26 Agosto 2026
Neizvestnyj e Chruščev: storia di un monumento impossibile
Dieci anni fa moriva a New York lo scultore russo Ernst Neizvestnyj, emigrato dall’URSS nel 1976. All’inizio degli anni ‘60 era stato protagonista di uno scontro verbale con il primo segretario del Partito Nikita Chruščev in visita ad una mostra. Ciononostante, Chruščev dispose che fosse proprio Neizvestnyj a progettare il suo monumento funebre.
Per capire il tono con cui Neizvestnyj racconta la vicenda del monumento funebre a Nikita Chruščev (1894-1971), bisogna fare un passo indietro di nove anni, fino a una sera di dicembre del 1962, in una sala espositiva a due passi dal Cremlino. Il 1° dicembre di quell’anno, Chruščev, insieme ad altri vertici del Partito, visitò una mostra al Maneggio dedicata al trentesimo anniversario dell’Unione degli artisti moscoviti. Quello che doveva essere un evento celebrativo si trasformò in una delle scene più burrascose della storia culturale sovietica: Chruščev si lasciò andare a un’invettiva furiosa contro «lerciume, decadenza e devianze sessuali» che credeva di scorgere in alcune delle opere esposte, accanto ai lavori più tradizionali del realismo socialista.
L’episodio viene generalmente considerato l’inizio della fine del «disgelo» culturale avviato dopo la morte di Stalin. Ernst Neizvestnyj (1925-2016), allora scultore quasi quarantenne, reduce di guerra pluridecorato, si trovò al centro di quello sfogo. Le conseguenze, per l’artista, furono pesanti, perse lo status ufficiale di artista e, con esso, il suo studio.
Ma quando Chruščev morì nel 1971, ormai da anni destituito dal potere, fu proprio la sua famiglia a rivolgersi a Neizvestnyj per realizzare il monumento sulla sua tomba, al cimitero Novodevičij di Mosca. L’artista che il leader sovietico aveva pubblicamente umiliato divenne l’unico autorizzato a fissarne per sempre l’immagine ai posteri. Ne risultò un busto sorridente del primo segretario, incorniciato da blocchi di pietra bianca e nera, una scelta cromatica che rispecchiava il giudizio storico dell’artista, il suo tentativo di restituire «una figura dualistica, sospesa sul confine tra due epoche», come si legge nel brano delle sue memorie che qui riportiamo.

Neizvestnyj (a sin.) mentre spiega le sue opere ai funzionari del partito in visita alla mostra del 1962. (Youtube)
«Il giorno in cui morì Chruščev – e qui già entriamo nella metafisica, se non nella mistica, – la notizia della sua morte mi arrivò da un tassista, e nell’istante in cui me lo disse fui assalito dal pensiero che sarei stato io a dover realizzare il monumento funebre.
Dopo il funerale vennero a trovarmi in due: il figlio di Chruščev, Sergej, che non conoscevo, e Sergej figlio di Mikojan, con cui ero amico e che mi aveva sostenuto nei momenti più difficili. Ero stato aggredito e picchiato in varie occasioni, una volta addirittura fino a perdere conoscenza e mi ero risvegliato nell’appartamento dell’ex ambasciatore Menšikov, dove venni a sapere che mi avevano raccolto i Mikojan. I figli di Mikojan venivano a trovarmi proprio nei momenti in cui i dissidi con Chruščev erano più aspri.
Entrarono, si guardarono intorno esitando a lungo. Dissi: «So perché siete venuti, su, parlate!». Risposero: «Beh, l’ha intuito: vogliamo affidarle la realizzazione della lapide». Dissi: «Va bene, accetto, ma a condizione di poter procedere come ritengo opportuno». Al che Sergej Chruščev rispose: «Naturalmente». «So bene – dissi – che ci saranno persone pronte a scagliarsi contro di me per questa decisione. Sarà forse la vendetta dell’arte sulla politica… Ma queste sono solo parole!… In realtà, credo che un artista non possa essere più meschino di un politico, ed è proprio perché non intendo vendicarmi che accetto. Ecco le mie argomentazioni. E quali sono le vostre? Perché dovrei farlo proprio io?». Sergej Chruščev disse: «Sta scritto nel testamento di mio padre».
In seguito non tornammo più sull’argomento. Ma il fatto che Chruščev avesse disposto nel testamento che fossi proprio io a realizzare il suo monumento funebre, mi fu confermato da una comunista polacca durante l’inaugurazione. Mi si avvicinò e disse: «Nikita Sergeevič non si è sbagliato quando ha disposto nel testamento che fosse lei a farlo». Lo confermò anche Nina Chruščeva [la vedova – ndr].
Devo dire che i vertici del Partito erano sconcertati dalla decisione di Chruščev; a nessuno era venuto in mente che la questione avrebbe preso quella piega. E per tre anni non ebbi la possibilità di erigere il monumento, perciò dovetti far leva su tutta la mia conoscenza della società sovietica e dei suoi meccanismi. Anche la famiglia di Chruščev conosceva questi meccanismi, ma li conoscevano dall’alto e, venutasi a trovare in basso, non aveva idea di come muoversi. Al contrario, a me, che avevo avuto l’esperienza di chi stava sempre in basso, quella conoscenza fu di grande aiuto. In sostanza, applicai una specie di “terrore” tutto mio…
Nessun funzionario voleva assumersi l’ultima parola, e io dovetti guidare abilmente il timone della burocrazia. Alla fine riuscii a far sì che l’ordine di porre il monumento funebre – che era già pronto, ma non si decidevano comunque – provenisse direttamente da Kosygin. È stato un lavoro sociale complesso, di autentica oreficeria.
Il fatto è che i fondi stanziati per la lapide prevedevano semplicemente una lastra con un’iscrizione, e fin qui non spaventava nessuno. Nessuno immaginava che si sarebbero rivolti a me. E nessuno pensava che avrei accettato di realizzare un’opera così grande e costosa per un onorario davvero esiguo. E soprattutto nessuno immaginava che quell’opera non sarebbe stata semplicemente un busto, un oggetto neutro, ma che in essa si sarebbe riflesso anche il mio rapporto con il defunto, il quale rappresentava una figura dualistica, sospesa sul confine tra due epoche, che racchiudeva in sé contraddizioni reali.
Insomma, il monumento funebre si rivelò piuttosto controverso. E, naturalmente, non poteva non incontrare resistenza. Cosa stava succedendo? I vertici scaricavano la decisione ai livelli inferiori, mentre i livelli inferiori aspettavano l’ordine dall’alto. Il mio compito era quello di spingere i vertici a prendere una decisione, e non feci altro che provocare questa decisione, come sapevo fare, al punto che il direttore dell’ufficio urbanistico mi disse: «Lei sta ricorrendo al ricatto». Risposi di sì.

La tomba di Chruščev al cimitero Novodevičij. (yandex)
E in cosa consisteva questo ricatto? Spiegavo alle autorità: voi non mi permettete di installare la lapide non perché avete dato l’ordine di non farlo. Se fosse così, semplicemente non mi parlereste. Invece loro comunicavano. E mi chiedevano di modificare il monumento: per esempio, di non farlo in bianco e nero, ma in grigio, o meglio ancora di fare solo un ritratto su un classico piedistallo. Oppure ecco la soluzione migliore: togliere il ritratto e lasciare solo la scritta… Insomma, mille varianti. Allora dissi: visto che state negoziando con me, significa che non c’è una decisione dall’alto. Vi dirò io di cosa dovete aver paura: se trascinate la questione – mentre Brežnev sta per partire per l’Occidente – rilascerò un’intervista in cui dirò che è lui a proibirmi di installare la lapide a Chruščev, mentre lui non ne sa assolutamente nulla. E quando scoppierà lo scandalo e sarà costretto a smentire, dovrà trovare un colpevole, e allora dirò che è stata la Direzione urbanistica generale, guidata da Posochin, a bloccare tutto. A quel punto andranno a cercarsi un capro espiatorio qualsiasi su cui scaricare la colpa: ecco di cosa dovete aver paura, quindi prendete voi stessi la decisione, finché siete in tempo.
Alla fine, quei funzionari mi spiegarono senza mezzi termini che in effetti avevano paura e mi consigliarono di rivolgermi direttamente ai vertici. Fu allora che chiesi alla vedova di Chruščev di scrivere a Kosygin, e lui diede il permesso. Credo che per loro, per quei piccoli funzionari dell’apparato, sia stato un giorno di festa più che per me. Mi buttarono quasi le braccia al collo per aver finalmente ricevuto l’ordine dall’alto di installare la lapide.
L’inaugurazione del monumento avvenne nel 1974, sotto la pioggia, in occasione del terzo anniversario della morte di Chruščev. Erano presenti tutti i membri della sua famiglia, i giornalisti e le guardie di sicurezza. A nessuno fu permesso di entrare nel cimitero. Arrivò Evtušenko [celebre poeta della fronda – ndr], che cercava di mettersi al centro dell’attenzione. Nessuno pronunciò discorsi. E quando i familiari si voltarono e se ne andarono, perché non gradivano che Evtušenko tenesse discorsi mentre loro erano stati in silenzio, andai con Sergej Chruščev e altri cinque amici a casa sua. Lì tirò fuori una bottiglia di cognac, un cognac centenario, non so di che marca, regalato a Chruščev da de Gaulle, e disse: “Mio padre non si è mai deciso a bere questo costoso cognac. Ora lo berremo noi”. E così aprimmo la bottiglia.
Ora che sono in Occidente da diversi anni, mi chiedo sempre più spesso: cosa mi ha spinto a lasciare la Russia? Le ragioni principali, ovviamente, erano le divergenze interiori con la visione del mondo sovietica. No, non sul piano politico, anche se sul piano politico ce n’erano. Le mie principali divergenze con il regime erano piuttosto di natura metafisica».
(fonte: E. Neizvestnyj, Govorit Neizvestnyj, «Posev», 1984)
(Foto d’apertura: Neizvestnyj e Chruščev al Maneggio – wikipedia)
Angelo Bonaguro
È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.
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