5 Maggio 2026
Il giornalismo in esilio: voci che bucano l’asfalto
Dal 2022 la Russia ha vissuto il più grande esodo di giornalisti della storia. Da allora, una sessantina di testate indipendenti operano dall’estero in lingua russa. La storia di chi ha scelto di raccontare la verità pagandola con l’esilio, e del pubblico che legge di nascosto.
Negli anni ‘90 la Russia aveva sviluppato un sistema di media indipendenti di tutto rispetto: non solo quelli famosi quali Meduza, Novaja Gazeta, Dožd’, The Insider, ma anche un tessuto più articolato fatto di giornalismo investigativo di qualità, freelance con standard professionali elevati. Un tessuto costruito faticosamente, non senza costi altissimi (due soli esempi: il fondatore di Forbes Russia assassinato dopo quattro numeri dal lancio della rivista, Anna Politkovskaja uccisa nel 2006).
Già prima dell’invasione dell’Ucraina, quel tessuto è stato gradualmente lacerato: la nascita nel 2008 del Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni (Roskomnadzor) ha segnato l’inizio di una stretta sistematica contro la libertà di informazione, che con il febbraio 2022 si è ulteriormente aggravata portando al blocco di social quali Facebook ed Instagram. Oggi nel mirino c’è Telegram, mentre fra i casi giudiziari più eclatanti che hanno riguardato il mondo dei media spicca quello del giornalista di Kommersant Ivan Safronov, condannato a 22 anni di carcere sulla base di prove secretate.
Il rapporto del 2025 del JX Fund – fondazione berlinese che sostiene i giornalisti costretti all’esilio – sottolinea che tra il settembre del 2024 e l’ottobre del ‘25 c’è stato un aumento deciso del controllo statale sulla comunicazione digitale. A WhatsApp e ad altri 11 servizi di messaggistica è stato imposto l’obbligo di raccogliere e archiviare i dati degli utenti per conto dell’FSB, a metà del 2025 una nuova legge ha sancito la creazione dell’app nazionale Maks, che viene sempre più caldeggiata nell’interazione con la pubblica amministrazione: anche se finora non ha avuto molto successo (critiche sono venute anche dai sostenitori del governo in merito alla privacy), Maks ha segnato un nuovo passo verso un internet «sovrano» e strettamente controllato.

(mart-production, pexels.com)
Un’ondata migratoria da record
Nel ‘22 si è registrata un’emigrazione dalla Russia di proporzioni storiche, con stime di almeno 700.000 persone partite per il «lungo periodo», un numero che supererebbe il precedente record del 1991, anno del crollo dell’URSS: Georgia, Armenia, Kazachstan, i Paesi baltici, la Germania, una diaspora frenetica dettata da precarietà e insicurezza. Difficile quantificare tra questi emigrati il numero degli operatori dei media, tuttavia si stima che i poli principali (Tbilisi, Berlino e Riga, oltre alla Turchia) ospitino «centinaia di giornalisti» (JX Fund, 2022).
Kirill Martynov, direttore di Novaja Gazeta Europa1, lo sostiene con convinzione: nel ‘22 si è consumato l’esodo di giornalisti russi più massiccio nella storia mondiale. Le loro destinazioni preferite non hanno coinciso però con quelle della diaspora generale, privilegiando i paesi dell’Unione Europea per ragioni di sicurezza.
La diaspora ha comportato una rottura radicale con le normali condizioni di lavoro (pensiamo ai contatti con le fonti sul posto), la difficoltà a mantenere il legame con il pubblico, la sgradita sorpresa della freddezza con cui spesso sono stati accolti all’estero, soprattutto nei paesi che hanno sofferto l’oppressione sovietica e hanno visto con fastidio l’arrivo massiccio di nuovi emigrati. Infine, il peso psicologico: familiari e amici rimasti in Russia sono esposti a possibili ritorsioni. Tutto questo crea una incertezza totale sul futuro.
Eppure, al settembre 2025 risultano ancora attive almeno 63 testate indipendenti russe che operano dall’estero (JX Fund, 2025), un numero che può sembrare malinconicamente basso ma, considerando le condizioni in cui operano, possiamo definirlo sorprendentemente alto. Di queste, 45 hanno copertura nazionale e 18 regionale, categoria quest’ultima ancor più «encomiabile» se pensiamo che il giornalismo locale era già fragile prima della guerra, e non è facile raccontare di ciò che avviene nelle cittadine sparse in un paese vastissimo mentre si scrive da Berlino o da Tbilisi.
La prevalenza del russo come lingua di pubblicazione è schiacciante: 62 testate su 63, ad indicare che la missione primaria rimane quella di raggiungere i propri connazionali, dentro e fuori la Russia, e non tanto quella di parlare al mondo esterno, una scelta che è certo discutibile, ma occorre tener presente che l’introduzione di una seconda lingua di comunicazione come l’inglese (peraltro presente in 21 casi) implica un notevole lavoro di fundraising che non tutti possono permettersi. I media indipendenti sottolineano che il loro pubblico principale si trova all’interno della Russia ma, allo stesso tempo, la sostenibilità finanziaria dipende in larga misura dal pubblico all’estero, e ciò crea uno squilibrio strutturale.
La risposta del pubblico russofono è comunque altissima: nel 2023 si stimavano 38 milioni di visite mensili ai siti, 165 milioni di visualizzazioni mensili su YouTube. Meduza, la testata principale – in esilio dal 2014 – era paragonabile per traffico a pubblicazioni come il Financial Times, e le superava entrambe su YouTube. Anche le testate investigative russe in esilio surclassavano i loro omologhi occidentali di riferimento per visualizzazioni YouTube.
Tutto ciò ha una spiegazione con la presenza online di giornalisti riconoscibili, che contribuiscono a coltivare la fiducia, diversamente da un brand anonimo; su YouTube infatti il pubblico entra in contatto con un volto e una voce familiari, il che ne rafforza la credibilità, tanto più in un periodo caratterizzato dal sovraccarico di informazioni e dai contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Uno degli aspetti più importanti riguarda il ruolo che questi media svolgono non solo per chi sta in Russia, ma anche per l’intero sistema dell’informazione internazionale sulla Russia, che sarebbe probabilmente impossibile nella sua forma attuale senza di loro. In questo senso i politici europei – ha osservato uno degli esperti intervistati nel rapporto JX Fund 2025, – devono cominciare a capire che l’esistenza dei media russi indipendenti fa parte del sistema di sicurezza europeo: essi infatti non rappresentano «solo» una questione di libertà di stampa o di diritti umani, ma sono un argine alla disinformazione, una fonte di informazioni su ciò che accade in Russia che non ha molte alternative.
Il controllo si aggiorna
Di fronte a questa resistenza culturale inattesa, il Cremlino ha sistematicamente costruito un’architettura di controllo digitale senza precedenti. Lo strumento principale è la tecnologia TSPU, un sistema che consente di instradare il traffico internet e di limitare o interrompere le connessioni degli utenti verso specifici canali. Non ci si accontenta più di bloccare i singoli indirizzi IP come in passato, si è imparato a rallentare, filtrare, soffocare il flusso di informazioni in modo chirurgico e quasi invisibile. Il rallentamento (throttling) di YouTube, che rappresenta un terzo del traffico internet totale russo, è il caso più emblematico, che costa allo Stato 23,7 milioni di dollari al giorno (Netblocks, 2024).
La censura digitale, paradossalmente, non elimina le alternative, le seleziona: così chi ha competenze e motivazione cercherà nuove vie per aggirarla, gli altri scivoleranno naturalmente verso ciò che funziona senza attriti, cioè le piattaforme ufficiali.
L’anno scorso l’apparato censorio ha fatto un salto qualitativo con l’arrivo di due sistemi basati sull’intelligenza artificiale, Okulus e Vepr: il primo cerca contenuti ritenuti proibiti nelle immagini e nei video, mentre il «cinghiale» (vepr) prevede cosa potrebbe accadere analizzando le conversazioni online; in questo modo, se uno pubblica la foto di una protesta, Oculus lo trova e segnala l’immagine; se migliaia di persone iniziano a lamentarsi del governo su Telegram, Vepr segnala che sta per scoppiare un caso politico. Non è più necessario che un agente ascolti con le cuffie o scruti il pc, tutto avviene in automatico.
Il 2025 ha portato un altro shock, del tutto inedito e inaspettatamente dal fronte occidentale, quando a febbraio negli USA è stata smantellata l’Agenzia per lo sviluppo Internazionale, e sono stati congelati circa 268 milioni di dollari di sovvenzioni già approvate. L’impatto sui media russi dell’esilio è stato immediato, anche se meno catastrofico del previsto: 35 milioni di dollari in meno, pari al 42% delle sovvenzioni, che rimangono tuttavia una cifra che non si rimpiazza facilmente. La struttura economica dei media in esilio era già fragile per definizione, nel 2022 il 79% dei budget proveniva da grant e donazioni istituzionali, solo l’11% derivava da abbonamenti e donazioni dei lettori e il 5% da altre entrate commerciali. Invertire questa proporzione richiede tempo, risorse dedicate e competenze che la maggior parte delle redazioni non possiede.
I giornalisti all’estero vengono colpiti su più fronti: minacce, sorveglianza, hacking, intimidazioni, nel 2023 vi sono stati i due casi di avvelenamento riguardanti la giornalista investigativa Elena Kostjučenko a Monaco, e Irina Bablojan a Tbilisi. A questo si aggiunge l’arsenale legislativo: la legge sugli «agenti stranieri» che, estesa dal 2019 anche alle persone fisiche, ha colpito decine di testate e di giornalisti che finiscono nel «recinto degli appestati» – per riprendere un’immagine di Solženicyn, – per cui citare o condividere i loro materiali può essere interpretato come partecipazione alle attività dell’«agente», con conseguenti rischi penali. Oggi è illegale fare ricerche su internet per trovare materiali classificati come «estremisti» ed è vietato accedere deliberatamente ai contenuti di tali organizzazioni.
La repressione ha così compiuto il passo logicamente inevitabile: dalla censura dell’offerta alla criminalizzazione della domanda.
Visto che non solo certe informazioni sono difficili da trovare ma che trovarle è diventato rischioso, il pubblico russo in patria tende ad agire come nella vicina Bielorussia: entra in rete, cerca il nome della testata, legge le notizie, e poi esce senza iscriversi per non lasciare tracce digitali. I numeri di visualizzazioni rimangono stabili o crescono, mentre i follower calano: in sostanza il pubblico c’è, ma si nasconde. Come sottolinea uno degli esperti, «limitando e manipolando lo spazio informativo e creando lacune nell’infrastruttura mediatica, lo Stato russo mira a creare un divario nei valori dei cittadini. Si tratta di una lotta per conquistare le menti piuttosto che di una lotta contro i dissidenti».
Ma da chi è costituito il pubblico di questi media, e in che misura riescono a raggiungerlo? Le stime oscillano tra i 6,7 e i 9,6 milioni di russi raggiunti in patria (JX Fund, 2022). Lo studio del Center for Data and Research on Russia (Cedar), pubblicato nel marzo 2025, offre dati preziosi e scomodi allo stesso tempo. Il punto di partenza è quasi banale: Telegram è diventato la principale fonte di informazione politica in Russia, in cinque anni – dal 2019 al 2024 – la quota di popolazione che la usa è passata dallo 0 al 28%. La percentuale di russi che visita Telegram quotidianamente, non solo per informarsi, è schizzata invece al 51%, e oltre la metà dei 100 canali più popolari ha contenuti legati a notizie o politica. Inoltre il 44% dei russi che leggono Telegram segue canali classificabili come filogovernativi, mentre solo il 14% segue canali «dell’opposizione».
Tra i due estremi esiste però una fascia intermedia di canali «neutrali», quelli il cui pubblico comprende sia sostenitori che oppositori del Cremlino, e che rappresenta la parte più interessante dell’analisi, la più promettente per chi voglia pensare a come ampliare il raggio d’azione del giornalismo indipendente.

(alex dos santos, pexels.com)
Più persona e meno politica
Secondo gli esperti, i media dell’opposizione tendono ad assomigliarsi troppo, si concentrano su un insieme ristretto di argomenti: la repressione, le conseguenze della guerra, le sanzioni, e lo fanno in modo sostanzialmente uniforme, perciò il pubblico si stanca di sentire sempre gli stessi argomenti. Le raccomandazioni del Cedar sono precise: ampliare l’agenda tematica verso i problemi quotidiani delle persone e produrre più contenuti positivi, senza minimizzare gli orrori della guerra o della repressione, ma bilanciando l’agenda con notizie culturali, scientifiche, storie di animali, compilazioni musicali, ecc.
Tra i temi preferiti dal pubblico dei media in esilio, sorprende che il racconto umano batta la politica: le storie personali dominano con il 75% distaccando nettamente tutto il resto (JX Fund, 2025), in tempi di caos le persone cercano le storie di altre persone. Al secondo posto, ma con un certo distacco (58,3%), si posizionano i problemi sociali in Russia (medicina, istruzione, disuguaglianze, questioni di genere), conferma dell’interesse per la vita concreta che supera quello della politica. A pari merito (50%) troviamo i contenuti d’intrattenimento e nostalgici (un dato che dice molto sulla condizione dell’esilio) e le inchieste dei media. La situazione politica si ferma al 33%, seguita dall’economia al 25%; sorprendentemente in coda con il 16,7% troviamo la guerra Russia-Ucraina, e la vita in esilio (all’8,3%). Il quadro complessivo è quello di un pubblico che vuole capire la Russia reale – le sue contraddizioni quotidiane, le sue storie umane – più che seguire il filo della cronaca geopolitica, probabilmente per un bisogno di normalità, o per combattere l’inquietudine dentro una situazione particolare.
I media dell’esilio hanno anche dimostrato una capacità di adattamento notevole, inventandosi soluzioni con budget minimi. L’intelligenza artificiale nel frattempo è diventata uno strumento cruciale, anche se ambivalente. Il 91,7% delle testate ha dichiarato di usarla regolarmente (JX Fund, 2025) ma, d’altro canto, è anche uno strumento nelle mani del Cremlino che usa queste testate come materiale di addestramento per i propri sistemi capaci di identificare i contenuti indesiderati, i quali imparano così a riconoscere il linguaggio e lo stile del giornalismo indipendente.
La tecnologia che aiuta a sopravvivere insegna anche all’avversario come colpire meglio.
Martynov, nel suo articolo in cui invita i media all’unità, scrive che «l’assalto finale all’internet russo avviato quest’anno dalle autorità è la conseguenza del buon lavoro dei media indipendenti». Dopo il furor delle designazioni di «agenti stranieri» (nel 2025 un terzo di tutti gli «agenti stranieri» erano giornalisti), «organizzazioni indesiderabili» e/o «estremiste», e le decine di condanne in contumacia contro i giornalisti, si è deciso di colpire l’ambiente stesso in cui avviene lo scambio di informazioni.
Eppure la storia che questi rapporti raccontano è, nonostante tutto, una storia di ostinata vitalità: i magic link (metodi di autenticazione sicura a tempo limitato), le estensioni per i browser, le VPN (la quota di russi che la utilizza ha toccato il 41,8% nel 2024, ponendo la Federazione al primo posto al mondo per uso di questa tecnologia), i canali Telegram mirror che si moltiplicano man mano che vengono bloccati, tutto questo ricorda le catene di fotocopie clandestine del samizdat di epoca sovietica.
«La vita è incredibile, sorprendente, tenace, potente, (…) buca l’asfalto, distrugge le pietre, da minuscola piantina si trasforma in un gigantesco baobab», aveva detto nella sua ultima parola al processo Aleksandra Skočilenko. Oggi salvare il giornalismo russo indipendente significa scommettere sul futuro: nel momento in cui la Russia dovesse intraprendere un percorso di riapertura, avrà bisogno di giornalisti competenti e liberi, gente che sa fare il proprio mestiere e che, per ora, scrive nell’esilio.
(foto d’apertura: mibernaa, pexels.com)
Anna Kondratova
Moscovita, laureata in sociologia. Ha seguito da vicino lo sviluppo del movimento d’opposizione in Russia. Giornalista e saggista.
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