La vita come tessitura d’amore

25 Maggio 2026

La vita come tessitura d’amore

Cecilia Benassi

Il 28 aprile nel contesto della Fiera dei librai di Bergamo è stato presentato il libro del nostro caro amico don Paolo Polesana dal titolo “Alle fonti della colonna. Genesi della prima edizione de ‘La colonna e il fondamento della verità’ di P. A. Florenskij”. Suor Cecilia Benassi, studiosa di Florenskij e amica di don Paolo, ha mostrato il valore di questo libro, facendo emergere alcuni tra i punti più interessanti della concezione florenskijana: la persona come parte di un mondo che la costituisce, l’altro come completamento di sé ma al contempo libero e il coraggio della verità.

La vita come tessitura d'amore

P. Polesana, Alle fonti della colonna, 2025.

Il libro che presentiamo oggi è il frutto di anni di ricerche dettagliate e affidabili il cui livello scientifico ne fa un riferimento per il prosieguo degli studi florenskijani. Si tratta di un lavoro che, animato da domande semplici, ha portato ad affrontare e dispiegare questioni complesse. Il volume si presenta come la ricostruzione del mondo di una persona precisa, Pavel Florenskij, in un periodo di tempo preciso, tra il 1904 e il 1908, ovvero il periodo di scrittura della prima versione di quella che ancora oggi viene ritenuta la sua opera fondamentale, La colonna e il fondamento della verità.

Diversi aspetti colpiscono di quest’opera, tanto nei contenuti quanto nei metodi. Durante il nostro incontro ne prenderò in considerazione alcuni.

IL MONDO DI FLORENSKIJ

Nel giugno del 1908 Florenskij discute la sua tesi di laurea in teologia. Si tratta de La colonna e il fondamento della verità nella sua prima versione. Infatti, sollecitato da amici e professori, padre Pavel incrementerà l’opera fino a giungere all’edizione definitiva del 1914 – quella che noi leggiamo e conosciamo –, mantenendo intatto il nucleo centrale e aggiungendo un ricco apparato di note.

Avendo come obiettivo la ricostruzione del mondo che circondava Florenskij durante la stesura di questa prima versione, don Paolo adotta un approccio conoscitivo interessante: guarda all’autore non come una pedina isolata, ma come parte di un intero che lo precede e lo costituisce. Nella ricostruzione che ne deriva, Florenskij si colloca dunque in una storia e cresce all’interno di relazioni di cui si nutre e attraverso le quali forma la sua personalità.

Gli ambiti privilegiati in cui quest’ultima ha preso forma sono prevalentemente l’Accademia Teologica di Mosca, il che significa i rapporti con i professori, i manuali dei corsi – manuali che don Paolo è andato a leggere direttamente – e i circoli studenteschi. Si aggiungono la Fratellanza cristiana di lotta e la Nuova coscienza religiosa, due punti problematici e discussi della vita di Florenskij che, come altri nel corso della ricerca, sono affrontati da don Paolo con rara onestà intellettuale, meticolosità scientifica e ricchezza di fonti.

L’autore osserva e studia tutta la storia giovanile di Florenskij e il mondo in cui si è formato come una preparazione alla scrittura della Colonna del 1904. Non è un caso che la sua tesina precedente fosse sulla matematica di Florenskij, quindi sul periodo di tempo tra il 1900 e il 1904, quando il giovane Pavel frequentava la facoltà di matematica all’università di Mosca. In questo approccio, don Paolo mostra chiaramente come nessuno di noi venga dal vuoto. Come dicono i versi di questa poesia:

Tutta la tua storia fino ad oggi
sposa che discende.
Fu per adornarti nel tuo intero
preparazione lunga ed imprevista
il tuo corredo.

Tutto è preparazione in vista di un compimento. Questa appartenenza a qualcosa di grande e a un intero che lo precede si riflette anche nel modo che Florenskij aveva di lavorare e che don Paolo mette in evidenza: egli preferiva la comunione alla competizione. E questa non era solo un’idea che Paolo rileva nell’opera di Florenskij, ma qualcosa che metteva in atto nella sua stessa vita: abbiamo fatto il dottorato in contemporanea e mettevamo in comune tanto i frutti delle nostre scoperte quanto i materiali e le fonti che riuscivamo a reperire. Un dono raro nel mondo accademico. Infatti, come scrive Paolo: «L’affermazione solipsistica dell’individualità è l’affermazione di una menzogna, perché nulla può esistere indipendentemente dal resto delle cose».

La vita come tessitura d'amore

Padre Pavel Florenskij (seduto al centro) con alcuni suoi studenti dell’Accademia teologica di Mosca nel 1912. (pravmir.ru)

DALL’INTERO ALL’AMORE

Lo sguardo all’esistenza come a un intero – da questo intero che, come mostra don Paolo, Florenskij discendeva –, aiuta a vedere la vita non come un insieme di cose scollegate ma come una tessitura d’amore, dove ciò che si presenta come menzogna è proprio la separazione e l’inimicizia tra la persona e Dio, tra le persone tra loro, e tra le cose – il creato – e le persone. Commenta don Paolo: «La vita umana è un’incarnazione dell’esistenza unitotale, poiché in essa si manifesta, anche se in modo ancora inquinato dall’egoismo, l’amore che afferma il valore assoluto dell’altro come compimento di sé».

Uno sguardo all’esistenza concepita come qualcosa di intero fa vedere l’altro non come qualcuno con cui competere, ma qualcuno che arricchisce quello che io stesso faccio e sono. Secondo la visione di Florenskij, dunque, la vera vita consiste nel vincere la tentazione di sentire l’alterità come una minaccia per arrivare a trovare casa nell’altro e, allo stesso tempo, a sperimentare la sua esistenza come un complemento positivo e assoluto, libero: l’altro mi completa, mi costituisce, pur rimanendo completamente altro e assolutamente libero da me.

E proprio nel culmine di questo tipo di amore Paolo coglie la meta verso cui tendeva La colonna e il fondamento della verità di Florenskij. Infatti, nonostante si trattasse di una tesi di teologia, Florenskij non l’aveva articolata in capitoli di un trattato, ma in lettere a un amico, perché solo all’interno di una relazione d’amore può fiorire una conoscenza autentica. E don Paolo nota che le ultime tre lettere, quindi il vertice verso cui tende l’opera, sono attraversate dal tema dell’amore: l’amore per la creatura, l’amore verginale (in russo celomudrie, sapienza integrale) e l’amore di amicizia. La Colonna è un libro in cui Florenskij si chiede se sia possibile per la ragione entrare in relazione con Dio e conoscerlo, e Paolo sostiene che Florenskij ci mostra, attraverso il suo percorso, che «La guarigione della ragione dalle sue infermità conduce la volontà dinanzi al bivio fra sé e Dio, tra geenna e ascesi, che apre finalmente all’uomo la possibilità di amare». Sono tanti gli studi sulla Colonna, ma devo dire che non ho mai trovato un altro lavoro in cui questo filo rosso sia stato colto ed evidenziato così bene.

La vita come tessitura d'amore

Particolare di un disegno di Pavel Florenskij (1908-1909). (pravmir.ru)

Buona parte dello studio di Paolo è stato dedicato alla teologia trinitaria di Florenskij, sia perché stava facendo un dottorato in teologia, ma anche perché il mistero della Trinità e la sua percezione vitale occupano un posto centralissimo nell’opera di Florenskij. Dopo, dunque, averci fatto attraversare tutto il mondo di Florenskij (i suoi studi di matematica, la teologia dei suoi professori, i nuovi pensatori che si affacciavano sul panorama russo contemporaneo, come anche la Sacra Scrittura e gli scritti dei Padri della Chiesa…), don Paolo ci accompagna a vedere come le dimensioni della vita intratrinitaria siano, secondo Florenskij, fondamentalmente legate all’amore. E, quindi, come il dogma della Trinità sia di fatto un mistero d’amore: «La teologia trinitaria di Florenskij individua due momenti fondamentali della vita intratrinitaria: la trasmissione reciproca di un amore kenotico (di abbassamento, n.d.a.), nel quale ciascuna ipostasi (persona, n.d.a.) rinuncia a sé per identificarsi completamente nell’altra, e la glorificazione reciproca di un amore trionfante, che celebra l’amato sopra ogni cosa».

Questa vocazione all’amore non rinnega nulla di ciò che esiste: quando l’uomo vive così si sente unito a tutto e percepisce in ogni cosa l’esistenza, anche sottile e talvolta quasi impercettibile, che lo lega a tutte le altre. Vivere dunque la vita consapevoli di essere parte di un intero che ci precede, ci nutre e ci accompagna, crea le condizioni per una vita nell’amore. E in questa condizione nulla può costituire per noi una minaccia, sia per quanto riguarda la relazione con l’altro, sia per l’avventura della conoscenza, tema centrale del libro. Nulla, infatti, deve essere precluso alla nostra conoscenza e non esiste una scienza che, di per sé, avvicini o allontani da Dio; ciò che avvicina o allontana da Dio è la posizione del cuore, il metodo e l’aggancio di fondo con cui il nostro cuore entra in quella scienza. Paolo lo dimostra con la sua stessa vita – prima di essere sacerdote e teologo, era infatti fisico –, e lo fa emergere nella vita e nell’opera di Florenskij.

Questo aspetto emerge in modo particolare attraverso l’attenzione che Florenskij dedica a padre Serapion Maškin, un monaco-filosofo i cui scritti creavano diversi problemi di correttezza argomentativa e di conformità dottrinale. Non potendoci qui soffermare su tale aspetto dello studio di Paolo, mi limito a rilevarne l’aspetto straordinariamente innovativo. Polesana, infatti, si è confrontato senza paura con le diverse difficoltà critiche ed ermeneutiche che questa fattispecie dell’opera florenskijana presentava, inoltrandosi in una disamina scientifica che non ha pari negli studi sull’autore, nemmeno tra i critici russi.

Al di là delle diverse analisi dettagliate che presenta nel corso della ricerca, don Paolo arriva a mostrare come, tanto nel caso di Maškin quanto in quello di Florenskij, una prospettiva centrata sulla relazione personale con Dio apra le vie della ricerca: «autentico scopo dell’esistenza è la comunione con Dio. Quando uno ha come obiettivo fondamentale la comunione con Dio, l’uomo è libero nella sua Verità, poiché in lui vi sono anche tutte le cose. Egli è al centro e dal centro può liberamente spostarsi in qualsiasi punto della periferia, senza però dedicare tutto il suo cuore a un obiettivo particolare: egli può diventare chimico, fisiologo, sociologo, ma la specializzazione più importante di tutte è la comunione con Dio». Grazie a questa comunione con Dio, la persona non ha nulla da temere, giacché tale visione unitaria del mondo gli permette di accedere a tutti i rami della conoscenza a partire dal suo centro.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Una vita con questa centratura può avere una cosa oggi piuttosto rara: il coraggio della verità. In questo libro il coraggio della verità emerge sia nella vita e nelle scelte di Florenskij, sia in quelle di Paolo, che, come studioso, non ha evitato di confrontarsi con aspetti scomodi della personalità di questo difficile pensatore e con la forza creativa, ma anche divisiva, del suo contributo. Ha parlato senza paura dei limiti delle interpretazioni che, in Russia e fuori, sono state applicate a Florenskij, giudicato un santo da alcuni e demonizzato da altri. Ha parlato del rischio di un approccio apologetico, come se dovessimo essere noi a difendere Florenskij, cancellando o nascondendo gli aspetti scomodi o difficili del suo pensiero; ha menzionato anche i punti di alcune opere di Florenskij che pongono notevoli difficoltà interpretative, e i critici che nella storia degli studi florenskijani li hanno messi in evidenza. Paolo ha lavorato con il coraggio della verità, sapendo che questo avrebbe potuto inimicargli altri studiosi del pensiero florenskijano, o portare a galla tematiche su cui lui stesso avrebbe potuto trovarsi in difficoltà a rispondere adeguatamente. La verità, infatti, ci fa veri e liberi, anche se spesso ci rende più fragili. Lei, la verità, è viva, è una persona, e si difende da sola. Proprio perché sapeva questo Paolo ha potuto avere questo coraggio, il coraggio oggi raro dell’onestà intellettuale.

E ha saputo cogliere questo aspetto anche nella vita di Florenskij. Ha fatto vedere, come nel caso accennato di Serapion Maškin, che Florenskij non ha avuto paura di confrontarsi con pensatori culturalmente ed ecclesialmente «emarginati» e di valorizzare il bene che contenevano, nonostante le loro fragilità ed errori. Questo ha fatto sì che molti critici a lui contemporanei svalutassero il suo stesso lavoro. Ma Florenskij non temeva questo, anzi! Come mostra don Paolo in diversi passi del libro, padre Pavel non aveva paura di agire con verità e amore verso personalità “scomode”, anche se questo avrebbe messo a rischio la sua immagine sociale e la sua interpretazione culturale. Basta considerare il fatto che, per esempio, nel 1908, dopo il primo grado accademico all’Accademia teologica, gli fu offerta la cattedra di Storia di filosofia, ma non quella di Teologia perché, nonostante fosse evidente la sua genialità, la libertà del suo pensiero faceva paura.

Dagli scritti privati e diaristici di Florenskij sappiamo come egli fosse consapevole che le sue scelte avrebbero potuto mettere in pericolo non solo la sua carriera ma anche la sua famiglia, eppure sentiva di non poter fare diversamente. Nello stesso modo in cui non aveva temuto, da giovane studente dell’Accademia, di rendere pubbliche alcune posizioni contrarie ai suoi superiori in Accademia presso il Santo Sinodo. Quando, infatti, la Chiesa non intervenne esplicitamente contro l’esecuzione di una condanna a morte ma, invece, con il suo silenzio se ne fece connivente, Florenskij tenne un discorso pubblico e scrisse l’Appello degli studenti dell’Accademia Teologica di Mosca agli arcipastori della Chiesa russa.

In questo testo, Florenskij accusa con parole chiare e inequivocabili di tacere di fronte al male e di rinnegare la parola di Cristo. Ne cito un frammento: «Abbiamo atteso che da un momento all’altro si diffondesse dalle bocche chiuse dei nostri arcipastori la parola della verità di Cristo sugli ultimi avvenimenti accaduti nella nostra cara patria… Abbiamo atteso invano! Sono ormai diversi secoli che queste labbra rimangono chiuse all’impavida e veritiera confessione di Cristo. I pastori tacciono, il gregge tace… (…) Noi non abbiamo le forze per tacere ancora. Educati nelle medesime scuole da cui siete usciti voi, spesso da voi stessi istruiti ad insegnare la verità di Cristo, noi non capiamo: perché la nostra scuola e voi, quando ci insegnate, parlate realmente secondo la verità di Cristo, ma al di là del recinto della scuola ed ex cathedra tacete su di essa, oppure, che è peggio, la opprimete e la calpestate nel fango per compiacere questo mondo? Forse non capiamo l’insegnamento di Cristo? Forse esso esiste solo per l’insegnamento nelle scuole teologiche, mentre nella vita per esso non c’è posto?».

Per il suo discorso e la lettera, che lesse pubblicamente, Florenskij andò in prigione. Consultando tuttavia la cronologia di quei giorni, stupisce rendersi conto con quale serenità Florenskij avesse affrontato questa reclusione, che aveva scelto di dedicare alla stesura di uno studio matematico sulla riduzione dei numeri, che riprese e pubblicò dieci anni più tardi, nel 1916: la sua mente era così serena da potersi dedicare alla matematica mentre era ingiustamente imprigionato e dopo due anni che aveva lasciato la facoltà. Allo stesso modo si percepisce la serenità con cui Paolo ha affrontato tali difficili questioni nel corso di questo processo di onesta e faticosa verità intellettuale, così come nella paziente ricostruzione che richiedeva.

La vita come tessitura d'amore

Disegno di Pavel Florenskij (anni ’20). (pravmir.ru)

Potremmo dire, con le parole che Florenskij scrisse a 23 anni a sua mamma – e che Paolo traduce per la prima volta in italiano –, che: «Quando un nuovo aspetto della verità appare nella coscienza, c’è allo stesso tempo un’incrinatura rispetto a coloro che non lo percepiscono. È così che, al di là delle intenzioni, si formano le fratture. Penso che questa sia una tragica necessità, il destino di qualunque progresso, di qualsiasi vita, fino al momento in cui non avverrà una trasformazione qualitativa, radicale di tutta la natura, dopo la quale tutte le contraddizioni interne ed esterne saranno appianate nella nuova costituzione delle cose».

Dunque, alla luce della Risurrezione – la trasformazione qualitativa cui si riferisce Florenskij –, tutto quello che non torna verrà risolto, perché questa luce dona e rivela proprietà nuove delle cose, quelle proprietà che oltrepassano la mente frazionata dell’uomo e che derivano dall’amore di Dio Padre che le ha create. Non c’è più, quindi, alcuna minaccia: uno può diventare chimico, matematico, fisico, ma nulla lo può allontanare dalla verità, sorgente che unifica le conoscenze e dona proprietà nuove alle cose.

Solo all’interno di una percezione della realtà di questo tipo possiamo vedere tutto con occhi nuovi e accorgerci che anche l’alba di una giornata di sole come una risurrezione: quando il sole piano piano si sveglia, anche se non ce ne accorgiamo, dà forza ed energia; dona luce a tutto ciò che ha una forma, e tutte le cose ci appaiono più belle, più sensate, più profonde, più legate tra di loro e più amate. Questo è ciò che desideriamo percepire: che noi stessi, le cose che studiamo e leggiamo, la realtà che tocchiamo, contempliamo e gustiamo, e le relazioni che viviamo, hanno una forma che la luce rivela. E in questa luce che – come abbiamo visto nel libro di don Paolo – è l’amore e la verità, esse ci appaiono belle: sensate, profonde, unite tra di loro e amate.


(Immagine d’apertura: disegno di Pavel Florenskij contenuto in una lettera del 1936 mentre si trovava nel lager delle Solovki; Grani kosmičeskogo mirovozzrenija). 

Cecilia Benassi

Cecilia Benassi (osc), nata e cresciuta in un paese della bassa emiliana (Luzzara-RE). Dopo la laurea in Letteratura e Arti presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sull’inedito carteggio tra Franco Fortini e Vittorio Sereni, ha conseguito il Master in Literature and Arts a Lugano con Carlo Ossola, con una tesi sulle antologie di traduzioni poetiche dei principali poeti del Novecento italiano (Borsa post-laurea Bontempelli 2011, Accademia dei Lincei). Ha lavorato in particolare presso l’Archivio Vittorio Sereni di Luino. Vive attualmente nel Monastero S. Chiara all’Aquila, e ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Filosofia presso la Lumsa di Roma, con un lavoro sulla poesia e l’opera complessiva di Pavel Florenskij. Ha all’attivo numerose pubblicazioni e di recente ha pubblicato un suo libro di poesia dal titolo “Misurazioni“.

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