3 Novembre 2026
La verità non muore. Ricordo di Anna Politkovskaja
A pochi giorni dalla chiusura di «Novaja Gazeta» ricordiamo Anna Politkovskaja, una delle sue giornaliste, uccisa giusto vent’anni fa. Nonostante la fama si considerava una persona comune, che amava il suo Paese, cercava la verità e sperava nell’umanità delle persone. Era attenta al destino dei singoli, perché nel dolore «non è il numero a fare la differenza».
Sono passati vent’anni da quando Anna Politkovskaja venne assassinata nell’ingresso della sua casa. Sono passati vent’anni, e ancora non si conosce il colpevole. Sono passati vent’anni, ma c’è ancora chi custodisce e difende la sua memoria.
Anna Politkovskaja nacque a New York nel 1958 da genitori di origine ucraina. Giornalista, dapprima per «Izvestija», uno dei maggiori quotidiani della stampa ufficiale, passò in seguito alla stampa indipendente, approdando nel 1999 a «Novaja Gazeta», il bisettimanale d’inchiesta al tempo diretto da Dmitrij Muratov, futuro premio Nobel per la pace.
Il centro della sua attività giornalistica fu certamente la Seconda guerra cecena (1999-2009), il sanguinoso conflitto scatenato dalla Federazione Russa nel territorio del Caucaso con lo scopo di riprendere il controllo della Repubblica Cecena d’Ičkeria, autoproclamatasi indipendente in seguito alla sconfitta russa nella Prima guerra cecena (1994-1996). Ma nel corso della sua carriera la Politkovskaja ha toccato moltissimi altri temi, tutti spinosi, scomodi e vergognosi, perché lei raccontava proprio quello che si doveva tacere.
Ad esempio, descrisse senza paura la corruzione e l’anarchia interna all’esercito russo, così come le pessime condizioni dei soldati semplici, tanto che arrivò ad affermare che l’esercito «è una prigione, solo che la chiamano diversamente» (L’esercito del mio paese e le sue madri, in La Russia di Putin).
Fece venire a galla i crimini commessi dall’esercito ai danni dei civili, indagini mai aperte o insabbiate a causa di un sistema giudiziario che in gran parte sopravvive grazie al sostegno dell’FSB, invece di cercare la verità: «Siamo ripiombati nelle tenebre da cui già una volta abbiamo cercato di venire fuori nei lunghi decenni dell’era sovietica. Abbiamo notizia di un numero sempre maggiore di casi in cui l’FSB si inventa dei procedimenti penali ricorrendo alla chiave ideologica che più gli è necessaria, con la corte e la procura a fare da tirapiedi. Sono talmente tanti, ormai, da essere la regola, e non l’eccezione. Malgrado il garante proposto a salvaguardarla, la nostra Costituzione è in punto di morte. E del funerale è stato incaricato l’FSB» (Il nostro nuovo Medioevo, ovvero, criminali di guerra di tutte le Russie, in La Russia di Putin).
Non nascondeva il suo disprezzo nei confronti del presidente Putin, denunciando la sua connivenza con i servizi segreti e la sua volontà di schiacciare il Paese privandolo della libertà: «… diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del KGB che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione» (Di che cosa parla questo libro, in La Russia di Putin).
Oltre alla natura delle questioni che trattava, la Politkovskaja aveva un «vizio» che la rendeva ulteriormente scomoda agli occhi di chi commetteva le più bestiali atrocità e desiderava rimanere nell’ombra dell’anonimato: chiamava tutti per nome, vittime e carnefici, perché le prime non venissero dimenticate e i secondi non rimanessero impuniti. Infatti, ciò che colpisce dei suoi pezzi è l’attenzione sulle persone che incontrava, che intervistava e di cui raccontava. Anche nei suoi libri c’è da perdersi tra nomi, cognomi, patronimici, gradi e soprannomi.
Sapeva molto bene i rischi che comportava e, infatti, le costò diverse minacce di morte, un sequestro durante il quale venne inscenata un’esecuzione capitale e un avvelenamento dopo aver bevuto del tè mentre si trovava su un aereo che le compromise l’organismo. Sapeva molto bene i rischi che comportava, ma non era una ragione valida per fare un passo indietro, per non fare «qualcosa di necessario» perché la verità venisse raccontata e perché anche i più «piccoli» avessero qualcuno a cui chiedere aiuto:
«Ho scritto ciò di cui sono stata testimone. E basta. Sorvolo espressamente sulle altre “gioie” della strada che mi sono scelta. Il veleno nel tè. Gli arresti. Le lettere minatorie. Le minacce via internet e le telefonate in cui mi avvertono che mi faranno fuori. Quisquilie. L’importante è avere l’opportunità di fare qualcosa di necessario. Descrivere la vita, parlare con chi ogni giorno viene a cercarmi in redazione e che non saprebbe a chi altro rivolgersi» (Ma alla fine cosa avrei combinato?, in Per questo).

(Archivio «Novaja gazeta»).
Anche per quanto riguarda gli scenari bellici, in particolare la seconda guerra cecena – la «sua guerra», come ha sottolineato Aleksandr Čerkasov di Memorial – Anna Politkovskaja non voleva solo raccontare l’andamento del conflitto in corso, ma soprattutto era interessata al destino dei singoli, al dolore dei più deboli, perché la tragedia di una singola persona era straziante tanto quanto quella di un popolo intero:
«Odio i quadri che raffigurano grandi scene di guerra. Nella vita ciò che conta sono i dettagli. Sono loro la cartina di tornasole della nostra umanità. La tragedia di un singolo uomo e quella di un intero popolo dovrebbero scatenare la stessa reazione. Non è il numero a fare la differenza» (La Cecenia è parte della Russia, i ceceni no, in Per questo).
Infatti, quando si trovava nelle zone di guerra non si limitava a raccontare cosa effettivamente stava accadendo, come i crimini compiuti da ufficiali dell’esercito russo e poi insabbiati dall’apparato e dalla stampa ufficiale, ma sfruttava il fatto di trovarsi in quei territori per mettere in contatto chi era rimasto lì, isolato e in pericolo, con i parenti lontani:
«La conseguenza – diceva – è che ora ho una “mia” mappa della Russia, una mappa di cuori vuoti. Perché so dove abitano coloro che hanno abbandonato i propri cari alla disperazione. È una mappa scritta col sangue, con le vite di altri esseri umani, e nessuno può negarlo: molti dei vecchi che a un anno dall’attacco erano ancora vivi, poi si sono spenti senza una risposta…» [Groznyj-Mosca (salvataggio di Klavdija Vasil’evna), in Per questo].
Mescolando la sua vita con le sofferenze dei più deboli e dei più indifesi, Politkovskaja toccava certamente con mano le ingiustizie più crudeli e gli abusi di potere a danno dei civili, a tal punto che più volte ha raccontato di come gente comune abbia perso la vita per puro capriccio di militari annoiati o ubriachi, ma questo non le impediva di vedere degli spiragli di bene.
In uno dei suoi articoli, ad esempio, Politkovskaja raccontò di come fosse riuscita a salvare da morte certa un’anziana donna, Klavdija Vasil’evna, trasferendola da Groznyj, capitale della Cecenia, a Mosca, affinché potesse ricevere cure mediche adeguate. Tempo prima, la giornalista era stata denunciata da un militare appartenente ai servizi segreti e diffamata sulla stampa ufficiale per aver chiesto al convoglio su cui viaggiava di fermarsi per consegnare del denaro all’anziana. Quando il trasferimento della donna era ormai quasi concluso, Politkovskaja si imbatté nuovamente nello stesso militare, temendo che potesse denunciarla ancora una volta. Ma alla fine l’anziana signora venne trasportata a Mosca, soprattutto grazie all’aiuto di ufficiali, medici e poliziotti che fecero il possibile perché quell’anziana signora venisse portata in salvo, persone che Politkovskaja ricorda per nome: il colonnello Šarpuddin Šaripovič Lorsanov, i poliziotti Rustem e Magomed, Aleksej Skorobulatov, medico del Centro recuperi del ministero per le Emergenze della Russia e il comandante Viktor Seleznev, pilota dell’aereo delle linee Karat.
«…tutto è bene quel che finisce bene. E tutto finisce bene quando gli esseri umani si comportano come tali. […] Ho avuto paura: e se fa il bis e manda all’aria tutto quanto? Se scribacchia la sua bella spiata e firma la condanna di un’altra brava persona? Poi, però, mi sono tranquillizzata. In Cecenia, come a Mosca ci sono ancora ottimi ufficiali» [Groznyj-Mosca (salvataggio di Klavdija Vasil’evna), in Per questo].
Queste persone ancora capaci di fare il bene in un sistema corrotto e sotto un potere «che vive solo per se stesso» catturavano l’attenzione della Politkovskaja, sempre in cerca non di eroi, ma di persone rimaste umane. Come, ad esempio, quelle che contribuirono a salvare due sorelle cecene, Lejla e Zejchat, drogate e poi rapite a Groznyj, capitale della Cecenia. Una volta portate a Mosca da due ceceni con la complicità della polizia corrotta ai posti di blocco, vennero letteralmente comprate da tre armeni – sorte, purtroppo, comune ad almeno un centinaio di donne cecene, rapite e inserite in una vera e propria tratta di schiave. Politkovskaja incontrò queste due ragazze giovanissime – Zejchat aveva solo tredici anni – e ne ascoltò il racconto: mentre i malviventi le stavano portando da una parte all’altra della città in metropolitana, riuscirono a confondersi nella folla, salirono su un treno e una volta arrivate al capolinea, sole, senza documenti né un posto dove andare, vennero trovate da Tonja, una studentessa che le portò nel suo studentato. La ragazza chiese aiuto a un amico poliziotto, Andrej, che in barba alla burocrazia e ai pregiudizi sui ceceni le guardò come si guardano delle persone e riuscì a metterle al sicuro. La storia finì bene, le ragazze riabbracciarono i loro genitori e tornarono a casa. Fatti come questi che testimoniavano la persistenza di una «catena del bene» davano speranza alla Politkovskaja, la quale, nonostante l’orrore che vedeva con i suoi stessi occhi, sperava che questo bene potesse tenere viva l’umanità dei pochi rimasti umani:
«Solo la catena del bene di cui facciamo parte anche noi – alcuni di noi, a essere sinceri, che non sospettano neanche lontanamente analoghi slanci nel prossimo –, solo questo ha salvato Lejla e Zejchat da morte certa e i loro genitori da tormenti senza fine. Dunque possiamo farcela! Dunque ciò che abbiamo di umano non è stato cancellato dalla propaganda che un potere folle e ottuso continua a propinarci!» (La tratta delle schiave a Mosca, in Per questo).

7 ottobre 2026, ingresso della casa dove fu uccisa Anna Politkovskaja. La targa commemorativa è stata rimossa, ma è stato appeso un cartello con la scritta «l’amore è più forte della paura». (SOTAvision)
I suoi frequenti viaggi in Cecenia per documentare la situazione e raccogliere testimonianze dei civili l’avevano resa una delle figure più note anche tra i separatisti, tanto che, quando il 23 ottobre 2002 quaranta guerriglieri ceceni presero in ostaggio ottocentocinquanta civili nel teatro Dubrovka di Mosca, i sequestratori chiesero espressamente di lei per portare avanti le trattative per la liberazione degli ostaggi. Purtroppo, riuscì solo a far arrivare dell’acqua e dei succhi di frutta, che peraltro portò lei stessa a mano con un collega, ma non poté fare niente di fronte alla decisione del governo di intervenire pompando degli agenti chimici attraverso il sistema di condizionamento del teatro, il che causò di fatto una strage. Nonostante il suo contributo, non riusciva a darsi pace per quelle vite distrutte e per quelle dei loro cari e sollecitava un cambio di direzione:
«Poi c’è stata l’irruzione. E io continuo a chiedermi se abbiamo fatto abbastanza per evitare che ci fossero vittime. Perché non so se sessantasette morti (prima degli ospedali) sono davvero un successo. Siamo serviti a qualcosa io e i miei succhi, il mio annaspare sull’orlo del baratro? Sì, sono servita. No, non abbiamo fatto abbastanza. E anche se molto – troppo – è stato fatto, molto – moltissimo – è ancora da fare» [Nord-Ost (25 ottobre 2002), in Per questo].
Venne chiamata in causa anche quando il 1° settembre 2004 circa trenta terroristi ceceni assaltarono una scuola a Beslan (in Ossezia, Caucaso Settentrionale), prendendo come ostaggi più di mille persone tra bambini, loro familiari e insegnanti. Le autorità chiesero che chiunque fosse in grado di mettersi in contatto con i terroristi doveva presentarsi immediatamente. Subito, la Politkovskaja si mise in viaggio verso l’Ossezia, ma non arrivò mai a destinazione: andò in coma dopo aver chiesto dell’acqua calda per un tè al personale di volo. Dopo essere stata salvata per miracolo all’ospedale di Rostov venne aperta un’inchiesta: le indagini, seppur ostacolate dalle autorità – le analisi dei primi prelievi effettuati in aeroporto vennero distrutte – dimostrarono che era stata avvelenata da una tossina ignota che le causò seri danni a fegato, reni e sistema endocrino. Si trattava di uno della serie di attentati per metterla fuori gioco.
Com’è noto, il 7 ottobre del 2006 dopo essere andata a fare la spesa, Anna Politkovskaja venne uccisa da quattro colpi di pistola mentre aspettava l’ascensore nell’ingresso del suo condominio. Era il giorno del compleanno del presidente Putin e due giorni dopo quello di Ramzan Kadyrov, allora Presidente della Repubblica Cecena, le cui brutali violazioni dei diritti umani erano state più volte oggetto degli articoli della giornalista. Venne aperta un’inchiesta, ma le indagini furono segnate da numerose irregolarità, a confermare, con tragica ironia, quanto la stessa Politkovskaja aveva più volte denunciato nei suoi articoli riguardo alle storture del sistema giudiziario russo: prove scomparse, arresti prematuri e interferenze politiche sono solo alcuni degli elementi che hanno portato i figli di Anna, Il’ja e Vera, e i colleghi della «Novaja gazeta» ad affermare che le autorità russe non hanno mai voluto realmente scoprire il vero mandante. Infatti, sono stati trovati e condannati gli esecutori e alcuni organizzatori dell’omicidio, ma chi ha la responsabilità ultima di questo assassinio è ancora impunito.
E oggi?
A oggi, in Europa si contano almeno venticinque luoghi pubblici e memoriali dedicati alla figura di Politkovskaja, situati soprattutto in Francia e in Italia, così come sono stati istituiti premi internazionali che portano il suo nome. In Russia, un anno dopo la sua morte, venne inaugurata una targa commemorativa sulla facciata della casa dove fu uccisa e, nella redazione della «Novaja gazeta», il suo ufficio è stato trasformato in un museo il 7 ottobre 2021.
All’inizio di quest’anno, la targa sulla sua casa è stata vandalizzata, atto in seguito rivendicato da ambienti neonazisti; il colpevole è stato in seguito individuato e punito con una multa di 1.000 rubli, il corrispettivo di poco più di 10 euro. Ma qualcuno, in silenzio e con discrezione, ha portato dei fiori e appeso targhe provvisorie con materiali di fortuna, perché il ricordo di Anna Politkovskaja non venisse calpestato. Tuttavia, queste targhe sono state ripetutamente rimosse o distrutte, dall’inizio di quest’anno almeno trentadue volte, ha dichiarato «Novaja gazeta».
Lo scorso 7 ottobre, ventesimo anniversario dell’assassinio, sono andati a renderle omaggio alcuni rappresentanti del partito di opposizione Jabloko, tra cui il presidente Nikolaj Rybakov e il rappresentante della sezione moscovita Kirill Gončarov, che hanno portato fiori e appeso una targa commemorativa, rimossa dopo qualche ora. Ma con loro, nonostante la casa fosse presidiata dalla polizia, hanno fatto visita anche cittadini comuni, che hanno sostituito la targa, hanno portato altri fiori, candele e disegni, una resistenza silenziosa e senza clamore, che ha però lasciato il segno: quel giorno, l’ingresso dell’abitazione non è mai rimasto senza un fiore.

Il presidente del partito d’opposizione Jabloko appende una targa commemorativa. (Slovo Zaščite)
Nonostante ciò che alcuni vogliono far credere, Anna Politkovskaja non è stata dimenticata: tanti la ricordano, soprattutto le persone comuni, quelle per cui ha fatto tanto e da cui non si è mai allontanata. Perché, nonostante la fama e la notorietà, Anna ha sempre continuato a considerarsi una semplice cittadina a cui stava a cuore il suo Paese. «Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo», diceva, come se fosse una cosa semplice. Eppure, questa manciata di parole rivelava un coraggio non comune: raccontare quello che altri preferivano tacere, dare voce a chi non ne aveva e continuare a cercare la verità laddove sembrava esserci solo violenza. Scrisse in un suo libro:
«Io sono un essere umano tra i tanti, un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo o di qualunque altra città della Russia. Ragion per cui il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia. Perché per il momento non riesco a fare un passo indietro e a sezionare quanto raccolto, come è bene che sia se si vuole analizzare un fenomeno.
Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo» (Di che cosa parla questo libro?, in La Russia di Putin).
Anna Politkovskaja è stata messa a tacere con la morte, mentre qualche giorno fa i suoi colleghi sono stati messi a tacere a causa della continua ingerenza del governo che ha reso impossibile il loro lavoro. Come Anna, anche i suoi colleghi «vivevano la vita e scrivevano di ciò che vedevano», ma anche se non potranno più farlo in patria, certamente troveranno il modo di continuare all’estero. E un giorno torneranno. Perché, come diceva Anna, «il circo non può durare a lungo. (…) L’informazione epurata che abbiamo in Russia – la menzogna globale orchestrata dai funzionari di Stato in favore di una “giusta immagine della Russia di Putin” – sta degenerando sotto gli occhi di tutti in una tragedia che le autorità non riescono a gestire e che affonderebbe una portaerei, per quanto solida possa sembrare dal di fuori» (Ma alla fine cosa avrei combinato?, in Per questo).
(Immagine d’apertura: l’ingresso della casa dove fu uccisa Anna Politkovskaja; SOTAvision).
Cora Bolderolli
Dopo aver conseguito la laurea Scienze linguistiche, si è specializzata in storia dell’URSS, in particolare sul fenomeno del dissenso sovietico dal punto di vista letterario.
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