15 Maggio 2026
Una lingua vietata, una fede viva: la voce bielorussa nella Chiesa
Fra i paesi dell’ex blocco sovietico la Bielorussia è un caso a sé, anche nei rapporti fra Stato e comunità religiose. L’ingerenza del regime è pesante nella vita di queste ultime, blandite se utili a rapporti internazionali convenienti ma annientate se fedeli agli ideali di verità, giustizia e pace. Eppure, c’è ancora chi desidera che la fede incida sulla vita e che le forme religiose non siano svuotate forzatamente del loro contenuto autentico.
Cari fratelli e sorelle, stimati partecipanti al Convegno,
Oggi parliamo di Cristo in tempo di guerra, ed è importante chiarire subito che la guerra non è solo il fronte, non sono solo i missili e le linee di contatto. La guerra è anche lo spazio in cui si distrugge la verità, in cui parlare diventa un pericolo e la fede oggetto di controllo.
Rappresento la Bielorussia, un paese in cui questa forma di guerra è iniziata molto prima del 2022 ed è da tempo diventata uno scenario e una realtà quotidiana. Il mio paese è un esempio di come lo Stato sia riuscito a instaurare sistematicamente, nel corso di decenni, un controllo totale sulla religione. Se negli anni Novanta, negli anni Duemila e persino negli anni Dieci nelle chiese esisteva ancora uno spazio di relativa autonomia, dopo le elezioni del 2020 le organizzazioni religiose si sono ritrovate al centro dell’attenzione del regime di Aleksandr Lukašenko.

Padre Aliaksandr al convegno “Dire Cristo in tempo di guerra”.
La ri-registrazione delle comunità religiose
Uno dei principali strumenti di pressione è diventata la cosiddetta ri-registrazione delle comunità religiose. Formalmente si tratta di una procedura giuridica di aggiornamento dello status, di fatto è un meccanismo di filtraggio. Tutte le organizzazioni religiose (cristiani, musulmani, ebrei) e tutte le confessioni (parlerò soprattutto dei cristiani, ma è importante capire che ciò riguarda tutti indistintamente) sono state obbligate a sottoporsi nuovamente all’accreditamento statale. In pratica, ciò significava che ogni comunità doveva confermare la propria «lealtà» al regime. E non si trattava di criteri formali come documenti o statuti. Il criterio principale era la «posizione». Se il parroco o i fedeli osavano pronunciarsi contro la violenza, la guerra e le repressioni, ciò diventava automaticamente un problema per l’intera comunità. Lo Stato diceva: «O cambiate il sacerdote e mettete al suo posto qualcuno che sia leale, che segua in tutto la linea del partito e coinvolga i fedeli nelle attività ideologiche, oppure chiudiamo la parrocchia».
In questo modo, negli ultimi anni decine di comunità in tutto il paese (non conosciamo il numero esatto) non hanno superato questa ri-registrazione e sono state chiuse. Voglio sottolineare in particolare che qui non sono in gioco numeri astratti, ma parrocchie reali, persone reali e liturgie reali che non vengono più celebrate.
Una storia particolarmente emblematica è quella di Brest. È importante non solo di per sé, ma come concentrato di tutta la logica della pressione, perché si tratta della scomparsa di un’intera confessione, i greco-cattolici, gli uniti. Eppure, la Chiesa unita è una delle principali confessioni tradizionali della Bielorussia: è attraverso l’Unione di Brest che si è formata una parte significativa dell’identità bielorussa, e nel XVIII secolo gli uniti costituivano la maggioranza della popolazione in questi territori.
Che cosa è accaduto dunque? Prima alcune parrocchie non hanno superato la ri-registrazione perché considerate non abbastanza leali al regime vigente. Altre hanno tentato di contestare questa decisione, ma si sono viste rifiutare il ricorso dai tribunali, fino alla Corte Suprema. E poi tutti coloro che non erano d’accordo con la decisione di chiudere le singole parrocchie sono stati anch’essi liquidati.
Le formulazioni usate erano quanto mai vaghe: «non conformità alla legislazione», «minaccia agli interessi nazionali», ma dietro queste parole si celava una ragione del tutto comprensibile: la mancanza di lealtà. I sacerdoti e le comunità non si adattavano al modello di Chiesa che il regime cerca di costruire, completamente controllata, ideologicamente innocua, privata di una voce propria.

I quattro stadi della persecuzione
Ma la ri-registrazione è solo uno degli elementi del sistema. In realtà la pressione ha un carattere stratificato.
Il primo livello è la criminalizzazione. In Bielorussia l’attività religiosa è punita sempre più spesso in base all’articolo sull’«estremismo». Il regime è particolarmente incline ad applicare questa etichetta alle iniziative, ai media e alle comunità cristiane. In pratica, qualsiasi interazione con queste risorse — l’iscrizione, il repost, persino la semplice conservazione dei materiali — può essere perseguita penalmente. In questo modo lo spazio del pensiero e del dibattito cristiano viene semplicemente tagliato fuori dalla sfera pubblica.
Un esempio: recentemente il canale Telegram della nostra parrocchia a Vilnius è stato riconosciuto come «materiale estremista». Anche il mio canale YouTube è stato classificato come «materiale estremista», e io come creatore di contenuti estremisti. Ciò significa che qualsiasi persona semplicemente iscritta ai miei social o ai social della nostra parrocchia può ricevere una sanzione penale. Che ve ne pare?
Il secondo livello sono i procedimenti penali contro i fedeli e il clero. Formalmente vengono loro mosse accuse «non politiche» come «incitamento all’odio e all’ostilità» (art. 130 del Codice Penale della Repubblica di Bielorussia), «oltraggio al Presidente» (art. 368 del Codice Penale della Repubblica di Bielorussia) o «attività estremista» (art. 361 del Codice Penale della Repubblica di Bielorussia). Al tempo stesso il regime fa capire inequivocabilmente che i fedeli vengono perseguiti per mancanza di lealtà. Per esempio, io — sacerdote Aleksandr Kuchta — ho in Bielorussia un procedimento penale aperto a mio carico e rischio diversi anni di prigione. Forse a mio carico ci sono anche altri procedimenti, ma io sono a conoscenza solo di questo. Il motivo è che io, come sacerdote, ho rilasciato delle interviste ai media bielorussi indipendenti e ho parlato della violenza e della menzogna che regnano nel mio paese.
Ma io sono emigrato. Possono aprire contro di me anche mille procedimenti, non me ne importa nulla. Invece altri sacerdoti e fedeli stanno scontando delle pene reali. Tutto ciò crea una situazione di incertezza in cui qualsiasi voce religiosa pubblica può essere interpretata come un crimine.
Il terzo livello, di cui in parte ho già parlato, è la pressione sul clero. Lo Stato influisce direttamente sulla possibilità dei sacerdoti di esercitare il ministero. E sostituire il parroco perché la comunità possa sopravvivere, non è un’eccezione ma prassi ordinaria. Si conoscono dei casi in cui dei vescovi hanno subìto pressioni e sono stati persino rimossi (il metropolita Tadeusz Kondrusiewicz, l’arcivescovo Artemij Kiščenko), quando la loro posizione non era percepita come abbastanza leale.
Il quarto livello è la censura culturale. Sotto controllo finisce non soltanto la struttura della Chiesa, ma anche la sua memoria. Vengono registrati casi di pressione riguardanti icone che raffigurano vittime delle repressioni, tentativi di rimuovere immagini «indesiderate», di modificare lo spazio simbolico delle chiese.
Una storia particolarmente emblematica è avvenuta nella cattedrale di Grodno. Lì nel 2006 è comparso un ciclo di icone dei nuovi martiri, sacerdoti uccisi nel XX secolo durante le repressioni bolsceviche. La particolarità di queste icone è che su di esse erano raffigurati non soltanto i santi, ma anche i loro carnefici — čekisti, soldati dell’Armata Rossa, scene degli arresti e delle fucilazioni. E questo è diventato un problema. Queste immagini dicevano troppo sulla violenza dello Stato contro la Chiesa, perciò le forze di sicurezza bielorusse, eredi del KGB sovietico, hanno fatto pressione per anni sulla diocesi affinché rimuovesse queste icone. E nell’autunno del 2023 le icone hanno cominciato a sparire. Prima ne sono state rimosse alcune, ufficialmente per «restauro». Poi ne sono sparite anche altre. Ma non c’è mai stato nessun restauro. Successivamente al posto delle vecchie icone sono comparse nuove immagini: gli stessi santi, ma senza le scene di violenza, senza i carnefici e senza il contesto storico.
In altre parole, il regime in Bielorussia vuole nascondere la verità scomoda su se stesso e sui suoi predecessori, lasciando soltanto una versione «innocua» della santità. Questa è la censura culturale, quando alla Chiesa viene lasciata la forma, ma ne viene svuotato il contenuto.
Un aspetto a sé stante è la pressione esercitata attraverso la propaganda e il discredito. I sacerdoti che si sono permessi di non essere «leali», che parlano della guerra, della violenza, della verità, diventano bersaglio di attacchi informativi: i media statali pubblicano menzogne, insulti e minacce nei loro confronti.
Mi sono già citato prima come esempio, quindi lo faccio di nuovo. Ho perso il conto di quante volte mi hanno coperto di fango i canali pro-regime di infima risma. Persino il principale propagandista bielorusso, Grigorij Azarënok, si è espresso nei miei confronti.
Se si collegano tutti questi punti, ne risulta un quadro unitario:
- criminalizzazione;
- pressione amministrativa;
- controllo dei contenuti;
- ingerenza sul clero;
- censura culturale;
- diffamazione propagandistica.
Tutte queste pratiche vengono applicate in egual misura a tutte le religioni e a tutte le confessioni in Bielorussia, che fin qui, però, non costituisce un caso unico. Possiamo osservare qualcosa di simile, anche se forse in modo non così duro, anche in Russia, in Kazachstan e in molti altri paesi. Molti sono gli Stati che cercano di controllare la religione e di usarla come strumento di legittimazione. Ma la Bielorussia ha le sue peculiarità, e ora ve ne parlerò.

Il caso particolare della Bielorussia
La differenza principale è l’assenza di una confessione «dominante» sulla quale fare leva. Da noi sono forti i cattolici, e gli uniti e i protestanti hanno radici storiche profonde. L’ortodossia non è l’unico centro della vita religiosa attorno al quale lo Stato possa costruire la propria propaganda. Ciò costringe il regime a degli equilibrismi, a blandire tutti contemporaneamente.
Prendiamo, per esempio, i protestanti. Per decenni il regime li ha derisi, marginalizzati, oppressi, disprezzati e ridotti a zero. Ma ecco che nel 2025 tra la Minsk ufficiale e la Washington ufficiale si è delineato qualcosa di simile a un dialogo: rappresentanti degli USA vengono a Minsk, Lukašenko contratta sui prigionieri politici, gli americani revocano le sanzioni, Trump si guadagna punti politici, Lukašenko fa nuovi prigionieri politici, e così via, come in un circolo vizioso.
Ed è in questo contesto che emerge la figura di Franklin Graham, noto predicatore evangelico americano e, fatto rilevante, importante attore politico con accesso diretto all’establishment conservatore americano. Per rendersi ancora più gradito agli americani, Lukašenko invita il predicatore in Bielorussia. Non solo: in Bielorussia, in deroga alla legislazione vigente (da noi è vietata la missione pubblica), gli concede uno stadio e si appresta ad autorizzarlo a predicarvi apertamente.
In questo modo Lukašenko mostra, per così dire, che con lui si può parlare non solo attraverso la diplomazia ufficiale e i servizi segreti, ma anche attraverso leader religiosi vicini a Trump.
Nel contempo, con l’altra mano, il regime condanna il pastore protestante bielorusso Oleg Lojko a tre anni e mezzo ai sensi dell’articolo sul «favoreggiamento dell’attività estremista», per aver trasmesso informazioni sugli spostamenti dei mezzi militari russi al sito «Belaruski Hayun».
Questa è la normale logica bielorussa: il regime non rispetta le comunità religiose come soggetti, le considera una risorsa. I cattolici possono essere un canale verso il Vaticano, i protestanti un ponte verso i conservatori americani, e gli ortodossi uno strumento di legittimazione interna e un collegamento con Mosca. Tuttavia, all’interno del paese vale una sola regola per tutti: finché siete utili e leali, vi tolleriamo, se diventate indipendenti, vi spezziamo.
In questo senso la storia del prossimo arrivo del predicatore Franklin Graham è emblematica. Ed è importante non farsi illusioni. Là dove il regime dice «dialogo», spesso bisogna leggere «baratto». Là dove dice «valori tradizionali», bisogna guardare chi vengono ad arrestare in quel momento. Là dove dice «pace» e «stabilità», bisogna chiedersi: quante persone sono in prigione, e quante di esse sono credenti?
Proprio qui emerge una svolta molto importante e, a mio avviso, inaspettata.
Se si osservano le diverse confessioni cristiane in Bielorussia, si vede che molte di esse hanno una fonte esterna di stabilità. Per i cattolici è il Vaticano, al tempo stesso centro spirituale e potente risorsa diplomatica, una struttura con cui il regime è costretto a fare i conti. Ciò significa che, anche sotto pressione, la Chiesa cattolica ha un punto d’appoggio al di fuori del sistema.
I protestanti hanno un modello diverso. Non hanno un centro unico, ma una rete di supporto: Europa, USA, missioni e organizzazioni internazionali. Grazie a questa rete i protestanti hanno la flessibilità e la capacità di sopravvivere anche sotto pressione.
Invece per gli ortodossi la situazione è molto più complessa. Formalmente il loro centro è la Chiesa ortodossa russa. Tuttavia, dopo le elezioni del 2020 e soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la sua autorità è compromessa agli occhi di moltissime persone in Bielorussia, perché questa Chiesa giustifica la violenza. E la gente si pone inevitabilmente la domanda: su cosa possiamo appoggiarci?
È in questo vuoto che si pensa sempre più spesso al Patriarcato di Costantinopoli (ricordo che sul territorio dell’attuale Bielorussia, dell’attuale Lituania e della maggior parte dell’Ucraina, il Patriarcato di Costantinopoli è esistito fino alla fine del XVII secolo). Ed è importante capire che l’interesse verso Costantinopoli oggi non è un gesto politico o un tentativo di «passare all’altra parte», ma un processo molto più profondo. È il tentativo di trovare un punto d’appoggio che non sia legato alla giustificazione della guerra e della violenza.
Per molti bielorussi questo appare come un ritorno alle origini. E più passa il tempo, più questi sentimenti si diffondono. È un processo silenzioso, non ha ancora una forma istituzionale, ma nel mio paese è già in atto.
La nostra parrocchia bielorussa a Vilnius è solo un piccolo esempio di questo movimento, e sono profondamente convinto che prima o poi il Patriarcato di Costantinopoli tornerà in Bielorussia e molte persone diventeranno con gioia suoi fedeli.
Perché oggi in Bielorussia, anche grazie agli sforzi della nostra parrocchia, si sta formando una nuova esperienza ecclesiale. Un’esperienza in cui la fede non può essere costruita sulla lealtà al regime. Un’esperienza in cui l’autorità si misura non con le parole, ma con la verità. E in cui le persone cominciano a cercare una Chiesa che non abbia paura di chiamare il male con il suo nome.
Se questo processo non verrà fermato con la forza, condurrà inevitabilmente a dei cambiamenti, e questa è una buona notizia. Perché oggi sta sbocciando qualcosa di nuovo, che possiamo fondare sui valori autentici del Vangelo.
(Immagine d’apertura: padre Aliaksandr durante il convegno “Dire Cristo in tempi di guerra”; F. Furiga).
Aliaksandr Kuchta
Aliaksandr Kuchta, sacerdote ortodosso e popolare blogger bielorusso, all’inizio del 2022 ha lasciato il suo paese per sfuggire alle persecuzioni politiche. Oggi vive a Vilnius, dove svolge il ministero nella parrocchia bielorussa del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Lavora presso BYSOL, la più grande onlus bielorussa della diaspora che sostiene i prigionieri e i rifugiati politici.
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