25 Ottobre 2026
La nuova scuola corale russa
Mille anni di musica sacra tra bellezza, testimonianza e rinascita.
La conversione della Rus’ di Kiev nel 988, sotto il principe Vladimiro I, segna l’inizio di una straordinaria vicenda spirituale e artistica che ha nel canto corale la sua più alta espressione liturgica ed ecumenica. Nella Cronaca degli anni passati, i messi a Costantinopoli descrivono la liturgia bizantina come uno spettacolo di indicibile splendore: «Non sapevamo più se eravamo in cielo o sulla terra, perché sulla terra non vi è una tale bellezza». Questa esperienza della bellezza come via pulchritudinis – che padre Romano Scalfi definiva non ornamento esteriore, ma rivelazione della Verità – fondò il penie («il canto»), esclusivamente vocale per preservare l’unione tra parola e preghiera. Il canto divenne espressione della sobornost’ («l’unità del popolo»). Come notava don Luigi Giussani, la coralità russa esprime l’imponenza di un popolo che canta e cammina unito, affermando una positività ultima della vita.
Nei primi secoli nacque un repertorio autonomo rispetto a Bisanzio. Nei monasteri russi si svilupparono stili autoctoni: il melismatico kondakariano e il sillabico znamenny (da znamja, «segno»). Quest’ultimo, basato su otto scale modali analoghe al gregoriano, divenne la spina dorsale della liturgia, traducendo in suoni la sensibilità spirituale del popolo russo.
Dal XVI secolo la tradizione russa si aprì al confronto ecumenico con l’Europa. Con Ivan IV e l’Obikhod (1575), la monodia accolse la polifonia con gli stili strochny («lineare», principalmente a tre voci) e demestvenny («domestico») che in quegli anni veniva definito krasny («splendido») grazie a delle elaborazioni che lo rendevano adatto alle liturgie solenni. L’influsso cattolico penetrò tramite Ucraina e Polonia con il canto partesny («a parti»), rendendo obsoleti i vecchi neumi. Nei secoli successivi, la corte favorì i maestri italiani Baldassare Galuppi e Giuseppe Sarti. Compositori russi come Maksim Berezovskij e Dmitrij Bortnjanskij (il «Palestrina russo») studiarono in Italia, creando i Koncertij, concerti policorali modellati sullo stile veneziano di Andrea e Giovanni Gabrieli. Nell’Ottocento, l’influenza tedesca sostituì quella italiana: con Fyodor e Aleksey L’vov alla Cappella imperiale, l’omoritmia a quattro voci del corale luterano divenne il modello per la musica sacra.
Per contrastare la perdita dell’identità originaria, a fine Ottocento nacque il movimento della «Nuova Scuola Corale Russa» (1880-1918). La svolta giunse nel 1878 con la Divina Liturgia op. 41 di Pëtr Il’ič Čajkovskij: la sua pubblicazione infranse il monopolio censorio della Cappella di Corte, liberando la creatività dei compositori. Contemporaneamente, Aleksandr Archangelskij introdusse le voci femminili nei cori sacri, superando antichi veti, e fondò a San Pietroburgo il primo coro professionistico indipendente.

(neelam279/pixabay).
Il fulcro del rinascimento fu la Scuola Sinodale di Mosca guidata dal musicologo, direttore di coro e compositore Stepan Smolenskij. Attorno a essa fiorì una generazione straordinaria di compositori, tra cui Aleksandr Kastal’skij, Aleksandr Grečaninov, Pavel Česnokov e il più noto Sergej Rachmaninov. Il loro approccio si fondava sull’armonizzazione sobria degli antichi canti, evitando le formule accademiche occidentali per far risaltare la purezza modale delle melodie liturgiche. Rachmaninov realizzò in questo alveo la celebre Grande Veglia op. 37 (1915), universalmente conosciuta come I Vespri, «il più grande successo musicale della Chiesa Ortodossa di Russia», capolavoro in cui la vocalità corale evoca un regno spirituale di infinita bellezza.
Questo cammino fu spezzato dalla rivoluzione bolscevica del 1917-1918. Le politiche sovietiche di ateismo militante scatenarono una feroce persecuzione religiosa e culturale. Nel 1918 la Cappella di San Pietroburgo divenne «Accademia corale del popolo» e nel 1919 la Scuola Sinodale fu soppressa. Chiese e monasteri vennero chiusi, archivi e manoscritti preziosi dati alle fiamme. La musica sacra fu bandita per oltre settant’anni. Ma la «Chiesa del silenzio» continuò a custodire questa tradizione: il coraggio di religiosi, monaci, artisti e cittadini protesse i manoscritti, rendendo il canto sotterraneo un baluardo di libertà contro il totalitarismo.
Il crollo del regime sovietico nel 1989 ha segnato la resurrezione di questo patrimonio. Lo studio filologico e l’esecuzione liturgica sono rifioriti rapidamente. Accanto alla riscoperta di autori dimenticati, la ritrovata libertà ha spinto grandi compositori contemporanei come Alfred Schnittke, Sofia Gubaidulina, Arvo Pärt, John Tavener e Vladimir Martynov a confrontarsi con la tradizione sacra.
È in questo risveglio che si realizza la profezia ecumenica di padre Scalfi e don Giussani: la ripresa del canto liturgico ortodosso getta un ponte indissolubile di dialogo e bellezza tra l’Oriente e l’Occidente, testimoniando che la «bellezza», come scrisse Fëdor Dostoevskij, «salverà il mondo».
(Immagine d’apertura: heungsoon/pixabay).