19 Maggio 2026
Cosa il cristiano può contrapporre all’inferno
Di fronte all’inferno del dolore, dello smarrimento e della solitudine, di fronte a pastori che predicano l’odio invece dell’amore, la violenza invece della mitezza, la tradizione cristiana, attraverso la voce di un testimone, ci ricorda che Cristo è innanzitutto il Salvatore e che, come tale, è sceso agli inferi – proprio in questi inferi di solitudine e di odio – e li ha sconfitti, affidando a noi, come compito, la Sua vittoria.
All’inizio del mio discorso, vorrei condividere alcune lettere che mi pervengono dalla Russia, dall’Ucraina e da altri paesi. Ricevo diverse decine di lettere ogni giorno, e gli estratti che leggerò oggi rappresentano solo una piccolissima parte di questo enorme numero, intriso di sofferenza, smarrimento, disperazione e oscurità – in altre parole, tutto ciò che riempie l’inferno. Davanti a noi vediamo la famosa icona di Dionigi, la Discesa di Cristo agli inferi.
L’inferno è raffigurato qui non solo come un luogo di morte, punizione e tormento eterno, ma anche come un luogo di terribile disperazione, solitudine e oscurità che riempie le menti e i cuori di innumerevoli persone oggi, che soffrono per lo spargimento di sangue, per il silenzio di Dio, per l’incertezza e per l’orrore. Soffrono anche per una Chiesa che benedice la guerra. Queste sono le iscrizioni sull’icona: Dolore, Inimicizia, Decadenza, Disperazione, Morte, Odio, Malizia (cioè menzogna), Tristezza, Vanagloria (orgoglio).
Oggi è diventato un problema enorme la messa alla prova della fede stessa, e della fede nella Chiesa.

Particolare dell’icona di Dionigi Discesa di Cristo agli inferi. (wikimedia)
I parte – Lettere
Salve, padre Aleksej,
vivo in un villaggio e internet è quasi inesistente. Ma a volte ho la possibilità di ascoltare le sue omelie. Ha detto che risponde alle lettere, e io sto attraversando un periodo molto difficile, quindi le scrivo sperando in un suo consiglio. Lei mi ha avvicinato a Dio, e anche il parroco del villaggio mi ha avvicinato a Dio. Lui fa molto per l’ortodossia: ha costruito due chiese da zero, ne ha ristrutturate altre nei villaggi e trattava le persone con amore e pazienza. Poi è arrivata la guerra. Ed è stata la follia. Come potevo io, donna e credente, accettare questa guerra assurda? Vivo al confine, ci sono bombardamenti, morte…Il mio parroco è un ex soldato, un veterano dell’Afghanistan. I soldati si rivolgono a lui per chiedere aiuto, fa molto per loro, si schiera dalla loro parte, ma io sono a un bivio. Vova, il mio ragazzo, è morto qui. Il nipote di mio cugino è morto in Ucraina. Chi dovrei sostenere?! La cosa più difficile per me è quando predica la «guerra giusta» e loda il presidente. Ma mi sono allenata a non farmi prendere dal nervosismo. Sono rimasta in silenzio.
Beh, di recente, all’improvviso, mi è scappato di dire che non sostengo il presidente e che prego per la pace. Il nostro parroco si è molto arrabbiato. Forse se avessi confessato un omicidio le cose sarebbero state più facili per lui. Mi ha distrutto quando mi ha detto: tu parli contro la Chiesa e quindi contro Dio. E che devo decidere da sola se posso ricevere la Comunione o no. Padre Aleksej, cosa dovrei fare? Mi conosco, sono una persona debole, e senza la Comunione ho paura di cadere nell’abisso… Padre Aleksej, volevo anche chiederle: quando avrò l’opportunità di andare in un’altra chiesa, dovrei pentirmi di non aver appoggiato il presidente, di non aver appoggiato la guerra?
Mi chiamo Ol’ga e abito vicino a Kiev.
Quest’anno a Pasqua ho deciso di andare a Cherson, alla Chiesa dell’Esaltazione della Croce, dove presta servizio padre Aleksandr, per celebrare la Pasqua con coloro che sono in difficoltà e perseguitati (padre Aleksandr appartiene alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca, e questa Chiesa è attualmente oggetto di persecuzioni in Ucraina, e molte persone ne soffrono, le più indifese, naturalmente: semplici nonne, gente pacifica).
La mattina di Pasqua, viaggiavo in autobus attraverso la regione di Cherson e vedevo tutta quella distruzione, case distrutte nei villaggi, letteralmente una casa sì e una no, fermate dell’autobus bombardate, qualche fienile – ed ero costantemente terrorizzata che un drone potesse improvvisamente spuntare fuori.
Cherson e la regione sono piene di droni che volano in giro e uccidono persone, una sorta di centro di addestramento per gli operatori. A volte scelgono obiettivi presumibilmente militari, ma quando la batteria del drone si scarica, possono lanciarlo contro un ciclista, una casa o un pedone. Anche bambini e nonne li ammazzano così, all’improvviso. Per questo le strade sono quasi deserte ed è pericoloso camminare per la città; le auto sfrecciano a tutta velocità per evitare di essere intercettate dai droni. Possono farli atterrare sul tetto di un edificio e il drone aspetta lì, come in un’imboscata. Spargono anche mine a forma di petalo lungo le strade; una persona può calpestarle e ferirsi; sono disseminate nei parchi, in molti luoghi.
La prima volta che ho letto di queste mine è stato quando leggevo della guerra in Afghanistan, di soldati sovietici che le spargevano e di bambini afghani che le scambiavano per giocattoli e morivano. Allora pensavo che non fosse vero, che un soldato sovietico non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Che ingenuità da parte mia…
Ricordo gli occhi dei soldati all’ingresso della città, quegli occhi così vuoti e come affamati, e la piazza vuota vicino alla stazione degli autobus, e il vecchio filobus su cui viaggiavo per andare in chiesa, e capisco che a Kiev siamo viziati. Ci sono bombardamenti, c’è distruzione, la gente muore durante i bombardamenti, ma non sono così frequenti e almeno si può camminare per strada. Almeno c’è silenzio, mentre a Cherson si sentono continuamente esplosioni, il boato dell’artiglieria sul lungofiume, a volte più forte, a volte più debole.
Insomma, vorrei chiederle di pregare per padre Aleksandr, per sua madre Natal’ja, per il futuro padre Aleksandr (è un seminarista che fa il lettore durante la funzione). E per tutte le persone che vengono in questa chiesa. Padre, dedichi un sospiro a Cherson, questo basterà.

Particolare dell’icona di Dionigi “Discesa di Cristo agli Inferi”. (wikimedia)
Salve, padre Aleksej!
Questa è la notte più difficile della mia vita. Ieri sera mi hanno detto che mio figlio è morto, il mio ragazzo non c’è più. Ti chiedo di pregare per la sua anima, il servo di Dio Maksim. Era battezzato, ma non andava in chiesa. Diceva che non avrebbe difeso lo Stato, ma che avrebbe protetto le persone, e non poteva fare altrimenti. L’ultima volta mi ha scritto «Buongiorno», e sette minuti dopo non c’era più. Per tutto il giorno, quando ancora non sapevo, ho maledetto mentalmente tutti coloro che potrebbero essere coinvolti, ma da quando hanno annunciato la sua morte non provo odio, solo un dolore insopportabile.
Perdonami se mi sfogo con te; non riesco a dormire, guardo il tuo canale. Grazie, ti chiedo di pregare per l’anima del mio ragazzo.
Salve, caro padre!
– scrive il monaco K***, della Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca. – Devo ammettere che non riesco a respirare in questa mostruosa atmosfera di odio totale. Me ne sarei andato se non fosse per mia madre disabile di 88 anni che ho sulle spalle. Il vescovo mi ha convocato perché ho firmato l’appello contro la guerra. Ha detto che l’FSB è venuto a chiedere di punirmi. Non so cosa abbia detto loro, ma mi ha assicurato che non mi punirà, osservando: «Vede, è brutto quando tutti sono a favore. Lei è l’unico in tutta la metropolia ad essersi espresso apertamente contro, e sembra più naturale quando almeno uno è contrario».
Ciò nondimeno, il vescovo stesso, sinceramente o meno, si è schierato pubblicamente a favore della «Vittoria». La sua unica richiesta è stata di moderare la mia posizione, che ho espresso dal pulpito fin dai primi giorni di questo massacro, altrimenti la prossima volta le cose saranno molto più gravi.
Ricordo la Sua intervista, quando, rispondendo alla domanda su quali chiese frequentare durante questa guerra, lei consigliò di andare in quelle dove si prega solo per la pace. La preghiera del patriarca per la «Vittoria» non viene recitata nella nostra parrocchia. Se qualcuno dalla Russia le ponesse domande simili, può mandarlo da me a fare la Comunione, ma solo persone di fiducia, ovviamente.

Particolare dell’icona di Dionigi Discesa di Cristo agli Inferi. (wikimedia)
II parte – Riflessioni
Perché così tanti sacerdoti della Chiesa russa hanno appoggiato questa guerra – sacerdoti istruiti, attivi, gentili e pii, per giunta? Cosa è successo alla nostra Chiesa, e perché il male apparentemente ovvio è diventato meno evidente a coloro che predicano il Vangelo? Ho riflettuto a lungo su questo negli ultimi anni e non riesco a trovare una risposta chiara. Ma proverò a elencare alcune delle ragioni.
Il punto è che l’intera generazione moderna di sacerdoti si è formata negli ultimi decenni sulla base di una particolare comprensione storica dell’ortodossia. Spiegherò cosa significa. L’ortodossia è spesso concepita come una forma di resistenza. Ovvero, l’ortodossia si contrappone sempre a qualcosa. L’ortodossia esiste sempre, ad esempio, come risposta al cattolicesimo. O come risposta al protestantesimo: c’è l’ortodossia, e poi c’è l’errore, che non è ortodossia.
Se ci rivolgiamo alla teologia liturgica o alla teologia dogmatica, non vediamo mai solo una spiegazione e una giustificazione di qualche verità, ma il più delle volte questa giustificazione è una risposta a qualche pratica o interpretazione presente in altre confessioni non ortodosse. Il percorso storico dell’ortodossia nelle scuole teologiche russe è completamente opposto alla visione di padre Aleksandr Šmeman: è sempre la vittoria dell’ortodossia sulle eresie, è sempre una guerra, è sempre un cammino di lotta. Il racconto apocrifo di san Nicola che colpisce l’eretico Ario è l’argomento prediletto nei dibattiti teologici.
Questo atteggiamento nei confronti della propria fede è un archetipo fondamentale nella mente di moltissimi ortodossi e, naturalmente, di molti sacerdoti. E questa contrapposizione ha sempre una dimensione geografica e storica: l’Occidente è l’Occidente, l’Oriente è l’Oriente, e i due non si incontreranno mai.
È proprio per questo che gli ideologemi pseudo-spirituali sulla guerra spirituale condotta contro l’Occidente diabolico potrebbero avere un impatto significativo sulla nostra comprensione del processo storico che stiamo vivendo. Ecco perché la «Preghiera per la Santa Rus’» contiene queste parole: «O Signore, Dio degli eserciti, Dio della nostra salvezza, guarda con misericordia i tuoi umili servi, ascoltaci e abbi pietà di noi: ecco, nazioni straniere, desiderose di guerra, hanno mosso guerra alla Santa Rus’ e cercano di dividere e distruggere il suo popolo unito».
La situazione religiosa in Ucraina viene presentata come una guerra spirituale tra l’Occidente ateo e satanico e l’Ortodossia, che deve essere difesa.
Un’altra ragione che potrebbe spiegare l’incapacità del cristianesimo nella Russia moderna di discernere il bene dal male nei cuori e nelle menti di tanti cristiani, risiede nel fatto che la pratica religiosa degli ortodossi russi moderni (credo che questo non sia solo un problema russo, ma uno dei problemi chiave dell’ortodossia moderna in generale) non si concentra sulla persona di nostro Signore Gesù Cristo, bensì su una vasta gamma di norme canoniche, una liturgia estremamente complessa e ricca di riferimenti storici, e un contesto culturale, storico e nazionale in cui il Vangelo non occupa un posto centrale. Se prestiamo attenzione alle prediche che si fanno oggi nelle chiese, constatiamo che il nome di Cristo non è quasi mai presente.
È proprio per questo che l’ideologia religiosa patriottica può così facilmente sostituire Cristo. È per questo che oggi la parola «ortodosso» non significa sempre cristiano. Nella Russia odierna, «ortodosso» è una forma di autoidentificazione nazionale e culturale tradizionale. È per questo che esistono stalinisti ortodossi, uomini d’affari ortodossi, presidenti ortodossi e persino atei ortodossi.

Padre Aleksej Uminskij durante il convegno Dire Cristo in tempi di guerra. (© D. Mondi)
E, naturalmente, la ragione principale di ciò che sta accadendo è la cosiddetta sinfonia tra l’attuale Chiesa ortodossa russa e lo Stato russo. Vorrei anche dire qualcosa su come si è arrivati a questa situazione.
Gli ultimi tre decenni in Russia sono stati tradizionalmente definiti come «rinascita religiosa». In effetti, durante questi decenni, la Chiesa russa, dopo il periodo sovietico, ha acquisito un’enorme libertà e ha avuto tutte le opportunità per un rinascimento e un’autentica missione cristiana in un paese così vasto come la Russia, con una popolazione enorme completamente ignara della fede cristiana. È fondamentale notare che i primi presidenti russi, Gorbačëv e El’cin, non prestarono alcuna attenzione alla Chiesa. In altre parole, le autorità russe durante il periodo democratico erano disinteressate alla Chiesa, sia perché esse stesse erano completamente estranee alla religione, sia perché il principio di uno Stato laico e la separazione tra Stato e Chiesa erano intesi in un modo del tutto europeo.
Va detto che fu la Chiesa, non lo Stato, a dare inizio alla subordinazione all’autorità secolare. Persino durante la giovinezza di Putin, la Chiesa non aveva un rapporto così stretto con lo Stato. La figura del metropolita Tichon Ševkunov, noto come mentore spirituale di Putin, è molto importante in questo contesto. Fu lui a dare inizio a questo sforzo ideologico di fusione tra Chiesa e Stato, ma questo è un argomento a parte.
Come si è poi scoperto, la Chiesa era completamente impreparata a tutto ciò. L’intera esperienza storica della Chiesa ortodossa, parlando della Russia, era stata quella di una religione di Stato. Pertanto, nei primi decenni del nuovo Stato russo, la Chiesa si è trovata ad affrontare la sfida di un’esperienza del tutto nuova: l’esperienza della libertà. E con mio grande rammarico, oserei dire dolore, la Chiesa ha rifiutato questa libertà, sperando di diventare «utile allo Stato» e che lo Stato l’avrebbe sostenuta e garantita, anche attraverso la legislazione.
La Chiesa ortodossa russa non è stata in grado di trovare la propria strada verso la libertà, o non ha voluto trovarla, e ha cercato di tornare alla sua esperienza storica, ignorando la tragedia che si abbatté sulla Chiesa e sulla Russia all’inizio del XX secolo. Va notato che anche durante il periodo sovietico, all’interno della Chiesa esistevano parrocchie in cui si svolgeva la catechesi clandestina, si organizzavano scuole domenicali e campi estivi per bambini. Queste parrocchie si formarono attorno a noti leader spirituali nelle grandi città. Questi leader spirituali erano associati al movimento dissidente e rischiavano notevolmente la propria libertà durante questo periodo.
A volte mi chiedo perché le persone che mi hanno influenzato in gioventù, che negli anni Ottanta sono state veri asceti, veri eroi, missionari, predicatori, impegnati nel ministero nei villaggi, radunando comunità attorno a sé, rischiando la vita distribuendo letteratura proibita – e non testi oscurantisti ma Šmeman e Meyendorff – si siano ora ritrovati per lo più dalla parte della violenza di Stato. Le persone di questa cerchia sono cresciute nel paradigma della splendida Russia pre-rivoluzionaria.
Avevano in testa l’idea di restaurare la Russia in rovina e devastata, riportandola alla sua forma più bella. Per questo tutti erano così affascinati dalla figura dello zar Nicola II. Era una romanticizzazione senza fine: il bel volto dell’imperatore, la straordinaria bellezza e purezza delle sue figlie, la storia del loro martirio, la prigionia vissuta con mitezza, le lettere dalla prigione, «mio padre mi ha chiesto di non vendicarlo, ha perdonato tutti»: questa storia era incredibilmente importante. Ognuno di noi aveva una fotografia dell’imperatore; tutti lo veneravamo, tutti lo amavamo sinceramente con tutto il cuore. Non c’era dubbio sulla sua speciale santità. Il secondo fattore, naturalmente, era un odio sprezzante per tutto ciò che era sovietico, la speranza che le oscure catene cadessero e che potessimo riconquistare la nostra Madrepatria, la Russia ortodossa.
E tutto ciò che iniziò ad accadere negli anni ’90 fu la realizzazione tangibile di quelle speranze. Venne fondata un’università ortodossa, un servizio di beneficenza, licei ortodossi, furono costruite chiese, aperti atelier di icone, stampati libri: tutto si avverò! E tutto l’interesse, tutta la vita si concentrò sulla costruzione di queste cose che erano sempre state sognate. E tutta l’energia, tutta la passione, tutto il talento, tutte le risorse umane furono riunite: le persone si fidavano, seguivano e obbedivano, lavoravano dalla mattina alla sera gratuitamente, per amore di Cristo, per realizzare queste idee. E furono realizzate. E tutto il resto era irrilevante.
Per esempio, un sacerdote famoso come padre Dmitrij Smirnov, riteneva la famiglia ortodossa, così come la immaginava, molto importante. L’idea era quella di famiglie numerose, di un moderno Domostroj [patriarcato]. E tutte le risorse furono dedicate alla protezione di questa famiglia ortodossa, perché chiunque mettesse in discussione questa idea era un nemico.
Ha fatto parte di commissioni governative, ha promosso leggi che riteneva giuste e ha protetto «i nostri figli» affinché gli orfani non venissero affidati a famiglie straniere dove le bambine sarebbero diventate maschi e i maschi femmine. La giustizia minorile come idea era inconcepibile: se riconosciamo che la violenza può esistere nelle famiglie, ciò significa distruggere le famiglie, e quindi, non c’è alcuna violenza. Questo è negare tutto ciò che contraddice la tua idea superiore. L’idea di cristianesimo ha sostituito il cristianesimo, e tutto ciò che non vi corrispondeva provocava ostilità. Un’idea deve essere pura e luminosa. Ogni contraddizione è una minaccia.
Semplificando al massimo, si può dire che loro percepiscono il Putin collettivo, ovvero l’intero sistema che si è formato all’interno dello Stato, come la difesa di ciò che hanno realizzato, una garanzia per se stessi.
Tutto il resto non li riguarda. La repressione non li riguarda. La protesta politica li preoccupa perché nella loro mente si identifica con la forza rivoluzionaria del 1917, di quell’intelligencija che ha scatenato il caos, e l’imperatore ha ceduto. Se lo zar Nicola fosse stato meno clemente allora, se avesse schiacciato quest’idra rivoluzionaria fin dall’inizio, tutto sarebbe andato bene.
E questo è tutto: non riescono a pensare diversamente. Tutto ciò che sta accadendo ora si inserisce semplicemente nello stesso schema. A loro non importa chi sono le persone che scendono in piazza, cosa vogliono o qual è il punto. No, nella loro mente c’è questo mito folle del grande impero russo, che stiamo ora facendo rivivere, che abbiamo quasi fatto rivivere, e con cui non dobbiamo interferire. E la libertà religiosa esteriore ha reso possibile la realizzazione dell’opera straordinaria che la Chiesa considerava la sua missione.
Si è manifestata nella rinascita delle chiese, del monachesimo, dell’istruzione ortodossa, del servizio sociale, dello sviluppo della cultura cristiana e della stampa di libri. Sembrerebbe un’attività del tutto naturale e necessaria per la Chiesa. Ma qui sta il grande pericolo. Questa attività è concepita come la diffusione capillare della fede, delle idee religiose e l’educazione dell’intera società. E la realizzazione di tutte queste idee richiede ingenti risorse finanziarie e il sostegno delle strutture statali.
In altre parole, fin dall’inizio, la Chiesa si è concentrata sull’educazione dell’intero Stato russo, non dei singoli individui. Per raggiungere questo obiettivo, la Chiesa doveva arricchirsi. Le chiese distrutte dovevano essere restaurate, e nel più breve tempo possibile. Dovevano essere restaurate in uno stato di bellezza incontaminata. Dovevano essere costruite nuove chiese, la cui bellezza testimoniasse la verità della fede.
In quei primi anni, migliaia di persone venivano battezzate ogni giorno senza alcuna catechesi, senza alcuna preparazione, senza alcuna educazione religiosa. In questi anni, migliaia di sacerdoti sono stati ordinati senza alcuna esperienza né formazione spirituale. Le menti di questi sacerdoti, come quelle dei nuovi cristiani ortodossi, erano pervase da ogni sorta di miti pseudo-religiosi, una pratica che continua ancora oggi. Avendo rifiutato la libertà religiosa, che avrebbe impoverito la Chiesa privandola di ambizioni statali, per concentrarsi invece sull’autentica predicazione cristiana, rivolta al singolo individuo e non alle masse, la Chiesa ha acquisito l’opportunità di svilupparsi esteriormente, perdendo la propria autorità morale e subordinandosi completamente allo Stato.
Per la Chiesa e per i nuovi cristiani ortodossi convertiti in quel periodo, è stato molto più facile ricadere nei vecchi schemi tradizionali di pietà esteriore piuttosto che rinnovarsi interiormente. La Chiesa ha iniziato a cercare ricchi finanziatori e ad aderire alle strutture governative in cerca di sostegno materiale e legislativo, invece di predicare veramente Cristo, difendere i deboli e gli oppressi e testimoniare la verità. Credo che questa sia la ragione per cui la Chiesa russa moderna appoggia pienamente l’intera politica dello Stato russo e fornisce supporto ideologico all’azione militare contro l’Ucraina. Per molte persone che si considerano ortodosse, l’attivo sostegno della Chiesa all’azione militare odierna conferma una posizione perfettamente corretta: siamo dalla parte del bene, combattiamo contro il male globale e Dio è con noi.

(© D. Mondi)
Io percepisco ciò che sta accadendo alla Chiesa in Russia come una gravissima crisi. Siamo abituati a intendere la parola «crisi» come un vicolo cieco, o come una situazione che può condurre al collasso definitivo, come spesso accade, oppure a un rinnovamento difficile da sperare. Ma la parola «crisi» significa principalmente giudizio. E questo giudizio si sta pronunciando oggi sulla Chiesa e su ciascuno di noi che apparteniamo a questa Chiesa. Questo giudizio è davvero terrificante, quasi un ultimatum.
È in questo momento di giudizio che ascoltiamo le parole di Cristo: «Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetizzato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato i demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molte opere potenti?”». E allora dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità” (Mt 7, 22).
Questo è il paradosso: la Chiesa parla e profetizza nel nome di Cristo. E questo le dà motivo di essere considerata affidabile. Questa è precisamente l’enorme responsabilità che grava oggi sulla Chiesa, in quanto guida primaria nella scelta tra il Bene e il Male. Questo è precisamente il motivo per cui così tante persone sono giunte a confidare nella Chiesa, che benedice la guerra e santifica le armi letali (come è accaduto nella storia di ogni Chiesa nel corso dei secoli).
«Non vi conosco» – queste parole Cristo rivolge alla Chiesa. A una chiesa (uso intenzionalmente la minuscola) che non pone Cristo al centro della propria vita, né pone se stessa al centro della vita di Cristo. Che non discende con Lui agli inferi, preferendo il benessere terreno, garantito dallo Stato. Ma se la Chiesa è con Cristo, non può sfuggire alla discesa agli inferi, perché l’umanità sofferente vi dimora. Questo significa che nessuno di noi può evitarlo, se siamo cristiani e membri della sua Chiesa. La discesa di un cristiano agli inferi non significa la sua distruzione, ma piuttosto la vittoria sull’inferno.
Oggi sta accadendo qualcosa di diverso. Oggi, l’inferno si insinua nella mente e nella vita dell’uomo. Oggi, l’inferno stesso costringe l’uomo a dimorarvi. Ecco perché le parole di san Silvano del Monte Athos, «Tenete la mente nell’inferno e non disperate», sembrano incredibili a molti. Purtroppo, sta accadendo il contrario: l’uomo tiene l’inferno nella sua mente, l’uomo permette all’inferno di entrare nel suo cuore. Se è proprio questo che sta accadendo, non può fare a meno di disperare, perché l’inferno riempie l’uomo stesso, e questo inferno si manifesta come odio, dannazione, menzogna, un surrogato di Cristo. Ma se l’uomo stesso è pronto a discendere in quel mondo dove la gente soffre, dove si versa sangue, dove la menzogna regna e sembra trionfare, se l’uomo è pronto a discendere lì con Cristo, a compatire, a stare con coloro che piangono, ad accettare il dolore provato da coloro che soffrono per le guerre, non deve disperare, perché quando discenderà all’inferno, lì, all’inferno, incontrerà Cristo, che ha vinto l’inferno.
L’inferno viene descritto principalmente come un luogo dove non c’è speranza. La disperazione è uno dei sinonimi di inferno, una delle sue caratteristiche. E molto spesso, le persone dicono di ciò che accade intorno a loro o nella vita di una persona specifica: «Sono all’inferno, questo è un vero inferno, questo è un inferno vivente». Ciò che sta accadendo ora è un inferno vivente, si sentono spesso parole del genere. E, in effetti, se crediamo che questo sia l’inferno, allora è un luogo dove non c’è speranza. Ma se in qualche modo resistiamo a questo inferno, se comprendiamo che l’inferno, in linea di massima, il vero inferno è stato sconfitto, allora ci deve essere speranza. Questo significa che in qualsiasi inferno in cui ci troviamo, in qualsiasi disperazione, quando i Dissennatori succhiano via l’anima e tutta la gioia e la speranza, dobbiamo cercarle, e questa sarà una resistenza contro di loro. Questa sarà precisamente una resistenza all’oscurità, una resistenza alle forze dell’oscurità.
Dopotutto, la Pasqua inizia all’inferno. E quindi, puoi mantenere la tua mente all’inferno e non disperare. Ma non dovete tenere l’inferno nella vostra mente, perché questa è disperazione, e noi non dobbiamo accettarla.
(immagine d’apertura: I. Yurchuk, Crocifissione, facebook)
Aleksej Uminskij
Già parroco ortodosso a Mosca, conduttore televisivo, redattore della rivista «Al’fa i Omega», ha al suo attivo numerose pubblicazioni sul tema dell’educazione cristiana. Costretto a lasciare la Russia alla fine del 2023 per le sue posizioni a favore della pace, per queste stesse ragioni è stato in seguito sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale dal patriarcato di Mosca. Ora è stato reintegrato nella dignità sacerdotale in seno al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.
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