerie materiali.

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Nel mondo in cui le relazioni internazionali sono misurate soprattutto in termini economici e militari, quale forza conserva oggi la diplomazia della Santa Sede?
Dalla mia esperienza personale di vent’anni anni come diplomatico della Santa Sede la percezione è questa: che ascoltiamo. Molti non ci accettano, però hanno la sensazione che, essendo una Chiesa universale, noi conosciamo più di loro le situazioni e le culture dei paesi. Allora ci chiedono quale sia la realtà profonda al di là dell’ideologia in quel determinato paese. E noi abbiamo le nostre vecchiette, abbiamo i nostri bambini, i nostri giovani, è ascoltando loro che noi impariamo lo spirito di un popolo.
La diplomazia pontificia ha il vantaggio di essere contemporaneamente un’esperienza pastorale e quindi un’esperienza di contatto vissuta dall’interno, cosa che generalmente nessun ambasciatore ha la possibilità di fare.
La diplomazia pontificia nasce per difendere i diritti della Chiesa-Stato: più è diminuito il territorio della Santa Sede e più ne è cresciuta la statura morale, cioè la possibilità di essere interpreti di valori universali, nei quali possono riconoscersi anche i non cattolici. C’è una flessibilità dell’umano nella diplomazia pontificia che non ha assolutamente né cose da vendere, né armi da piazzare, né confini da difendere: è costituita dalla passione per l’umano e quindi dalla possibilità di dar voce anche a coloro che la voce non ce l’hanno.
(Immagine d’apertura: Il cardinale Claudio Gugerotti con monsignor Martinelli, Adriano Dell’Asta e Letizia Bardazzi all’incontro «Una speranza nel tempo dei conflitti» svoltosi nel contesto del Meeting per l’amicizia tra i popoli 2026; youtube).
Claudio Gugerotti
Nato nel 1951, sacerdote dal 1982, ha conseguito la laurea in Lingue e Letterature Orientali, la licenza in Liturgia Pastorale e il dottorato in Scienze Ecclesiastiche Orientali. Nel 1985 ha iniziato il servizio presso la Congregazione per le Chiese Orientali. Ha svolto una lunga attività accademica e diplomatica al servizio della Santa Sede, ricoprendo l’incarico di Nunzio Apostolico in Georgia, Armenia e Azerbaigian, in Bielorussia, in Ucraina e in Gran Bretagna. Creato Cardinale da Papa Francesco nel 2023, è autore di numerosi studi sulla liturgia, la spiritualità orientale e il dialogo ecumenico. Attualmente è prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali.
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