Il patriarca che ha unito la Georgia divisa

28 Aprile 2026

Il patriarca che ha unito la Georgia divisa

Miriam Zanoletti

È morto Ilia II, patriarca della Chiesa ortodossa georgiana dal 1977. Figura complessa e controversa, ha guidato la ripresa religiosa del Paese e lo ha accompagnato con autorevolezza e paternità attraverso la sua difficile storia recente.

Il 17 marzo, all’età di 93 anni, è morto Ilia II, patriarca della Georgia dal 1977. Con lui il paese non perde soltanto una figura istituzionale di straordinaria continuità, ma una presenza che, per molti, aveva assunto tratti paterni. Un sondaggio del 2023 lo indicava come la personalità pubblica più amata dai georgiani: un dato che trova conferma nella fiumana di persone accorse alla cattedrale della Santissima Trinità a Tbilisi per rendergli l’ultimo saluto. Centinaia di migliaia di cittadini si sono ritrovati uniti attorno alla sua memoria, al di là delle fratture politiche che attraversano oggi il paese, profondamente diviso tra una parte di popolazione con aspirazioni europee che protesta in piazza e il progressivo indebolimento delle istituzioni democratiche sotto le spinte più illiberali attribuite al partito di governo.

Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, lo ha definito un «pilastro spirituale e onnicomprensivo», capace di tenere insieme la nazione georgiana per decenni, mentre papa Leone XIV lo ha ricordato come «voce di riconciliazione» e instancabile costruttore di unità. In una società sempre più polarizzata, e in una Chiesa affaticata da tensioni interne, derive nazionaliste e scandali, la sua figura ha continuato a rappresentare un punto di riferimento condiviso.

Eppure, proprio questa sua costante mediazione lo ha esposto a giudizi contrastanti: connivente con il potere, inerte davanti alla corruzione, troppo liberale per i conservatori e troppo conservatore per i progressisti. Resta però innegabile che sotto la sua guida la Chiesa georgiana, uscita provata da decenni di persecuzioni, ha conosciuto una lenta ma reale rinascita. Ripercorriamo alcuni tratti della sua figura per tentare di cogliere la portata di una presenza che, pur nella sua ambivalenza, ha segnato profondamente la vita religiosa e civile della Georgia contemporanea.

Il patriarca che ha unito la Georgia divisa

Il patriarca Ilia nel 2007 circondato dall’affetto dei fedeli. (wikimedia/Paata Vardanashvili from Tbilisi, Georgia – ILIA II, CC BY 2.0)

La formazione

Per comprendere meglio la figura di Ilia II bisogna tornare al mondo in cui si è formato. Nato nel 1933 a Vladikavkaz, nell’Ossezia settentrionale, ha studiato all’Istituto teologico di Mosca. I suoi maestri erano gli ultimi esponenti della teologia prerivoluzionaria, che avevano conosciuto un’altra stagione della Chiesa e ne custodivano ancora il rigore e la profondità. Attraverso di loro Ilia entrò a contatto con una tradizione che il regime avrebbe poi cercato di cancellare, ma che lui avrebbe custodito per tutto il suo ministero: chi lo incontrava ne coglieva la fede personale viva, che si esprimeva nella preghiera, spesso descritta come particolarmente ardente, e nelle omelie. Inoltre, la profonda conoscenza teologica maturata negli anni trovò espressione, grazie alla sua personalità poliedrica, in forme molteplici, dato che il patriarca non fu soltanto uomo di pensiero, ma anche artista: autore di cicli iconografici e di elevazioni musicali entrate nel tempo nell’uso liturgico. Per questo papa Leone XIV ha riconosciuto in lui un continuo «stimolo alla ricerca della bellezza di Dio».

Al tempo stesso, però, non bisogna dimenticare che questa profondità interiore si sviluppò dentro il contesto sovietico, dichiaratamente ostile alla religione, che ne condizionò inevitabilmente l’espressione pubblica. In un mondo in cui i ranghi ecclesiastici erano condizionati dal controllo interno degli agenti del KGB e ogni parola poteva tradursi in repressione, la prudenza diventava una condizione necessaria per garantire la sopravvivenza della Chiesa, specialmente in Georgia, dove le persecuzioni sovietiche erano state particolarmente feroci. Basti ricordare che, dopo oltre un secolo di russificazione forzata avviata nel 1811, tra il 1962 e il 1972 perdipiù fu dimezzato il numero delle diocesi (solo 6 rimasero attive) e moltissime chiese furono riconvertite in spazi laici.

Quando Ilia II fu eletto nel 1977, ereditò dunque una realtà ecclesiale drammatica, segnata non solo dalla repressione esterna, ma anche dalla fragilità di molti esponenti del clero e soprattutto dell’episcopato, attentamente vagliati dal KGB che sceglieva le figure più ricattabili.

In tale contesto, il suo rapporto con il potere politico si sviluppò lungo una linea di equilibrio prudente, priva di contrapposizioni esplicite, e i diversi governi che si succedettero trovarono in lui un interlocutore cauto, talvolta disposto a compromessi anche controversi. Un comportamento che può certo essere letto come acquiescenza, ma che nel contesto dell’epoca appare come una scelta forzata, dato che una presa di posizione troppo netta avrebbe potuto compromettere la fragile possibilità di ricostruzione ecclesiale.

Anche nella gestione interna del Patriarcato emergeva la tendenza di Ilia negli anni ‘80 a non «esporre» i conflitti e gli scandali che coinvolgevano il clero georgiano, tra cui le denunce di corruzione, la decadenza morale e l’omosessualità a cui sembrava che il patriarca non intendesse porre rimedio, forse per un malinteso senso di difesa della Chiesa stessa (lo stesso fenomeno che ha toccato molte altre Chiese), e quasi a riprodurre la prassi tipica dell’ambiente sovietico in cui il silenzio veniva percepito come forma di protezione e di lealtà. Alla luce dell’equilibrio precario con il regime del tempo, questo atteggiamento può essere tuttavia letto anche come un tentativo di evitare fratture che avrebbero potuto indebolire ulteriormente un’istituzione già profondamente segnata.

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Il patriarca Ilia nel 2008. (wikimedia/Paata Vardanashvili, Patriarch ILIA II of Georgia, CC BY 2.0)

La rinascita della Chiesa georgiana

In questo senso, il suo operato appare come un paziente lavoro di ricomposizione, portato avanti nel silenzio e a piccoli passi. A distanza di quasi quindici anni dalla sua nomina patriarcale, nel 1990 l’istituto ecumenico svizzero Glaube in der 2. Welt definì la sua presenza una «manna dal cielo» per la Chiesa georgiana: sotto la sua guida si è infatti assistito alla rinascita ecclesiale nel paese, con la riapertura di molte chiese e centri teologici, culminata nella riacquisizione dell’autocefalia nel 1990, dopo che era stata abolita dall’impero russo nel 1811.

Ma più ancora di una ripresa istituzionale, si è anche registrato un risveglio religioso diffuso, particolarmente evidente tra le nuove generazioni. Diversi sono i fattori che hanno contribuito a questo processo. Da un lato, la testimonianza credibile di una Chiesa che, pur ridotta ai minimi termini, aveva custodito la fede attraverso gli anni della persecuzione. Dall’altro, questo rinnovato interesse per l’esperienza di fede si intrecciò con il progressivo riemergere della coscienza nazionale, nella quale la Chiesa occupava storicamente un ruolo fondativo.

In questo intreccio è stata poi di fondamentale importanza anche la personalità dinamica e carismatica di Ilia II, capace di tradurre l’autorità in prossimità concreta. Emblematico, in tal senso, resta quanto accadde il 9 aprile 1989, durante le manifestazioni per l’indipendenza dall’URSS davanti al parlamento di Tbilisi: nel tentativo estremo di evitare lo spargimento di sangue, Ilia II rivolse ai manifestanti un appello accorato, invitandoli a trovare rifugio in chiesa per scongiurare l’intervento militare. Di fronte al loro rifiuto, scelse a sua volta di non allontanarsi, condividendo il destino della folla in quello che passerà alla storia come il «Massacro di Tbilisi», che si concluse con l’intervento dell’Armata Rossa e un bilancio di 21 morti e 290 feriti che segnò profondamente la memoria collettiva del paese.

Una simile dimostrazione di umanità si verificò anche nel 2008, durante la guerra russo-georgiana in Ossezia del Sud. In quei giorni Ilia II non si limitò a richiamare le parti in conflitto alla pace, ricordando l’antica fratellanza tra i due popoli, ma chiese anche all’allora patriarca di Mosca Aleksej II il permesso per recarsi personalmente nelle zone controllate dall’esercito russo per visitare i feriti e recuperare i corpi dei caduti.

Questa sua capacità di farsi prossimo alla gente si rifletteva anche in alcuni gesti più quotidiani, carichi di una spontaneità per certi aspetti insolita nel mondo ortodosso segnato spesso da una distanza ossequiosa nei confronti della figura patriarcale. Ne è un esempio la disponibilità, in alcuni giorni dell’anno, ad aprire le porte del patriarcato a chiunque desiderasse incontrarlo. Lo racconta il sacerdote Aleksej Uminskij, che in una di queste occasioni ha sperimentato la sua accoglienza e ospitalità, sottolineando l’attenzione sincera e l’affabilità di Ilia II.

Anche negli ultimi mesi di malattia il patriarca non ha mai smesso di ascoltare i racconti e le domande delle persone comuni che hanno continuato a fargli visita. Così, nel tempo, la sua figura ha assunto per molti un carattere non soltanto autorevole, ma autenticamente paterno. A rafforzare questa percezione ha contribuito anche una scelta singolare: dal 2008 il patriarca si è impegnato a battezzare ogni terzo figlio nato nelle famiglie georgiane, arrivando ad essere padrino di quasi 50mila persone.

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Il patriarca Ilia durante la celebrazione pasquale nel 2022. (Telegram)

Nazionalismo e dialogo interreligioso

Come già accennato, la popolarità di Ilia II ha conosciuto però anche declinazioni più ambigue, intrecciandosi talvolta con dinamiche nazionaliste. Nei decenni del suo patriarcato, si è progressivamente consolidata una certa prossimità tra Chiesa e Stato: le celebrazioni pubbliche hanno assunto toni sempre più marcatamente sacrali, mentre, nonostante il riconoscimento costituzionale della libertà di culto, la Chiesa ortodossa georgiana ha mantenuto uno status privilegiato, venendo riconosciuta come elemento identitario e unificante della nazione.

Parallelamente, anche la religione ha assunto tratti sempre più legati all’appartenenza nazionale (una tendenza del resto diffusa in molti paesi del mondo ortodosso), fino a raggiungere, in alcuni casi, forme di adesione più formale che sostanziale. Ne è un esempio la traiettoria di diversi esponenti politici che, dopo essere stati convinti sostenitori dell’ideologia comunista, con l’indipendenza avrebbero immediatamente abbracciato la fede ortodossa.

In questo quadro, Ilia II ha generalmente privilegiato relazioni collaborative con le autorità civili, muovendosi entro quella visione tradizionale ortodossa che concepisce come fondamentale il legame tra Stato e Chiesa. Nonostante tutto questo, non sono mancati i segnali della volontà di tracciare un confine tra la vita ecclesiale e le questioni politiche. In occasione delle elezioni del 2018 ha invitato apertamente i sacerdoti ad astenersi dall’impegno politico, mentre già durante la guerra russo-georgiana, sempre del 2008, scelse di non schierarsi pubblicamente con nessuna delle parti, disattendendo in tal modo le aspettative sia del governo georgiano che del patriarcato di Mosca, con i quali tendeva normalmente ad allinearsi.

Non sorprende, dunque, che nel tempo la sua figura sia stata oggetto di letture divergenti e abbia ricevuto tanto elogi quanto critiche da ogni parte. La sua complessità è stata anche di recente motivo di scontri e fratture interni alla Chiesa georgiana: mentre le frange più estremiste lo hanno accusato di eccessiva apertura, in particolare nei confronti del mondo cattolico, altri, come l’arciprete Basil Kobakhidze – che per le sue dichiarazioni è stato sospeso dal ministero nel 2004 – hanno criticato le sue inclinazioni monarchiche e spesso antioccidentali e la sua disponibilità al compromesso anche con le frange più intransigenti, pur di mantenere un’unità ecclesiale almeno esteriore.

Un ambito in cui questa tensione tra prudenza e apertura e le abilità diplomatiche di Ilia II emergono con particolare evidenza, è proprio quello delle relazioni interecclesiali. Nel 1997 il patriarca approvò l’uscita della Chiesa georgiana dal Consiglio Ecumenico delle Chiese, accogliendo le istanze delle correnti più anti-ecumeniche. Tuttavia, sul piano concreto, il dialogo, soprattutto con la Chiesa cattolica, non si interruppe affatto. In un’intervista del 1999 l’allora amministratore apostolico del Caucaso mons. Pasotto racconta dei buoni rapporti con il patriarca, e infatti alla precedente visita di papa Giovanni Paolo II a Tbilisi nel 1980, ne seguì una seconda già nel 1999, mentre nel 2016 fu la volta di papa Francesco. Segni di una relazione che continuava a trovare spazi di incontro.

Infine, anche di fronte a crisi più recenti, come la guerra in Ucraina nel 2022, Ilia II ha mantenuto una posizione di mediatore, condannando l’aggressione e le vessazioni contro i fedeli ucraini, senza tuttavia interrompere il dialogo con Mosca: è significativo il fatto che sia stato l’unico a porgere gli auguri di compleanno al patriarca Kirill nel 2022, ricordandogli però sempre l’impegno per la pace.

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Centinaia di migliaia di cittadini georgiani che partecipano al funerale del loro patriarca. (wikimedia/Eka Samkharadze – Opera propria, CC BY-SA 4.0).

Il lascito

La morte di Ilia II lascia quindi indubbiamente un vuoto nella società georgiana, che resta orfana di un padre che l’ha saputa accompagnare con autorevolezza attraverso le fasi difficili della sua storia recente, segnata da turbolenze e crisi sociali. Anche gli esponenti più critici nei suoi confronti mostrano ora una certa inquietudine, riconoscendogli di aver saputo in questi anni contenere le spinte più radicali interne alla Chiesa e mantenere così un equilibrio, seppur fragile, che nell’attuale clima di polarizzazione potrebbe incrinarsi.

Mentre si attende la nomina del suo successore prevista entro metà maggio, già non mancano timori e accuse reciproche di ingerenze da parte della Chiesa russa e dal patriarcato di Costantinopoli. A rendere ancora più incerto il quadro contribuiscono gli scandali che anche negli ultimi anni hanno messo in evidenza gli ancora numerosi problemi interni al clero, tra cui la mancanza di una formazione teologica seria, che secondo i più critici il patriarca avrebbe trascurato.

Al di là delle tensioni e delle ombre, ciò che resterà nella memoria collettiva di Ilia II è la sua singolare capacità di dialogo con tutti e su piani diversi, da quello istituzionale a quello più immediato con la gente comune. Così si è costruita nel tempo l’immagine di un «patriarca del popolo», capace di restituire, almeno in parte, l’aspetto più peculiare e insieme prezioso della sua eredità.


(Immagine d’apertura: i funerali del patriarca Ilia; wikimedia/Eka Samkharadze – Opera propria, CC BY-SA 4.0 )

Miriam Zanoletti

Nata nel 1999, ha studiato all’Università Ca’ Foscari di Venezia e Albert-Ludwig di Friburgo, conseguendo la laurea magistrale in Lingue e Letterature tedesca e russa.

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