Resistenza: vecchi modelli e nuove realtà

15 Dicembre 2025

Resistenza: vecchi modelli e nuove realtà

Redazione

Un libro scritto da un figlio e nipote di dissidenti fa il ritratto dell’opposizione russa odierna. Qual è il suo credo morale? Conserva il coraggio e l’intelligenza politica dei dissidenti sovietici? L’autore ne mette in luce la tragica contraddizione: lottando per ritrovare l’eredità della dissidenza, dimostra che oggi la dissidenza è impossibile.

«Vedendo ciò che accade nel nostro paese natale,
sembra di sfogliare le pagine di un libro
in cui l’autore ha raccolto decine di distopie».
Radio Vladimir

È uscito in Francia il libro di Filipp Dzjadko, Radio Vladimir (Stock 2025) che racconta e mette a confronto due epoche di resistenza, quella del dissenso in URSS e quella attuale in Russia. Dice Philippe De Lara nella sua bella recensione che il libro «ha una natura profonda e tragica» in quanto

cerca di rispondere a una domanda bruciante: perché l’opposizione interna al regime di Putin è così impotente e disorientata? Perché gli eroi e i martiri dell’opposizione a Putin e alla guerra sono spesso isolati, vittime della repressione per atti solitari? Come rendere più tangibile quella che l’autore chiama “la società segreta dell’immaginazione”?».

Resistenza: vecchi modelli e nuove realtà

Dzjadko con il libro Radio Vladimir appena pubblicato in francese. (telegram)

Il libro racconta vari episodi e ricostruisce le figure di alcuni oppositori di ieri e di oggi. Sono soprattutto personaggi che hanno vissuto l’era sovietica: Oleg Orlov, uno dei fondatori di Memorial; il poeta Lev Rubinštejn; la madre dell’autore Zoja Svetova, giornalista e attivista per i diritti umani1; padre Vladimir Zelinskij; Natal’ja Gorbanevskaja; invece, tra le figure contemporanee figura uno sconosciuto provinciale, Vladimir Rumjancev.

Quest’ultimo dà al libro il titolo e il filo conduttore. Vladimir è un operaio di una centrale termica a Vologda, piccola città a 480 km a nord di Mosca. Appassionato di radio – in gioventù si era costruito un ricevitore per ascoltare le radio straniere proibite, nel 2014 ha improvvisato una stazione radio clandestina, in risposta al patriottismo esploso con l’invasione della Crimea. Trasmette ogni giorno dal suo piccolo appartamento: riprende programmi di media indipendenti, musica, documenti raccolti su internet. Ha pure un programma per bambini, divulgazione scientifica, recensioni di libri e di sera un po’ di politica. Dal 24 febbraio 2022, un tema ricorrente è l’Operazione militare speciale. Commenta De Lara: «Radio Vladimir trasmette 24 ore su 24, ma in un raggio molto limitato, pochi isolati, anche se dopo il 24 febbraio ha aumentato il più possibile la potenza del trasmettitore arrivando a tre chilometri, secondo il verbale dell’FSB: “Penso che esagerino”, scrive Vladimir. Nell’estate del 2022, viene arrestato, il suo apparecchio distrutto e lui viene condannato a tre anni di prigione da un tribunale locale. Fino ad allora, ironizza Vladimir, “avevano sopportato le mie mascalzonate radiofoniche”.

Filipp Dzjadko viene a sapere dell’esistenza di Vladimir e del suo arresto proprio quando ha appena pubblicato il suo primo romanzo, Radio Martyn, storia di una società segreta che combatte la propaganda attraverso una radio clandestina. Colpito dalla coincidenza, inizia a corrispondere con Vladimir», che sarà la sua guida alla ricerca di uno spazio di resistenza. L’autore pensa di poter trovare questo spazio nell’esperienza della vecchia dissidenza (da qui l’importanza dei personaggi chiave ricordati più sopra): la sua domanda è se sia possibile e auspicabile oggi cercare di agire collettivamente in una società atomizzata; e più in generale se sia utile agire, e non solo offrire una testimonianza personale come facevano i dissidenti sovietici.

Questo è uno dei punti cruciali del libro di Dzjadko: «Si tratta di “restare se stessi in una società totalitaria” o di combattere effettivamente il regime?». E qui ci si scontra con un’ambiguità probabilmente voluta: «Non si capisce mai se per l’autore la resistenza interiore sia un fine in sé o una risorsa per agire – commenta De Lara. – Sembra propendere per la resistenza interiore quando cita l’opinione di un dissidente secondo cui “l’iniziativa del 25 agosto 1968 non è la manifestazione di una lotta politica, ma di una lotta morale”».

Da parte sua Gorbanevskaja, che quel giorno era scesa sulla Piazza Rossa, ricordava che nel dubbio le era sembrato che manifestare fosse «l’unica risposta sensata, l’unica veramente dimostrativa». Di fronte alla certezza dell’arresto, lei e gli altri dimostranti erano eroi o pazzi? «Né l’uno né l’altro. Né eroi né pazzi – commenta De Lara. – Erano semplicemente persone che volevano agire secondo coscienza. Diciamo più banalmente, alleggerire la propria coscienza».
Commento di Dzjadko: «Non potevano agire diversamente perché si rifiutavano di vivere a testa bassa. Cosa sono per me? Degli eroi».

Resistenza: vecchi modelli e nuove realtà

V. Rumjancev. (А. Аstachova, mediazona)

Tuttavia, in altri punti del libro lo stesso Dzjadko afferma che oltre a difendere la propria «libertà interiore, i dissidenti trasformavano questa libertà interiore in una forza attiva. È la lezione che aveva capito Naval’nyj. L’autore cita come esempio Oleg Orlov, che aveva riprodotto e affisso di notte a Mosca volantini che denunciavano la guerra in Afghanistan: “Partivo dal presupposto che la gente li avrebbe letti andando al lavoro. Ho paura, molta paura (…), mi stanno cercando, hanno aperto un procedimento giudiziario. Possono arrivare da un momento all’altro”» 2.

Dzjadko ricorda di aver chiesto ad Orlov le ragioni del suo gesto: «Alla vigilia di un lungo processo che potrebbe portarlo a un’interminabile detenzione in un campo di prigionia, lo chiamo e gli chiedo perché ha corso il rischio di affiggere volantini contro la guerra in tutta la città. E perché continua a crederci e ad agire adesso. Orlov mi risponde di primo acchito: “Perché? Non lo so. È stata una scelta personale”. Siamo ancora nel registro della resistenza interiore fine a se stessa, ma Orlov continua: “E poi volevo mostrare alla gente che esisteva una corrente clandestina… perché non firmavo Oleg Orlov, eh. Ci avevo riflettuto: a nome di chi? E questo gruppo si chiamava Azione. Volevo dimostrare che eravamo in tanti e che agivamo”».

A questo punto del libro, dunque, la dissidenza «si presenta come un’azione efficace, ma nelle pagine successive si ha l’impressione che l’autore abbia perso, per così dire, il senso della dissidenza come azione. Rimangono solo le lettere inviate ai prigionieri politici per dimostrare loro che non sono soli. “Che strano paradosso questo ottimismo dei prigionieri politici”, si stupisce Dzjadko, mentre “l’umore dominante degli oppositori nell’animo – in Russia come nell’emigrazione – è una profonda depressione collettiva”. Ma, poco più avanti evoca la rete clandestina Ostanovi vagony (Ferma i vagoni), che sabota le linee ferroviarie per impedire ai convogli militari di raggiungere il fronte. Come se non ci fosse differenza tra la testimonianza simbolica e la prospettiva di un’azione efficace».

Questa apparente contraddizione viene letta da De Lara come un dato di fatto presente nella situazione, e non come una interpretazione di Dzjadko «in un universo di sorveglianza generalizzata e repressione del minimo gesto di opposizione…

gli oppositori solitari non sono mai sicuri che i loro piccoli gesti saranno notati da qualcuno, non sanno se la società segreta dell’immaginazione esiste. I dissidenti sovietici, invece, non dubitavano della società che formavano, anche quando erano isolati in prigione.

In altre parole, quando l’autore sembra non distinguere tra la resistenza interiore, i piccoli gesti, e l’azione collettiva dei dissidenti, si limita a descrivere la condizione degli oppositori sotto un regime feroce, più vicino al terrore staliniano che all’era brežneviana. In effetti, è solo dopo la morte di Stalin che la dissidenza come movimento si è sviluppata».

De Lara lamenta che l’autore «pur invitando a ritrovare l’eredità della dissidenza, tralasci certi pensatori dissidenti come Bukovskij, Amal’rik, Miłosz, Havel, che hanno teorizzato e messo in pratica l’intima articolazione tra la resistenza interiore e la lotta politica contro il potere. Loro avevano capito, senza nostalgia, che l’impero era moribondo e sapevano come infliggergli colpi devastanti. Questo è il mio unico vero appunto critico al libro».

Infine, Filipp Dzjadko si chiede come mai gli oppositori di oggi siano più disperati, più schiacciati dei loro predecessori sovietici pur sapendo che il regime sovietico è crollato, mentre i dissidenti di allora non potevano esserne sicuri. «Noi siamo fortunati: coloro che, in vari modi, hanno combattuto contro il sistema sovietico, non sapevano che questa lotta avrebbe portato al crollo dell’URSS. Mentre noi sappiamo che la protesta morale un giorno diventerà una forza politica».

Vista così, potrebbe sembrare che sia solo una questione di tempo, e che se ognuno farà quello che può, il regime finirà necessariamente per cadere. In realtà Dzjadko non è così irenista e approfondisce la questione del disorientamento degli oppositori russi attuali, arrivando a delinearne la dimensione propriamente tragica, come osserva De Lara: una prima spiegazione «è che, dopo aver creduto alla scomparsa del male nel 1991, è doloroso rendersi conto che il male è tornato o, più precisamente, che è sempre stato lì. La seconda spiegazione è più profonda. Mette in discussione l’incapacità russa, di tutti i russi e non solo del regime, di sbarazzarsi definitivamente dello stalinismo. Stalin è la nemesi della Russia. Nonostante l’ammirevole lavoro di Memorial, i traumi del passato non sono stati superati».

Così lo dice Dzjadko: «Il terrore staliniano ha provocato una profonda atomizzazione, un sospetto nei confronti di ogni forma individuale o straniera, una tendenza alla delazione. Con la conseguenza di una paura viscerale che si è trasmessa di generazione in generazione. (…)

Stalin è la patria della nostra paura (…), è la sindrome post-traumatica della nazione. È inscritto nei geni del paese».

De Lara aggiunge poi una terza spiegazione: «Il veleno delle frontiere aperte e dell’esilio, che diluisce lo spazio della lotta contro il potere in una società chiusa, a favore dell’illusione di una Russia felice senza Putin.

(…) Il libro si chiude – senza citarlo – con una parola d’ordine ambigua tratta dall’epilogo del Conte di Montecristo: attendere e sperare». De Lara conclude pessimisticamente che l’autore è «riuscito a mettere in luce la tragica contraddizione dell’opposizione russa: sostenendo il ritorno all’eredità della dissidenza, dimostra che oggi la dissidenza è impossibile».

Tuttavia, forse non è questa l’ultimissima parola; Dzjadko crede nella forza inerme della verità, e nelle ultime pagine enumera le notizie che il vecchio operaio di Vologda Rumjancev potrebbe a tutt’oggi mettere in onda dalla sua radio clandestina: le «ultime parole» dette in aula dai prigionieri di coscienza; le canzoni contro la guerra intonate in piazza dai giovani; le voci di chi ha lasciato la Russia come di chi ha trovato la forza di non capitolare e di restare solo col proprio senso di colpa; la voce di Aleksej Naval’nyj che cercava la Russia felice.

E conclude: «Questa radio esiste già. Funziona, non resta che ascoltarla. Poi, un giorno verrà il paese libero e felice. (…) C’è una frase che ho fatto mia: non c’è niente di più bello di un inizio».

 


(foto d’apertura: Dzjadko manifesta per i prigionieri politici, 2012 – N. Maksimjuk, grani.ru)

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