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9 Marzo 2026
«Di loro mi ricordo sempre e in ogni dove». In memoria di Anna Achmatova
Il 5 marzo 1966 moriva Anna Achmatova. Cosa direbbe la «voce del popolo russo» delle guerre di oggi? Ne aveva viste quattro e vissuto gli anni del Terrore, dando voce alle sofferenze del suo popolo e del suo Paese che, nonostante tutto, aveva deciso di non abbandonare. Ha cantato il dolore dei più deboli, prestando la sua voce a chi, la voce, l’aveva perduta per sempre.
Il 5 marzo di sessant’anni fa a Domodedovo, nei dintorni di Mosca, moriva Anna Achmatova. Nata nel 1889 vicino a Odessa, nell’attuale Ucraina, da poetessa amata e conosciuta in tutto l’Impero a partire dagli anni Venti è diventata invisa al regime, perché non si voleva piegare all’ideologia comunista. Troppo famosa per venire arrestata o uccisa, il governo si è accanito sul suo unico figlio, Lev, che aveva l’unica colpa di essere figlio di sua madre e di suo padre, il poeta Nikolaj Gumilev, fucilato nel 1921. Venne costretta alla fame e al silenzio, le sue liriche scomparvero dalla stampa per un ventennio, per ricominciare a circolare a partire dal 1940, sebbene in forma censurata. Espulsa dall’Unione degli scrittori sovietici nel 1946 con accuse infamanti e pesantissime, è stata gradualmente riabilitata negli anni Cinquanta dopo la morte di Stalin. Ha passato gli ultimi anni della sua vita a cercare di pubblicare quanto aveva composto negli anni precedenti, anche se non è mai riuscita a vedere i suoi versi privi di censura. È morta a 76 anni per insufficienza cardiaca e ora riposa al cimitero di Komarovo, nei pressi di San Pietroburgo.

Anna Achmatova nella seconda metà degli anni Venti in una fotografia di Pavel Luknickij. (TASS/wikimedia)
Anna Achmatova è una delle più grandi voci della poesia russa del ‘900. Peraltro, è stata una dei pochi intellettuali che, nati nel XIX secolo, sono sopravvissuti a tutta quanta «l’epoca dei lupi» senza compromettersi con il regime. Per questo la sua poesia e la sua persona sono diventate il simbolo di una tradizione poetica che non esisteva più, l’esempio vivente di una resistenza ferma e la custode di un’epoca spazzata via dai bolscevichi che non sarebbe più tornata.
Chissà cosa direbbe Anna Achmatova dei conflitti di oggi. Lei conosceva bene la guerra: aveva visto il conflitto russo-giapponese, l’insurrezione del 1905, la Prima guerra mondiale, la guerra civile, la Seconda guerra mondiale e la più dura, quella dell’ideologia staliniana contro i cosiddetti «nemici del popolo».
L’esperienza della guerra si riflette di raccolta in raccolta anche nella sua opera poetica, ma mai con intenti celebrativi. Al contrario, proprio il suo rifiuto di sostenere le iniziative del nascente governo comunista ha contribuito alla sua caduta in disgrazia. Nei suoi versi non compaiono elogi né esortazioni alle imprese belliche: l’unico caso – che peraltro lei stessa non voleva venisse incluso nelle edizioni a stampa delle sue raccolte – è un ciclo di poesie dedicate a Stalin, Gloria alla pace! (1955), scritto in circostanze disperate per salvare la vita di suo figlio. L’Achmatova si vergognerà per sempre di questi versi: più testimoni ricordano che, ogni volta che le capitava tra le mani una copia dei volumi che li contenevano, era solita incollare le pagine per impedirne la lettura.
Nelle prime due raccolte, Sera (1912) e Rosario (1914), la tematica bellica non trova posto: queste sillogi sono ancora incentrate su una poesia da camera, intima, il cui tema principale è l’amore. È a partire da Stormo bianco (1917), composto alla vigilia della Rivoluzione, che il tono della poesia di Achmatova diventa anche civile e il tema della guerra entra sempre di più nei suoi versi. Non solo la guerra intesa come conflitto armato, ma come una violenza che può assumere forme diverse, non soltanto militari, ma anche politiche.
Il componimento più celebre è probabilmente il poema Requiem, dove il suo canto si unisce a quello delle vittime delle purghe di Stalin. Meno note, ma cruciali per la sua opera, sono le liriche in ricordo degli amici ormai scomparsi, raccolte postume nel ciclo In serto ai morti. Ha composto un ciclo dedicato agli eventi bellici della Seconda guerra mondiale, in particolare all’assedio di Leningrado, dal titolo Vento di guerra.
Non possiamo sapere con quali parole descriverebbe le guerre di oggi. Ma sappiamo come ha cantato e ricordato le guerre che lei stessa ha potuto vedere. Sappiamo che ha sempre dato voce al dolore, al proprio e a quello della gente comune che lo viveva con lei. Di fronte alle vittorie sul campo di battaglia, alla difesa di città assediate o ai combattimenti in mare e in cielo, la necessità – anche legittima – di tutto questo appare poca cosa in confronto al dolore e alla distruzione della vita che la guerra lascia dietro di sé, e troppo spesso a pagare sono i più innocenti. Anna Achmatova lo sapeva, e nella sua poesia non ha mancato di ricordarli.

Anna Achmatova con il primo marito Nikolaj Gumilev e il loro unico figlio Lev. (wikimedia)
La guerra nei versi di Anna Achmatova: l’esperienza di un dolore condiviso
Quando i tedeschi hanno scatenato i primi bombardamenti su Leningrado nei primi giorni del settembre del 1941, Anna Achmatova si trovava in città. Nonostante fosse una figura scomoda per il regime, era una delle voci più amate dal popolo. Per questo, il 28 settembre è stata evacuata con altri intellettuali, portata a Mosca in aereo e da qui è partita alla volta di Taškent, nell’attuale Uzbekistan. Achmatova era molto legata a questa città, e quando i primi giorni di settembre si cominciarono a sentire i primi bombardamenti, ha composto questa lirica:
Il primo tiro a lunga gittata su Leningrado
E nel variopinto affaccendarsi della gente
tutto è cambiato all’improvviso.
Non era un suono da città
e neanche da campagna.
In verità ricordava, come un fratello,
il rimbombo di un tuono lontano.
Ma in un tuono c’è l’umidità
di nuvole alte e fresche
e l’annuncio di allegri temporali
che bramano i prati.
Questo invece era secco come l’inferno,
e l’orecchio turbato non voleva
credere al fatto
che si espandeva e cresceva,
che, indifferente, stava portando la morte
al mio bambino.
Settembre 1941. Leningrado (da Vento di guerra, in Settimo libro)
A Leningrado l’Achmatova non aveva lasciato molti conoscenti famosi: gran parte degli intellettuali era da tempo emigrata in Europa o era già morta. Nella città assediata erano rimaste le persone comuni. Tra queste vi era un bambino, il figlio dei vicini di casa, a cui l’Achmatova si era molto affezionata. Si chiamava Vladimir, Vova, ma lei lo aveva affettuosamente soprannominato Sciacalletto. Gli voleva un gran bene, lo faceva giocare e quando riusciva a trovare del cibo glielo regalava, perché potesse patire meno la fame. L’Achmatova ha sofferto quando ha dovuto lasciare la sua città, ma ha sofferto ancora di più quando è venuta a sapere che il suo piccolo amico era morto di stenti durante l’assedio. Per lui ha scritto questi versi:
Bussa con la manina: ti aprirò.
Ti ho sempre aperto.
Ora sono oltre le alte montagne,
oltre il deserto, il vento e l’arsura,
ma mai ti tradirò…
I tuoi lamenti non ho udito.
Il pane non me lo hai chiesto.
Portami un rametto d’acero
o anche solo un filo d’erba verde
come hai fatto la scorsa primavera.
Portami un pugnetto della nostra
acqua pura e gelata della Neva,
e dalla tua bionda testolina
laverò le lacrime di sangue.
Aprile 1942. Taškent (da Vento di guerra, in Settimo libro)
Ma nei suoi versi, Anna Achmatova non ha raccontato soltanto l’impatto della guerra nella propria patria. Venuta a conoscenza dei pesanti bombardamenti dell’aviazione nazista su Londra, ha composto una lirica dedicata agli abitanti della capitale inglese. In questo testo il riferimento al contesto storico e culturale britannico diventa lo spunto per una riflessione più ampia sulla devastazione causata dalla Seconda guerra mondiale e sulla durezza della realtà che essa impone ai popoli coinvolti. In questi versi, Achmatova si presenta come partecipe al dolore degli inglesi: pur non trovandosi su quel suolo, sente quel dolore come proprio, poiché la guerra sta travolgendo anche la Russia e l’esperienza della sofferenza collettiva diventa così un elemento condiviso che supera i confini nazionali:
Ai londinesi
Il ventiquattresimo dramma di Shakespeare
lo sta scrivendo il tempo con mano impassibile,
sarebbe meglio leggere di Amleto, Cesare e Lear
sopra il fiume plumbeo.
Oggi sarebbe meglio accompagnare Giulietta, la colomba,
con canti e una torcia alla sua tomba,
affacciarsi alla finestra verso Macbeth,
tremare insieme all’assassino mercenario, –
ma non questo, non questo, non questo,
questo ormai non abbiamo più le forze di leggerlo! (da Nell’anno quaranta, in Settimo libro)

Anna Achmatova a casa di Viktor Ardov negli anni Sessanta. (wikimedia)
L’Achmatova non cantava mai una sofferenza generica: il dolore che emerge dai suoi versi, anche quando condiviso, è composto da singoli lamenti di singole persone, non è mai un «noi» indistinto – come quello voluto dal regime – ma il «noi» di un popolo che soffre. È il «noi» che emerge nel Requiem, il «canto dolente per tutti i dolenti» come lo ha definito il premio Nobel Jurij Brodskij. Quando il figlio Lev è stato arrestato per la prima volta, nel 1935, l’Achmatova ha passato ogni giorno per più di un anno in coda davanti alla prigione di Leningrado. Infatti, la procedura prevedeva che, per accertare che il detenuto fosse ancora in vita, era necessario portare un pacco alla prigione: se questo veniva accettato, significava che era ancora vivo, se, invece, veniva rifiutato, voleva dire che era morto. In coda sotto le mura della prigione, la celebre poetessa ha conosciuto le donne della sua città, che come lei speravano di poter riabbracciare i propri mariti, i propri figli o i propri fratelli. È proprio a queste donne, nuove amiche, sorelle accomunate dalla medesima sorte, che Achmatova si rivolge nell’Epilogo del suo Requiem:
Di nuovo si avvicina l’ora della commemorazione.
Vi vedo, vi sento, vi capisco:
e quella che a malapena hanno lasciato avvicinare alla finestra,
e quella che calpesta una terra straniera,
e quella che scuotendo la bella testa
ha detto «venire qui è come essere a casa!».
Avrei voluto chiamarvi tutte per nome,
ma hanno tolto l’elenco e non c’è modo di sapere.
Per loro ho intessuto un ampio manto
di afflitte parole che ho sentito da loro.
Di loro mi ricordo sempre e in ogni dove,
di loro non mi scorderò alla prossima disgrazia,
e se chiuderanno la mia bocca straziata
da cui cantano milioni di popoli,
almeno loro si ricorderanno di me
alla vigilia del mio funerale. (da Requiem)
Se oggi potessimo chiedere ad Anna Achmatova cosa pensa delle guerre del nostro tempo, forse non troveremmo una risposta nuova. La sua poesia una risposta l’ha già data: dietro ogni conflitto ci sono vite spezzate, città distrutte, mogli che aspettano, madri che piangono. Cambiano i nomi dei fronti e delle nazioni, ma la tragedia resta la stessa — ed è proprio questa verità, semplice e implacabile, che alcuni dei suoi versi ci continuano a ricordare.
(Immagine d’apertura: dipinto di Nikolaj Andreevic Tyrsa; wikimedia).
Alessandra Belloli
Nata a Milano (1996), ha conseguito la laurea magistrale in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore specializzandosi in letteratura russa. Sta conseguendo un dottorato di ricerca sulla raccolta Il giunco di Anna Achmatova nella medesima università. Attualmente è redattrice per la Nuova Europa e ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana.
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