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14 Aprile 2026
Semen Gluzman: la parola che nasce dalla verità
È morto Semen Gluzman, uomo «la cui unica valuta era la verità». Negli anni Settanta ha pagato con la prigionia la denuncia della psichiatria punitiva in URSS e ha dedicato la vita alla difesa dei diritti umani.
Il 16 febbraio 2026 è morto Semen Gluzman, psichiatra ucraino di origini ebraiche, che ha dedicato la vita alla difesa dei diritti umani in ambito psichiatrico, pagando con il lager la sua denuncia delle atrocità commesse con la psichiatria punitiva in Unione Sovietica.
La sua intransigenza si mostra sin dall’inizio. Già da giovane neolaureato Gluzman declina una prestigiosa offerta di lavoro presso l’Ospedale Psichiatrico Speciale di Dnepropetrovsk, gestito dal Ministero dell’Interno, perché sa bene che vi vengono internate persone mentalmente sane con l’obiettivo di «curare» le loro opinioni. Nel 1972, a soli 25 anni, viene arrestato e condannato a sette anni di campo di lavoro a regime duro e tre anni di esilio siberiano, con l’accusa di «sionismo e propaganda antisovietica» per aver diffuso scritti di Solženicyn, Böll e altri autori vietati. Ma dietro alla condanna formale si nasconde un motivo ben più allarmante per il governo sovietico: la circolazione attraverso il samizdat di una sua perizia psichiatrica che dimostra l’assoluta sanità mentale del generale Petro Grigorenko, il quale una decina di anni prima era stato dichiarato incapace di intendere e volere dall’Istituto Serbskij, centro psichiatrico moscovita noto come strumento del KGB per giustificare l’internamento di persone sane e reprimere così il dissenso politico.

Gluzman nel 1970. (Nekrasova/nekrassov-viktor.com)
L’arresto di Gluzman genera indignazione, anche il fisico Andrej Sacharov scrive diversi appelli agli psichiatri internazionali chiedendo di esporsi e fare pressione sull’URSS in difesa del loro collega, punito «per la sua integrità professionale». Nemmeno le ripetute insistenze del Royal College of Psychiatrists portano però al rilascio di Gluzman, che sconta la sua pena e viene rilasciato solo nel 1982, per poi rimanere per diversi anni in una sorta di limbo nella sua Kiev, senza poter ottenere il visto d’espatrio.
L’integrità, non solo professionale, sottolineata da Sacharov, è realmente il tratto distintivo della personalità di Semen Gluzman. Anche nel campo si rifiuta di lavorare come medico, rinunciando così a condizioni di vita più favorevoli, per non doversi trovare nella situazione di dover dichiarare abili al lavoro prigionieri in realtà gravemente debilitati. Preferisce lavorare come fuochista, anche se, in una lettera ai genitori dopo due anni di prigionia, accenna al contesto disumano: i prigionieri sono costretti al freddo, alla fame e ad ogni tipo di vessazione arbitraria.
Per la sua ostinata fedeltà alla verità e la sua volontà di non ignorare le ingiustizie, le torture e l’arbitrio che ha quotidianamente sotto gli occhi, Semen riceve anche punizioni aggiuntive, come la reclusione in cella di isolamento o il divieto di vedere i genitori arrivati appositamente da Kiev a Perm’, dopo un viaggio di più di duemila chilometri. I suoi, provati dall’incertezza e dalla sofferenza, gli chiedono allora di «riconsiderare i suoi valori» e scendere a un compromesso, nella speranza che lo rilascino. Lui comprende e non sottovaluta la loro angoscia, come dimostra una lettera del 1974: «Miei cari! È molto dura per voi. Mi rendo conto che avete paura di aspettare. (…) La vostra generazione è stata traumatizzata dal ’37 e dagli anni seguenti. Paura, paura, paura. Avere paura anche dei propri desideri è insostenibile» scrive con grande sensibilità.
Ma proprio per fedeltà alle proprie origini e a tutto ciò che loro stessi, «persone coscienziose e oneste» gli hanno insegnato, Semen non è disposto a piegarsi e a negare così la sua stessa identità: «Mio nonno Abraham, fucilato a Babij Jar’, non mi permetterebbe mai di “riconsiderare i miei valori”. Dovrei rinnegare me stesso, rinnegare i principi morali che ho imparato nella vostra famiglia, dallo zio Lev’ e, papà, dal tuo amico Miša Javorskij, che è morto “in un luogo lontano”. (…) Dovrei dimenticarmi delle dozzine di conoscenti che hanno sperimentato tutti gli orrori dell’opričnina 1 dei nostri giorni? – continua, certo che loro stessi non approverebbero la smentita della disumanità passata come presente. – Sono un dottore, ho visto la morte, e in un certo senso ci sono abituato. Ma il tipo di morte che ho visto è sempre stata quella di una singola persona, da sola, quando la scienza era ormai impotente e la fine inevitabile. Ed è difficile per me immaginare la morte di milioni di persone sane, giovani o adulte. Morte di fame, fucilate, torturate. La morte di milioni di persone non conta come una sola morte, ma come milioni di morti. Niente può giustificare la morte di persone innocenti (…)
Non sono abbastanza forte da violare la mia coscienza. Anzi, non sono abbastanza debole».
(…) È dura per voi, lo so. Ma vorreste veramente che io tradisca la madre di Jan Palach? (Dopo tutto, sono stato imprigionato per quello che ho detto riguardo all’occupazione della Cecoslovacchia nel ’68). Lei ha perso suo figlio per sempre. Quindi cosa sarebbe “riconsiderare i miei valori” se non un tradimento?». Come si nota dalle sue parole, Gluzman concepisce la propria vita all’interno di una Storia più grande, percepisce il peso della responsabilità delle proprie scelte e azioni non solo verso sé stesso ma verso tutti gli uomini, in particolare verso chi come lui sta pagando con la vita il prezzo della verità.
Per questo, anche in un contesto come il lager, in cui la lotta per la sopravvivenza accentua l’egoismo e l’ostilità, Semen si fa carico delle vicende e dei diritti dei suoi compagni di prigionia. Così nel 1974, partecipa a uno sciopero della fame collettivo contro la decisione delle autorità di privare un detenuto delle visite dei familiari. E nel rispondere alla lettera di una sconosciuta danese di nome Herda che gli aveva scritto per solidarietà, invece di concentrarsi sulle proprie fatiche, racconta con vibrante compassione la vita di un suo compagno lettone, Ivars Grabans, arrestato dopo anni di lotta per l’indipendenza della sua terra:
«Dal punto di vista del filisteo Grabans è un fallito. Non ha fatto carriera; a 54 anni non ha un suo focolare, non ha figli, ha perso la terra; nella casa di suo padre vivono persone estranee. È affamato, ammalato, in un lager… Non potrà più ritornare in Lettonia. Non ha raggiunto nulla, non è riuscito a cambiare nulla… Destino terribile, per nulla invidiabile. Il destino di Sisifo che eternamente rotola la sua pietra. (…) Le chiedo, Herda, soltanto una cosa: aiuti Grabans. La sua pietra ogni anno si fa più pesante. Lo aiuti in nome della vita, in nome della suprema giustizia, in nome di Dio, che è uno per tutti noi uomini». È per Grabans l’unica richiesta d’aiuto, non per sé stesso.

Gluzman nel 1979. (centro Sacharov)
Durante la prigionia pensa anche a coloro che potrebbero incappare nel suo stesso destino; perciò, scrive con Vladimir Bukovskij un Manuale di psichiatria per dissidenti, che attraverso il samizdat raggiunge l’Occidente: contiene delle indicazioni per i dissidenti su come evitare di essere dichiarati malati psichiatrici. Gluzman è capace di una magnanimità non comune, che lo porta addirittura a compatire i testimoni che hanno deposto contro di lui durante il processo: «Erano pallidi, balbettavano, non riuscivano a guardare nessuno negli occhi – racconta ai genitori. – Quello che hanno detto su di me (sulle mie idee, i miei lavori, le mie azioni) è stato detto solamente per paura, senza alcuna cattiveria nei miei confronti. Avevano paura. La loro paura era in un certo senso trascendentale, kafkiana. Non sono forse fortunato a non provare questa paura, e che la mia coscienza sia limpida? È forse una cosa da poco?».
Questa pace interiore che gli viene dalla consapevolezza e fedeltà alla verità è la cosa che ritiene più preziosa, essenziale. Con la verità, infatti, che è «la sua unica valuta», come dice l’amico e collega Robert van Voren, Semen Gluzman sembra essersi acquistato la libertà interiore con cui riesce a vivere anche in lager «una vita spirituale autentica [ed essere] felice, nonostante tutto quello che devo sopportare». La felicità è per lui una scelta libera, indipendente dall’apparente fallimento degli anni che sta trascorrendo in lager, senza poter realizzare i progetti di vita che probabilmente accarezzava: avere una famiglia, un buon lavoro… Lo scrive in una bellissima poesia circolata clandestinamente negli anni ’70:
La mia parola nasce dalla mia verità.
La mia verità dal mio significato;
ma parola, verità, significato, io stesso
nasciamo dal tuo mondo, Jahvè.
Mio il diritto alla scelta,
e io ho scelto.
Senza aver incontrato la Donna,
senza aver scritto il libro,
nel freddo e nella violenza
ho scelto, Jahvè,
il significato della libertà.
Questa irriducibile libertà interiore Gluzman la riconosce anche nelle esperienze dei compagni, che nonostante tutte le vessazioni non cedono alla disumanità, anzi sembrano custodire un’inspiegabile speranza nell’intima bontà dell’uomo:
«Ivars Grabans, non più contadino, solo, sofferente, non è diventato un misantropo. È sorprendente, la tragedia del corpo non è diventata tragedia dell’anima. E anche oggi la Fede non lo ha abbandonato.
Di sé e dei suoi compagni potrebbe dire con Camus: “Noi conserviamo l’amore per l’uomo negli anni della tragedia della ragione e troviamo in questo amore la Fonte perenne della fede nel futuro”».
Non che sia facile, conservare questo «amore per l’uomo» in quelle circostanze, e Gluzman non si illude riguardo alla fatica del presente. Nell’affrontarlo, la fede è per lui un sostegno fondamentale, perché lo aiuta a concepire ogni giorno come una chiamata al servizio della verità, senza cadere nella disperazione, in totale affidamento alla volontà di Dio. Scrive sempre ai genitori: «per favore, credete alla sincerità di quello che scrivo, non è passato attraverso la censura. Io sto bene. Qualsiasi cosa potrà succedermi in futuro, non mi lamento di nulla e sono contento del mio destino».
E cerca di spiegare anche alla danese Herda cosa significhi vivere in quest’ottica ogni giorno: «Noi non viviamo qui del futuro; nell’attesa della futura felicità, della futura libertà. Noi viviamo qui di verità, di Bene, del ricordo dei vicini, di tutto quello che lei chiama “l’incubo del lager”. Sì, i nostri giorni possono essere chiamati anche così, ma io preferisco un altro termine: giorni di lavoro. Bisogna servire la verità, con le ore del giorno sottratte al giorno, con i pensieri dispersi nei minuti insonni della notte, servire con la resistenza. La vita acquista un senso quando la resistenza diventa un lavoro, un lavoro libero. Dopo, un po’ alla volta ti abitui e l’incubo scompare». Per questo nonostante l’umiliazione e le sofferenze subite, nessun miglioramento delle proprie condizioni varrebbe per lui la negazione della verità, che sarebbe come negare Dio, la propria identità e il valore di ogni vita umana. «Nella sua lettera – continua rivolto a Herda – ricorda che il mondo oggi non è perfetto e il Bene, che poi non è molto sulla terra, non è sparso in egual misura. E noi qui, come lei scrive, “ne siamo frodati in modo particolare”. Non so se qualcuno dei miei compagni sia felice. Parlare di felicità qui nel lager può sembrare offensivo. Siamo certamente privati della felicità (non si trova nell’elenco delle cose permesse),
ma nonostante tutti i paragrafi, gli articoli e le istruzioni, una cosa non sono riusciti a toglierci, l’individualità. Come lei scrive, “perdere sé stessi” è veramente terribile.
Nelle nostre condizioni questo significa perdere il passato, gli amici, la morale: perdere Dio. In cambio non ottieni nulla, a meno che non consideri una conquista la sopravvivenza biologica a un livello molto basso accompagnata dall’odio verso la gente, la sfiducia e la derisione di concetti come patria, amore, giustizia… (eppure quanto desideriamo a volte un posto, il più misero ma che sia umano, un pezzo di pane comune…)».
Ma la cosa che forse sorprende di più è la conoscenza nuova e profonda dell’uomo che gli viene dall’esperienza stessa del lager, dall’osservazione dei compagni in quel contesto estremo; paradossalmente, tutto questo consolida in lui la fiducia e la speranza nel Bene: «Prima io non conoscevo molte cose. Medico, psichiatra, lavoravo con la gente, la studiavo, la curavo, ma non la conoscevo. La mia conoscenza dell’uomo era libresca, come libresca era la mia fede nell’uomo. Il lavoro dello psichiatra e pur esso un sudiciume. Ora capisco: il mondo umano si è rivelato più sudicio e più meschino, ma io non ho perso la fede nell’uomo perché ho visto accanto a me una reale saggezza, una spiritualità reale, una purezza reale che io ritengo superiori alle forze di Prometeo». Robert Van Voren ricorda di aver imparato da lui proprio questa capacità non scontata di andare in profondità, di «guardare oltre l’ovvio, cercare di capire il secondo, il terzo e il quarto strato, il fattore umano, e la complessità dell’uomo».

Gluzman nel 2013. (istpravda.com)
Forse per questo, anche una volta rientrato a Kiev e dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Semen Gluzman ha continuato ad impegnarsi per una psichiatria più etica e umana, senza mai rassegnarsi davanti agli ostacoli, denunciando i crimini passati e presenti. Ha fondato l’Associazione Psichiatrica Ucraina e il primo Centro di Riabilitazione Psico-sociale per affrontare i traumi lasciati dall’epoca sovietica, per cui ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali.
Anche nel marzo 2022, di fronte al nuovo dramma della guerra, di nuovo si è pronunciato, scrivendo una nuova lettera aperta, in cui ha esortato ancora una volta a non dimenticare le ingiustizie e gli orrori passati per evitare di compiere gli stessi sbagli: la fedeltà alla verità è indubbiamente l’eredità preziosa che la sua vita ci ha lasciato.
(Immagine d’apertura: screenshot youtube).
Miriam Zanoletti
Nata nel 1999, ha studiato all’Università Ca’ Foscari di Venezia e Albert-Ludwig di Friburgo, conseguendo la laurea magistrale in Lingue e Letterature tedesca e russa.
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