Trovare Dio tra le ceneri

26 Febbraio 2026

Trovare Dio tra le ceneri

Visvaldas Kulbokas

Il Nunzio apostolico in Ucraina ci racconta della fatica quotidiana per far fronte alle mancanze concrete e alle ferite del presente, ma la missione dei cristiani, nonostante tutto, resta quella essere efficaci «costruttori di pace».

Sono quattro anni di guerra che lei ha vissuto direttamente. Oggi che cosa vede con lo sguardo del realismo cristiano? C’è il desiderio di pace ma c’è anche la volontà dei potenti, ci sono i calcoli economici… Cosa ci può dire lei da cristiano che ha le mani in pasta nella realtà concreta?
Ovviamente anche per me è difficile conoscere il pensiero di tutti. Ho appena concluso un incontro con un medico volontario che si reca al fronte per portare aiuti e medicinali, lì dove manca tutto, persino le vitamine e i farmaci per affrontare il freddo dell’inverno. Lui sottolineava che se tutti i politici vedessero con i propri occhi ciò che succede al fronte, sicuramente il desiderio di fermare la guerra al più presto crescerebbe in tutti, perché è proprio chi vive la realtà della guerra in prima persona a sentire con più forza l’urgenza di affrettarne alla fine. L’altra questione è, di fronte a questo, quali scelte compiere. Come diceva Tacito: «hanno fatto un deserto e lo chiamano pace». Gli ucraini non vogliono una pace che equivalga a un deserto, ma una pace in cui si possa vivere ed essere riconosciuti come persone degne di rispetto.

È evidente che in una guerra entrano in gioco molte componenti e che una parte della comunità mondiale, come i produttori di armi, trae profitto dai conflitti, come ricordava papa Francesco. Il problema è che, come sottolineava papa Leone in occasione del Mercoledì delle Ceneri, dobbiamo sperare e lavorare affinché il diritto internazionale non diventi polvere, affinché non vada in cenere ciò che l’umanità ha faticosamente conquistato. Quando mi chiedo quanti politici riaffermino ancora il primato del diritto internazionale, purtroppo devo rispondermi che oggi sono ben pochi, e questo mi preoccupa. Quasi ogni giorno mi interrogo, soprattutto dal punto di vista spirituale, sul senso di tutto ciò. A tal proposito mi ispiro al messaggio del 10 febbraio di papa Leone al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid, in cui ha affermato che

la missione della Chiesa non è soffermarsi tanto sul giudizio di ciò che è male, spesso evidente a tutti, ma saper cogliere il potenziale in ogni realtà, perché il Signore agisce già ovunque e aspetta che noi scopriamo la sua presenza, anche tra le rovine,

anche in quei colloqui politici che spesso sono poco incoraggianti. Con gli occhi della fede abbiamo il compito di intravedere le possibilità anche in mezzo alle difficoltà politiche e umanitarie, anche dove è difficile scorgerle, dove l’impressione è che la priorità venga assegnata ai calcoli politici. Anche io cerco di mantenere viva la preghiera e di vedere ciò che di positivo possiamo trarre da tutto ciò, perché la logica umana non lascia molto spazio alla speranza.

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Chiesa distrutta a Kamusevach. (ASTRA)

Alla luce di quanto ha appena detto, in questi mesi e anni, è venuto a conoscenza di episodi inaspettati di vicinanza tra ucraini e russi?
I contatti tra ucraini e russi in generale sono difficili, sia per ragioni tecniche sia perché molte persone temono la relazione con l’altro fronte. C’è però una testimonianza in particolare che mi ha colpito. Un militare ucraino si è presentato dal vescovo della diocesi latina di Charkiv, raccontando che, nel cercare di compiere il proprio dovere, al fronte aveva ucciso due soldati russi. «Sul campo di battaglia non sapevo neanche chi fossero – ha detto – ma in sogno mi sono apparsi entrambi, mi hanno detto i loro nomi e mi hanno chiesto: perché ci hai uccisi? La logica umana mi direbbe che non ho fatto nulla di male, ho semplicemente adempiuto il mio dovere. Ma nell’incontro personale, nel dialogo diretto con loro, a quella domanda non so rispondere.» Il sacerdote gli ha proposto di pregare insieme per quei soldati durante la messa: nella preghiera hanno cercato di oltrepassare la divisione che la guerra impone.

Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Fratellanza Umana del 4 febbraio papa Leone ha detto che «in un tempo in cui il sogno di costruire la pace insieme è spesso liquidato come una “utopia d’altri tempi”, occorre proclamare con convinzione che la fraternità umana è una realtà vissuta, più forte di tutti i conflitti, le differenze e le tensioni» e invita a costruire la pace «insieme». Cosa implica anche da parte nostra la pace come convivenza attiva e non solo come assenza di guerra?
La pace come «convivenza attiva» significa una pace vissuta non soltanto nei confronti di un nemico lontano e irraggiungibile, ma come assenza di conflitto nei rapporti fra di noi. Di recente ho letto il commento di un esegeta di origine ebraica sul significato dell’espressione «costruttori di pace» nel testo evangelico delle Beatitudini. La pace di cui parla Gesù nei Vangeli non è semplicemente una pace umana: «shalom» è l’essere con Dio. Anche papa Leone sottolinea spesso che l’augurio «pace a voi» non si riferisce a una semplice pace umana, o al solo riconciliarsi con Dio, ma all’essere con Lui.

Questa è la missione di ogni credente. Soltanto quando siamo con Dio, con la sua umiltà e il suo coraggio, abbiamo la possibilità di diventare costruttori di pace anche sul piano umano. Sappiamo che nel mondo la presenza del peccato è costante e che la pace piena è possibile soltanto nel regno di Dio, che noi siamo chiamati a costruire sulla terra. Questa priorità, però, non rimane confinata alla dimensione spirituale, ma si traduce poi nella vita concreta. Senza fede ritengo che sia molto difficile diventare costruttori di pace. Nutro pertanto speranza soprattutto nelle Chiese e nelle comunità religiose, perché soprattutto noi gente di fede dobbiamo farci portatori di speranza e di pace.

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I resti di una chiesa a Mar’inka. (Telegram)

Nel suo quotidiano, come vede la condizione della società ucraina? Riesce a preservare la resistenza interiore oppure si sta degradando?
Ci sono sia aspetti positivi che negativi. L’aspetto che considero positivo è che la guerra suscita domande profonde, e in molte persone fa crescere il desiderio di fede: conosco personalmente diverse persone che si sono avvicinate alla fede proprio come conseguenza di ciò che stanno vivendo. Sul versante negativo resta però il fatto che la guerra distrugge le vite non soltanto fisicamente, ma ferisce anche le famiglie: la lontananza e l’assenza del padre, ad esempio, rappresentano una prova durissima. I bambini non hanno sicurezza e ambienti adeguati a poter studiare, nelle aree più prossime al fronte la vita ordinaria si è trasferita completamente sottoterra, perché persino i seminterrati degli edifici sono troppo esposti agli attacchi dei droni. Vivere in questo modo ha conseguenze gravi anche dal punto di vista psicologico e questa sarà, anzi è già, una sfida enorme per la società, per lo Stato e per le Chiese. I traumi piscologici sono profondi, in particolare per chi combatte in prima linea, e si traducono inevitabilmente in una crescente aggressività all’interno della società.

Che dimensioni possono aiutare un dialogo sia interno all’Ucraina sia con l’esterno? La preghiera, le opere di carità, la cultura? Sulla cultura in particolare ci sono dei punti di domanda: sappiamo che tutto ciò che è collegato alla cultura russa oggi suscita antipatia. E allora ci chiediamo: la cultura può ancora servire come dimensione che facilita il dialogo e l’uscita dalla guerra in senso spirituale?
In questo momento in Ucraina non so quanto l’aspetto culturale possa essere davvero efficace, dato che siamo sommersi da problemi più basilari, come la mancanza di acqua, luce, riscaldamento e la scarsità di tempo. Anche quando incontro gli ambasciatori spesso la maggior parte del tempo parliamo di questioni tecniche (il generatore che si rompe e simili), e con tutto il lavoro urgente mi manca il tempo per partecipare agli eventi culturali a cui mi invitano.

Quanto alla cultura russa in particolare, non tutte le persone dimostrano la stessa «allergia»: anche a Kiev c’è chi continua a parlare russo, viceversa altri già associano la dimensione culturale e quella militare. È difficile, quindi, fare un discorso unitario sul ruolo che la cultura può svolgere in questo periodo. Io ripongo più speranza nell’aspetto religioso, nel vivere la fede come percorso di purificazione. Anche qui mi riallaccio alla sfida indicata da papa Leone: cercare di scoprire dove il Signore parla.

Proprio là dove si tende a fare di tutta l’erba un fascio, ad associare cultura e bombe, abbiamo fiducia che il Signore possa farci trovare, anche in mezzo alle ceneri, quei germogli che Lui stesso fa nascere. Questa è la speranza cristiana: sperare contro ogni speranza.


(Immagine d’apertura: ASTRA).

Visvaldas Kulbokas

Arcivescovo Titolare di Martan. Mons. Visvaldas Kulbokas è nato a Klaipėda (Lituania), il 17 maggio 1974. È stato ordinato presbitero nel 1998 e ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 14 agosto 2021. Dal 2004 è membro del Servizio Diplomatico della Santa Sede e ha ricoperto diversi incarichi presso le Nunziature Apostoliche di vari paesi. Dal 15 giugno 2021 è Nunzio Apostolico in Ucraina.

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