23 Giugno 2026
Bjaljacki: il papa, il Nobel, la libertà di un popolo e del mondo
Sul nostro portale abbiamo parlato più volte di Ales’ Bjaljacki, filologo e dissidente cattolico bielorusso, fondatore nel 1996 del Centro per i diritti umani Vjasna. Decine di arresti, 7 anni in prigione, Nobel per la pace 2022, è stato espulso dalla Bielorussia nel 2025. Nel maggio scorso è stato ricevuto dal papa.
Degli interventi di Bjaljacki colpiscono l’umanità, l’equilibrio, la pacatezza con cui professa i suoi ideali, l’anelito al dialogo e alla riconciliazione nel suo paese e nel mondo, senza chiudere gli occhi sulle ingiustizie. Qualità che gli derivano anche da una fede profonda e dal rapporto filiale con la Chiesa come punto di riferimento stabile, e dalla sicurezza di non essere solo. Ne è una prova il suo desiderio di incontrare papa Leone XIV, che si è realizzato il 27 maggio 2026 in piazza San Pietro, al termine dell’udienza generale. Ne hanno dato notizia, fra gli altri, Vatican News e il sito di Vjasna.
Bjaljacki era accompagnato dalla moglie, Natallija Pinčuk, che nel 2022 aveva ritirato il Nobel per lui, che era in carcere. Nel 2023 Natalija era andata a pregare sulla tomba di San Pietro per il marito, e l’anno scorso aveva chiesto a Leone XIV, da poco eletto, di benedirla e di sostenere con la preghiera la sua sofferenza per la separazione da Ales’.
«Essere qui con mia moglie, dopo quasi 40 anni di matrimonio vissuti nella fede, e poter ascoltare liberamente le parole del Papa, è un “inno alla gioia”, e il pensiero in questo momento va ai quasi mille prigionieri politici del nostro Paese»,
queste le parole del dissidente riportate da Vatican news. A due giorni dalla promulgazione della prima enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas, Bjaljackij ha voluto ringraziare il pontefice «per la cura e la preoccupazione per “la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, come lui stesso ha scritto».
Sul sito di Vjasna il dissidente ha commentato così l’incontro: «Mi sono presentato al papa e gli ho parlato brevemente di me. Gli ho detto che ero molto contento di averlo potuto incontrare e l’ho ringraziato per l’attenzione che la Chiesa cattolica riserva alla Bielorussia e al suo popolo, per il suo sostegno ai prigionieri bielorussi, e gli ho chiesto di adoperarsi per la loro liberazione. La situazione dei diritti umani in Bielorussia è terribile, sono circa un migliaio i prigionieri politici, fra i quali anche cattolici, ortodossi e protestanti. Perciò, gli ho chiesto di pregare perché siano liberati, per la Chiesa, per i sacerdoti incarcerati e perché nel nostro paese avvengano cambiamenti democratici. Ho chiesto al papa di non abbandonare il popolo bielorusso nelle sue tribolazioni e di non dimenticare la Bielorussia».

(spring96.org).
La vita in carcere
In questa occasione Bjaljacki ha anche consegnato al papa una lettera-memorandum, di cui il sito di Vjasna riassume a grandi linee il contenuto. Nel documento il dissidente ha descritto la situazione disastrosa dei diritti umani nel suo paese, soprattutto dopo le manifestazioni del 2020 contro i brogli elettorali. Fra i prigionieri politici ci sono anche anziani, genitori di famiglie numerose, malati, e tutti soffrono per i maltrattamenti e la mancanza di cure mediche. Bialjacki ha sottolineato che il regime mira a distruggere la dignità umana, privando i credenti persino dei diritti fondamentali alla confessione e alla comunione in carcere, e ha menzionato l’artista Ales’ Puškin, che per tanti anni ha partecipato alla rinascita della cultura cristiana bielorussa ed è morto in prigione nel 2023.
Il dissidente ha ricordato che nel 2012 l’allora nunzio Claudio Gugerotti lo aveva visitato in carcere, e ciò lo aveva confortato e protetto dai soprusi delle guardie. Ha descritto poi la distruzione sistematica dell’identità, della lingua e della vita religiosa bielorussa in atto oggi, della persecuzione di sacerdoti di varie fedi, della chiusura di chiese e della deportazione di missionari, ma anche dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, osservando che molti bielorussi sono stati imprigionati proprio per aver protestato contro questa guerra. Ha sottolineato il tentativo sistematico delle autorità di umiliare la persona nei luoghi di detenzione, osservando che con la privazione delle cure mediche e della possibilità di tenere con sé oggetti religiosi o di partecipare ai riti, le autorità cercano di distruggere nei detenuti la coscienza della propria identità. Queste azioni mirano a impedire alla persona di concepirsi come creata a immagine di Dio per farle credere che un decreto dello Stato possa cancellare il suo valore interiore. Il dissidente ha sottolineato il carattere universale e incontestabile dei diritti umani, che deriva dalla natura stessa dell’individuo. Diritti che, essendo fondati sulla dignità di tutti, devono avere delle conseguenze legali e pratiche reali.
Ha aggiunto che la dignità umana è inalienabile, anche quando si è rinchiusi in carcere per un lungo periodo e in condizioni molto dure.
Bjaljacki ha voluto portare davanti al pontefice e all’opinione pubblica mondiale le sorti di tutto il suo popolo, come aveva già fatto in una lunga intervista registrata poco dopo la sua liberazione, nel gennaio 2026, al Nobel Peace Center di Oslo. Le condizioni di vita nelle carceri bielorusse, aveva detto all’intervistatore, «sono piuttosto brutali. Si fa molto per sopprimere l’individualità, per far sentire la persona un nulla. È un retaggio del GULag staliniano, quando milioni di persone venivano uccise, e tanti scomparivano…». Anche se quel periodo è passato, lo scopo della prigione è rimasto lo stesso, annientare la persona:
«La colonia penale è un mondo a sé, molto chiuso, e l’amministrazione è praticamente onnipotente. Le tradizioni sovietiche si sono conservate nelle prigioni bielorusse».
Niente posta elettronica, nessun contatto con l’esterno: «Per tutto il 2025 sono riuscito a ricevere una sola lettera di mia moglie». Il dissidente testimonia che la pressione psicologica e morale è quotidiana. L’amministrazione si serve dei delinquenti comuni e dei recidivi, ma anche di alcuni dipendenti della prigione desiderosi di fare carriera, «per annientare la tua personalità, per opprimerti, per importi ulteriori restrizioni. Neanche in prigione ti lasciano in pace, ti creano problemi ogni giorno. Ad esempio, puoi finire in cella di rigore, dove fa un freddo terribile, tanto che non riesci a dormire, devi muoverti ogni venti minuti per non congelarti, e questo per una notte, due, tre, così accumuli stanchezza: è un modo per tenerti sotto pressione. (…) Alcuni prigionieri politici sono perfino morti o si sono suicidati in cella di rigore… Esiste anche una cella che è come una prigione nella prigione, dove si può essere rinchiusi per periodi più lunghi: non solo dieci o quindici giorni, ma anche per sei mesi. È successo anche a me e ad altri prigionieri politici. Stai chiuso per sei mesi in un ambiente senza ventilazione, senza aria, la finestra è coperta da una pellicola di polietilene e i muri sono umidi, grondano acqua. Prima di andare a letto, ad esempio, io asciugavo i muri con un asciugamano e poi lo strizzavo, perché era bagnato dappertutto. In queste condizioni puoi ammalarti… Se, ad esempio, vivi lì per sei mesi, quando ritorni al tuo reparto hai la faccia bianca o verde, perché per tutto quel tempo non hai visto il sole, né hai respirato aria fresca. Con questi metodi ovviamente cercano di ucciderti, di uccidere la tua moralità, per trasformarti in una creatura prona e obbediente. Perciò bisogna sempre resistere, darsi una struttura interiore per attraversare questi momenti. Ero fermamente convinto che presto o tardi avrebbero cominciato a rilasciarci, e alla fine così è stato».

(spring96.org).
Un pacchetto di caffè
Il Nobel a Bjaljacki ha certamente contribuito ad aumentare la visibilità del dissenso in un paese che sembra chiuso ermeticamente in se stesso. L’ex detenuto politico ha raccontato dello stupore suo e generale alla notizia del premio; si vede dalla sua semplicità che non si concepisce come un eroe solitario, ma come parte di una realtà più grande, fatta di persone concrete:
«Non dimenticherò mai quella giornata memorabile dentro a un susseguirsi di giorni piuttosto grigi… Avevo già scontato più di un anno, in quel periodo avevamo accesso al nostro fascicolo penale per prepararci al processo. Ogni giorno ci portavano a prenderne visione e una volta, nel corridoio dove ci incrociavamo con altri detenuti politici… uno che conoscevo mi ha detto: “Ales’, a quanto pare ti hanno dato il Nobel”. Non ci credevo, perché le possibilità di riceverlo erano minime, non ci pensavo affatto, mi sembrava inverosimile. Ma quando sono arrivato nell’ufficio dove c’erano l’avvocato e l’inquirente, l’avvocato me lo ha confermato… La stessa inquirente si è improvvisamente resa conto che l’imputato contro il quale stava raccogliendo le prove di colpevolezza, aveva preso il Nobel proprio per l’”attività” [di cui era accusato ndr]. È stato uno shock, per loro e per me: quel giorno ho smesso di visionare il mio fascicolo. Questo è successo proprio lo stesso giorno in cui la notizia è stata resa pubblica. Se non fosse stato per la gente incontrata nel corridoio, difficilmente lo avrei scoperto proprio quel giorno, perché eravamo sempre tenuti in stretto isolamento. Eppure è successo, e subito la notizia si è diffusa tra gli altri prigionieri politici, e durante gli incontri successivi tutti si congratulavano con me a cominciare dagli avvocati… C’era una fila di detenuti, e chi da destra, chi da sinistra mi diceva: “Complimenti, Ales’, è importante anche per noi!”.
Qui la notizia è stata recepita come se tutti i bielorussi che hanno combattuto per la democrazia, per i diritti umani, per elezioni giuste, avessero ricevuto il premio, ed è stato realmente così,
io non sento questo premio come mio ma di tutti i bielorussi che lottano per l’indipendenza democratica del loro paese. Le racconto un episodio divertente: un detenuto ha detto a un altro: “Quel tipo ha preso il Nobel”, e l’altro: “Ma và, impossibile!”, ti dico di sì, ti dico di no, il primo fa: “Scommettiamo?”. E hanno scommesso un pacchetto di caffè, che per noi è una merce molto preziosa, costa caro, i detenuti sono poveri. Allora, il secondo detenuto è venuto da me e mi ha chiesto: “Ma lei ha ricevuto davvero il Nobel?”, io ho risposto di sì, e lui: “Maledizione, ho perso un pacchetto di caffè!”.
È una storia simpatica, ma è per dire che se ne è discusso, e questo mi ha garantito un po’ di sicurezza in più, perché anche l’amministrazione, nonostante la pressione generale anche sugli altri detenuti politici, lo teneva sempre presente. Si capiva che avevano ordine di trattarmi con molta attenzione: “Probabilmente lo potremo scambiare, è un prigioniero prezioso, lo potremo cedere in cambio di qualche concessione economica importante per il regime”. Alla fine, sono riusciti davvero a scambiarmi, nel dicembre del 2025, in cambio dell’abolizione delle sanzioni economiche. Del resto, del Nobel si è effettivamente parlato anche alla televisione russa. In carcere ci sono solo la TV russa e quella bielorussa e nessun’altra fonte di informazione (…). Per i detenuti è stato uno shock, perché hanno visto come il presidente Trump e altri hanno parlato del Nobel, e c’era uno, lì in prigione come loro, con il capo rasato come loro, con la stessa uniforme da carcerato, anche lui prigioniero, che aveva preso il Nobel. Certo, i bielorussi sono tranquilli per carattere, non esternano tanto le loro emozioni, ma da alcuni atteggiamenti o dal modo in cui i delinquenti comuni mi aiutavano, non dico i prigionieri politici, si vedeva che mi rispettavano».

La moglie Natallja (prima a sx) riceve il premio Nobel di suo marito. (spring96.org)
Lettere ai detenuti
Bjaljacki riconosce che la pressione della comunità internazionale sul regime di Lukašenko ha contribuito alla sua liberazione, ma non meno essenziale è stato il sostegno di molta gente semplice da tutto il mondo. L’intervistatore ha osservato che a suo tempo il Nobel Peace Center aveva invitato a scrivere lettere o cartoline al dissidente in carcere. Molte di queste non gli sono state consegnate e sono state rimandate al mittente, a Oslo: «Cosa vorrebbe dire alle persone che hanno scritto a lei e ad altri prigionieri di coscienza?». E lui ha risposto: «Desidero tanto ringraziarli, perché questo sostegno morale e questa solidarietà concreta da tutto il mondo per i prigionieri politici in Bielorussia sono molto importanti. Peccato che cartoline e lettere non siano giunte fino a noi ma siano rimaste da qualche parte in mano alla censura, all’amministrazione della colonia, forse magari anche distrutte. Ciononostante, la sensazione di essere sostenuti moralmente è di grande conforto. Le lettere non mi sono arrivate ma io sapevo bene che molti mi scrivevano, e questo mi ha sempre aiutato. Perciò sono molto importanti i gesti di solidarietà della gente semplice: scolari, studenti, persone che svolgono i lavori più diversi e che sostengono i prigionieri politici nei paesi dove non c’è libertà… Perché oggi il mondo è piccolo, praticamente viviamo tutti insieme, e queste ondate di sostegno, di solidarietà, sono molto importanti per i prigionieri politici in tutto il mondo. Credo sia altrettanto importante anche per coloro che ci scrivono, perché è come uno scambio di doni. Le persone che decidono di scriverci è come se si elevassero al di sopra dei problemi quotidiani tipo andare a fare la spesa o sbrigare altre faccende. Cominciano a pensare a qualcosa di un po’ più alto, e anche questo nobilita l’uomo, lo rende migliore…».

(Наша Ніва).
Un’opera buona
Bjaljacki ha confidato che a sostenerlo nella prova, oltre alla famiglia e agli amici, è stata «la convinzione che stiamo compiendo un’opera buona, che abbiamo fatto e stiamo continuando a fare qualcosa di buono. Anche se in prigione ti sembra di non stare facendo niente oltre a essere costantemente sotto pressione, il fatto stesso che ci siano dei detenuti politici è un chiaro segnale per tutta la comunità mondiale che nel nostro paese c’è qualcosa che non va, che ci sono dei problemi con i diritti umani, con la democrazia, con il lavoro delle ONG, che la società è sotto pressione. Di fatto tu continui a svolgere la stessa attività democratica, per i diritti umani, anche se in apparenza non stai facendo niente, stai solo cercando di schivare i colpi e non sempre ci riesci.
Perciò, stando in carcere, avevo ben chiaro che stavo continuando a fare quello che ho fatto in tutti gli anni precedenti, e che la cosa più importante è avere pazienza».
In Bielorussia come in tutto il mondo la pace e i diritti umani oggi sono in grave pericolo. L’intervistatore osserva che in questa situazione è facile sentirsi impotenti e soli, chiudersi alle sfide della nostra epoca. Bjaljacki risponde che, effettivamente, anche in seguito all’invasione dell’Ucraina, in Bielorussia vige ormai da anni «lo stato di guerra, anche se non dichiarato. Sono state eliminate o bandite praticamente tutte le organizzazioni pubbliche, centinaia di giornalisti sono emigrati e quelli che non l’hanno fatto sono finiti in prigione, anche gli attivisti sociali e politici, giovani, donne: la vita pubblica è stata distrutta, come durante un’occupazione». Tuttavia, «è molto importante non perdere la speranza fondamentale, ossia che possiamo comunque rendere il mondo migliore e dobbiamo trovare pazientemente una soluzione a questi conflitti, ai problemi della nostra regione, dell’Europa orientale, di tutta l’Europa. Per noi tutti è molto importante come si evolverà la situazione in Ucraina. Spero tanto che la guerra finisca al più presto, che questo paese entri nell’Unione europea, che inizi un’intensa ricostruzione dell’economia distrutta e che il modello ucraino di Stato democratico influisca sul futuro dei bielorussi, perché siamo due popoli vicini, abbiamo una storia comune, due lingue e culture molto simili. Abbiamo vissuto insieme per secoli, è molto importante per noi l’esempio di questo popolo…».
Non bisogna sentirsi impotenti, perché «molto dipende da noi. Sono sempre stato convinto che la cosa principale è non arrendersi. Tutti possiamo influire sulle opinioni, sul modo di risolvere certe situazioni in una piccola cerchia di amici, in un gruppo di lavoro, nelle organizzazioni pubbliche in cui abbiamo l’opportunità di lavorare. È fondamentale, perché è proprio da qui che si forma tutta la vita della società, che è costituita di frammenti, di piccoli mattoni. Bisogna quindi darsi da fare a diversi livelli e non essere indifferenti, non chiudersi nel proprio guscio».
Il Nobel è stato veramente «un premio per tutti i bielorussi che in questi ultimi dieci anni stanno lottando per la democrazia, per i diritti umani, per elezioni giuste, per una società più equa, per una Bielorussia europea. Decine, centinaia di migliaia di persone hanno fatto o fanno parte tuttora di questo movimento, che continua… Per noi è importantissimo che questo lavoro sia stato visto, notato, e il premio è un segnale per la società bielorussa che siamo sulla via giusta, che stiamo lavorando bene, (…) è e rimane una pietra miliare storica sulla via dello sviluppo della società, di quella bielorussa nel mio caso. Insieme a me hanno ricevuto il premio anche gli attivisti per i diritti umani russi e ucraini. Anche nei loro paesi si sta combattendo una battaglia per gli ideali della democrazia e dei diritti. Per me è fondamentale che la Bielorussia non sia stata dimenticata in questo processo, che anche noi abbiamo ricevuto la nostra valutazione, una valutazione molto positiva…».
(Immagine d’apertura: spring96.org).
Anna Kondratova
Moscovita, laureata in sociologia. Ha seguito da vicino lo sviluppo del movimento d’opposizione in Russia. Giornalista e saggista.
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