23 Settembre 2026
Padre Scalfi e l’ecumenismo della persona
Nella sua lunga storia di amicizia con le Chiese dell’Europa orientale e dell’ex URSS, padre Scalfi ha sempre concepito l’ecumenismo come amore di Cristo, fondato sui rapporti personali. Cosa ci può dire questo, oggi.
Nelle presentazioni del nostro incontro, si è parlato dell’ecumenismo come di un’occasione di incontro, conoscenza, dialogo e unità fra le persone: bisogna proprio pronunciare con enfasi questa parola – persone – perché il centro di tutta l’attività di padre Romano Scalfi, la sua chiave di volta, era la persona, la centralità della persona con il suo valore assoluto e irriducibile, che lui ci insegnava a ricercare dappertutto, come criterio per giudicare il valore dei fenomeni che avevamo di fronte e come obbiettivo che dovevamo perseguire: se quello che facevamo non aveva come scopo la crescita e la piena realizzazione della nostra persona e delle persone – di tutte le persone – che incontravamo, non valeva la pena perdere tempo.
«È una persona unita che fa unità – diceva padre Romano, – non è possibile contribuire all’unità dei cristiani [se] la propria vita personale non tende a comporsi nell’unità che riconosce [in] Cristo [il] centro della propria persona come lo è della storia e del cosmo».
«Riconoscere una pienezza donata»
L’ecumenismo, in questo senso, non era una tattica o una strategia di «accostamento» a entità, persone o istituzioni, più o meno distanti, ma un modo per essere fedeli alla preghiera di Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Che siano una cosa sola, perché il mondo creda». L’ecumenismo, per padre Romano, era il metodo per essere fedeli a questo comandamento e per incontrare in questo modo tutte le persone, perché in Gesù Cristo, Figlio di Dio, vero uomo e vero Dio, si può incontrare ogni uomo nella sua verità ultima, comune a tutti gli esseri umani, al di là delle differenze che, così, invece di essere un ostacolo diventano un’occasione di arricchimento. Ecumenismo era un modo per parlare di Cristo e testimoniare in Lui l’unità di tutto il genere umano.
In questo senso, missione ed ecumenismo, che spesso vengono contrapposti, per padre Scalfi erano e dovevano essere uniti: c’è chi dice che se si fa missione si crede di essere padroni della verità e se si difende l’ecumenismo si crede invece che verità ed unità debbano ancora essere costruite; lui, al contrario, diceva che non ci poteva essere una missione autentica – cioè l’annuncio di Cristo salvatore del mondo – se questa salvezza non era per tutti e se la missione stessa non promuoveva il superamento delle divisioni in un’unità che salvaguardava «la piena libertà delle parti, nella perfetta unità dell’intero», come avrei imparato poi da Vladimir Solov’ëv.
Con una definizione come questa era evidente che l’unità non era una questione di equilibrio, nel nostro caso tra missione ed ecumenismo, ma di pienezza dell’una e dell’altra; l’una completava l’altra: «È infatti l’ecumenismo che offre dignità sempre più grande alla missione, ma è la missione che offre un respiro sempre più ampio all’ecumenismo e ne fissa l’ideale adeguato».
Per padre Romano era una delle tante applicazioni della legge dell’antinomia, che non era una versione religiosa della dialettica hegeliana, ma la fedeltà a un detto dei padri della Chiesa che di fronte alla pienezza della divinità e dell’umanità nella persona di Cristo non si erano persi in vane discussioni, ma avevano confessato «entrambe le verità come criterio della pietà».
Allora si chiariva per padre Scalfi anche la chiave e il fondamento di questo lavoro: non una sapienza umana, ma la carità, l’amore: si trattava non di inventare ma di riconoscere una pienezza donata che non poteva essere conservata egoisticamente come un privilegio di cui si era padroni e che non poteva neppure essere rinfacciata come un proprio merito; la verità ci era stata donata e non potevamo né imporla, né aggiustarla con i nostri progetti.
In questo senso, per riprendere a un altro livello la contrapposizione classica tra missione ed ecumenismo, per padre Scalfi irenismo e proselitismo erano due sintomi di una stessa malattia, della stessa sfiducia nei confronti della forza della verità che, non essendo sufficiente a se stessa, per essere affermata dovrebbe essere imposta con la violenza oppure con la mediazione di compromessi inventati da qualche diplomatico d’occasione; nell’un caso e nell’altro tutto finisce per dipendere da noi e dalla nostra potenza o astuzia e non dal dono e dalla potenza di Dio: così come l’irenismo è una missione mancata, il proselitismo non è una missione esagerata, ma una missione degradata.

Padre Romano a Vladimir, nel 1970. (© FRC)
Ben lontano dal voler imporre o completare una qualche verità, padre Romano indicava come primo lavoro di ogni credente e come missione specifica di Russia Cristiana l’opera della conversione personale; e per fare questo uno dei primi strumenti era la conoscenza delle ricchezze della tradizione orientale; come diceva Giovanni Paolo II, citando l’espressione poi diventata famosa di un poeta e pensatore russo – Vjačeslav Ivanov – dovevamo imparare a «respirare con due polmoni», «perché sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità della Chiesa, espressa non da una sola tradizione, né tanto meno da una comunità contro l’altra».
«Le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente perché la parola di Dio manifesti sempre meglio la sua insondabile ricchezza».
E se il padre si spendeva tanto per far conoscere la cultura russa non era per un gusto erudito per il lontano o per trasmettere una conoscenza, che pure aveva ad altissimo livello, ma per educarci e aiutarci vicendevolmente a riconoscere l’unità che ci è donata dallo Spirito e investire la vita quotidiana di questa realtà e della sua luce, la luce che viene dall’Oriente di Cristo e non dall’Oriente di Serse, come avevo imparato sempre da Solov’ëv. Non si trattava neppure di stabilire chi fosse il migliore, ma di esaltare la positività dei fratelli e della loro cultura e trarne lo spunto per una reciproca conversione e un reciproco arricchimento.
«La verità quando si esprime diventa amore e l’amore fiorisce in bellezza», diceva padre Romano citando spesso Pavel Florenskij che proprio Russia Cristiana aveva contribuito in maniera decisiva a far conoscere in Italia.
E poi c’era una necessità strutturale in questa insistenza sulla conoscenza della tradizione orientale: essa nasceva dalla consapevolezza che il mistero cristiano è insondabile e quindi non può completamente esprimersi in una sola esperienza ecclesiale. «Noi cattolici – ripeteva spesso padre Scalfi – abbiamo bisogno di essere arricchiti dall’esperienza ortodossa per essere veramente universali, come gli ortodossi hanno bisogno di guardare all’esperienza cattolica per essere autenticamente sobornici».
Non c’era in lui nessun senso di superiorità o complesso di inferiorità, ma questa profonda convinzione della necessità del lavoro per l’unità perché ogni esperienza parziale, come è anche ogni esperienza cristiana se non è aperta a un’esperienza ecumenica, rischia di camminare verso la propria deformazione.
Così, cogliendo un rischio che sarebbe cresciuto nel corso degli anni, padre Romano ricordava che «l’amore alla tradizione, tipico dell’esperienza ortodossa, può diventare angusto tradizionalismo», ma lo stesso criterio poteva e doveva essere applicato alla Chiesa cattolica più portata all’impegno nel mondo: «Senza l’amore alla tradizione – diceva – il suo impegno finirebbe in un meschino attivismo mondano».
In questo senso, la preoccupazione principale di padre Romano era un’attenzione che mi aveva colpito sin dall’inizio per la presenza della pienezza e dell’eternità in ogni istante del tempo e in ogni frammento del reale: l’ecumenismo non era per esperti, ma per ricostruire la pienezza di ogni singola persona e la sua capacità di aprirsi agli altri, di cercarli, persino, per condividerne l’esperienza e la vita, in tutte le sue ricchezze e in tutti i suoi bisogni. In un momento in cui con la crisi delle ideologie, si era perso, come si è perso oggi, il fondamento di una solidarietà universale e parevano restare soltanto l’odio – la lotta armata – o il disinteresse cinico, per padre Scalfi occorreva superare il fascino, sempre più latente e pericoloso, dell’intimo, del privato e del gruppo; era necessario – diceva – che l’ecumenismo diventasse veramente ecumenico. E poi specificava: «Non soltanto spirituale, come se la carne dell’uomo non fosse chiamata all’unità. Non principalmente sociologico, come se il fondamento dell’unità non fosse Cristo. Non soltanto gerarchico, come se la responsabilità della solidarietà non fosse di tutti. Non soltanto teologico o diplomatico quasi l’ecumenismo fosse prerogativa di specialisti».
Il suo ecumenismo si apriva a tutto il mondo e a tutti gli uomini, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti, in un amore all’umanità che non era mai quel sentimento astratto per cui si ama l’umanità ma si è indifferenti alle persone concrete, si predica la distensione fra gli Stati, ma la si accompagna con il disinteresse per l’oppressione dei loro cittadini o per la violazione sistematica della loro dignità e della loro libertà (preoccupazione dalla quale veniva tutto il suo lavoro in difesa dei prigionieri di coscienza), si esalta una libertà generica ma si tollera la schiavitù reale, si condanna lo scetticismo individualista ma si alimenta un nazionalismo non meno scettico ed esclusivo, si cerca l’ecumenismo con i lontani ma si alimenta l’incomprensione verso i vicini, in un atteggiamento in cui tutto sommato l’unica cosa che scompare è quella che dovrebbe essere l’anima dell’ecumenismo: l’esperienza reale della presenza di un Cristo cui convertirsi.

A Mosca, nel luglio 1969. (© FRC)
Una speranza radicata nell’eternità
La consegna ai giovani d’oggi dal pensiero di padre Scalfi? Quello che dicevo alla fine del mio primo intervento o, meglio, quello che ne derivava: la speranza.
Era il mio primo incontro con lui, una sua conferenza a Legnano, dove ero andato, da giovane simpatizzante della rivoluzione e curioso del perché fosse finita così male (magari con la speranza, allora, di poterla fare meglio); era il mio primo incontro e mi avrebbe cambiato la vita, non nel senso che mi avesse convinto che tutto sarebbe finito bene, perché la storia è tragica, ma nel senso che, comunque, la storia è fatta di eternità e il tempo ci è dato per vivere quell’eternità da subito, come vedevamo nella storia dei prigionieri di coscienza.
Una volta al mese padre Romano celebrava la Divina Liturgia a Milano e prima della celebrazione ci raccontava degli amici perseguitati per la fede in Unione Sovietica e ci invitava a pregare per loro; ogni volta era un lungo elenco di persone reali che non avevano speranza di poter vincere contro il potere sovietico e venivano spazzati regolarmente via da quel potere, e però continuavano a essere fedeli alle proprie convinzioni, «nonostante tutto». Tanti anni dopo, alla caduta del muro di Berlino, uno dei responsabili della DDR, per spiegare quella fine avvenuta senza colpo ferire, disse che si «erano preparati a tutto ma non alle candele e alle preghiere». Alla fine la vittoria era stata dei «senza potere», come li aveva chiamati in un libro famoso l’ex dissidente Václav Havel, primo presidente della Cecoslovacchia libera.
Quello che è avvenuto dopo è un’altra storia, ma se la liberazione è stata possibile una volta, perché non potrebbe esserlo ancora? Ogni giorno, in ogni paese e sotto ogni regime, anche per un giovane d’oggi. È la storia dell’uomo e della sua libertà: ogni mattina ti puoi mettere in gioco e devi metterti in gioco, perché nella vita dello spirito non ci sono punti fermi: se non ti dai ragione in ogni momento di quello che hai fatto e del perché lo hai fatto, lo perdi, ma se cerchi quelle ragioni e quei perché non c’è sconfitta che possa essere definitiva: «Senza azioni moralmente giuste ma disperate, non ci possono essere azioni vittoriose».
Credo che la speranza che padre Romano aveva ridestato in un ragazzo di diciott’anni quarant’anni fa, possa rinascere anche nei ragazzi di oggi o nei vecchi di oggi che restano curiosi e quindi eternamente giovani. Qualche mese fa un amico, uno dei più grandi russisti viventi, che a novant’anni suonati, senza avere smesso di amare la Russia, si è messo a studiare e a tradurre la letteratura ucraina, mi ha scritto: «Non credo che arriverò mai a vedere la fine di questo incubo, ma lo spero, perché la speranza è una virtù fondamentale, che metto al di sopra della fede e alla pari con la carità. Senza di essa, come potremmo vivere?»… e poi, lui che è protestante, mi ha trascritto alcuni passi del Portico del mistero della seconda virtù di Charles Péguy, dicendomi che bisognerebbe rileggerlo tutto e che lui lo fa spesso.
E a me, questa storia di un protestante, studioso dell’ortodossia, che cita, a un cattolico, Péguy per raccontargli di una speranza che lo fa vivere, studiare e scrivere ancora, oltre a farmi sperare, restituisce tutto il senso del lavoro di padre Romano, della sua passione per la verità e della sua continua ricerca di un’unità nella verità, da ricercare ovunque, senza preclusioni o presunzioni e, come ci chiedeva nel suo testamento, continuando ad amare la Russia «nonostante tutto».
(Intervento al Meeting di Rimini 2026, «Una speranza nel tempo dei conflitti»)
(foto d’apertura: al centro, p. Scalfi «turista» a Mosca, luglio 1969 – © FRC)
Adriano Dell’Asta
Già docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.
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