16 Agosto 2026
Nel Memorandum delle Solovki l’intelligenza e il cuore della Chiesa ortodossa
Cento anni fa i vescovi ortodossi detenuti in un lager scrissero un documento unico per chiarezza di fede e intelligenza storica. Questo testo, dimenticato da molti, ritenuto troppo «politico» da altri, può essere ancor oggi un punto di riferimento importante, là dove la confusione tra Stato e Chiesa diventa un fenomeno diffuso.
16Settembre 1926, cent’anni fa, in un monastero nel Mar Bianco trasformato in lager si ritrovano come detenuti 29 vescovi ortodossi, che la vigile politica antireligiosa del governo bolscevico ha voluto rinchiudere e mettere fuori gioco. Il monastero-lager, che sorge sull’arcipelago delle isole Solovki, non è un luogo qualunque, un campo di concentramento tra i tanti che sono sorti come funghi a partire dal 1918, ma è il lager per antonomasia, il campo che fa da scuola, dove il giovane sistema totalitario elabora l’abc della repressione su ampia scala, in particolare come distruggere la personalità del detenuto, come impedire ogni forma di solidarietà tra le vittime, come sfruttare al massimo le capacità lavorative dei detenuti col minimo della spesa.
Qui verranno in gran segreto degli ufficiali nazisti a imparare i principi base, compresi gli slogan, dal sovietico «Attraverso il lavoro verso la liberazione» al più famoso «Arbeit macht frei» di Auschwitz. Solženicyn lo chiamerà «il tumore madre» da cui nascerà l’intero sistema del GULag. Da queste isole lo scrittore trarrà l’immagine del sistema dei campi come un grande «arcipelago» che copre tutto il paese.
All’inizio, tuttavia, la direzione del campo per inesperienza commette degli errori, o meglio delle ingenuità, tra l’altro concedendo un trattamento di favore ai credenti: li lascia vivere insieme, con maggiore libertà di movimento, probabilmente perché li ritiene poco pericolosi. Quando, attorno al 1923, arriva la grande ondata dei sacerdoti (negli anni saranno 500) e dei vescovi ortodossi, cui si aggiunge l’ondata dei sacerdoti e vescovi cattolici, l’autorità del campo concede loro di portare l’abito talare e i capelli lunghi; concede pure di celebrare in una piccola chiesa, di trovarsi in gruppo a discutere. Ma a partire dal 1929 tutti questi privilegi vengono cancellati, il clero è mandato ai lavori pesanti e disperso tra la massa dei detenuti. Proprio nel 1929, sull’isola di Anzer destinata a lazzaretto, troverà la morte il vescovo Pëtr Zverev.
Nei sei anni (1923-1929) in cui le condizioni di detenzione sono meno penose, i vescovi ortodossi costituiscono in autonomia un organo ecclesiastico denominato «Sinodo dei vescovi delle Solovki», che nel testo del Memorandum che presentiamo si autodefinisce «organo direttivo della Chiesa ortodossa», ed è di fatto una nuova realtà dettata dall’eccezionalità della situazione dopo la morte, nel 1925, del patriarca Tichon e l’impedimento a governare dei tre locum tenens che erano stati designati in precedenza proprio per il caso di vacanza della sede patriarcale, ma che vengono immediatamente imprigionati.
È questo Sinodo delle Solovki che, riempiendo il vuoto di potere, esprime in modo meditato la coscienza dell’ortodossia russa di fronte al cambio epocale che l’ha vista perdere la condizione di Chiesa di Stato. In quei sei anni il Sinodo riesce perigliosamente a stendere e in qualche modo a far arrivare sul continente quattro documenti che prendono posizione rispetto al problema centrale dei rapporti Stato-Chiesa.
Quest’anno ricorre in particolare il centenario del lungo messaggio intitolato Memorandum dei vescovi delle Solovki, rivolto al governo, di cui pubblichiamo qui alcuni stralci. Per capire meglio il contesto in cui si inserisce questo messaggio, e apprezzarne la chiarezza, bisogna ricordare che l’atteggiamento della Chiesa ortodossa verso la rivoluzione bolscevica è stato ondivago: nell’immediato il patriarca Tichon, il 19 gennaio del 1918, lancia l’anatema contro gli autori delle violenze antireligiose e denuncia la Legge sulla separazione della Chiesa dallo Stato come un attacco alla Chiesa stessa; poi però, nel 1922, scrive una sorta di «pentimento» per questi suoi «atti antisovietici»; infine, prima di morire, nell’aprile 1925, firma un testamento che chiede ai cristiani di «essere leali verso il potere sovietico… per il bene comune».

Vescovi e sacerdoti ortodossi alle Solovki, 1925.
Inizialmente, dunque, la Chiesa si oppone con forza al decreto che la separa dallo Stato, ma quando si arriva al consolidamento del potere bolscevico, nel pensiero ecclesiale matura una diversificazione: da una parte c’è l’opzione dei vescovi prigionieri alle Solovki, che ispirandosi alle discussioni aperte al Concilio panrusso del 1917-1918 e mettendo a frutto l’esperienza diretta della repressione, diventano consapevoli dell’impossibilità di coesistere con un potere aggressivamente ateo, e quindi insistono sull’applicazione del decreto di separazione rettamente inteso.
Dall’altra c’è la posizione di alcuni vescovi in libertà, che sottoposti a fortissime pressioni, scelgono la via del compromesso, la strada fatale che seguirà il metropolita Sergij con la sua Dichiarazione di lealtà del 1927, in cui si legge la celebre formula «Le vostre gioie sono le nostre gioie, i vostri dolori sono i nostri dolori», definitivo passo verso un compromesso che si rivelerà sempre più invasivo e devastante per tutta la Chiesa russa.
Nello scrivere il Memorandum i vescovi hanno la forte speranza di essere uditi (anche se alcuni di essi ritengono che non servirà a nulla), e in effetti, nonostante le grandi difficoltà di comunicazione, si può dire che questo documento avrà un notevole influsso sulla vita della comunità ortodossa. Ad esempio, il Memorandum dà lo spunto al movimento dei «non commemoranti» i quali, pur rimanendo in comunione con la guida suprema del metropolita Sergij non lo commemorano nella liturgia, non riconoscendone l’autorità morale. Inoltre, dai documenti e dalle testimonianze di martiri e confessori della fede si vede che l’idea della non interferenza dello Stato nella vita ecclesiale è molto viva, ad esempio si trova nell’«Appello di Kiev», scritto molto probabilmente da padre Anatolij Žurakovskij, morto martire nel 1937 e canonizzato dalla Chiesa russa all’estero.
Gli autori del Memorandum delle Solovki individuano alcuni punti fermi raggiunti nelle discussioni comuni. Primo punto: fanno presente con forza le gravi illegalità commesse dallo Stato; secondo punto: con realismo riconoscono la necessità di normalizzare i rapporti tra Chiesa e Stato; terzo punto: ritengono che la legge sulla separazione Chiesa-Stato sia positiva e anzi l’unica auspicabile; quarto punto: assicurano al governo l’apoliticità della Chiesa ma chiedono in cambio la non ingerenza da parte dello Stato; quinto punto: affermano che la Chiesa non può e non deve impegnarsi a sostenere la politica del governo; sesto punto: viene abbozzata una concezione della laicità dello Stato che consenta ai credenti la partecipazione alla vita civile.
Si tratta di una posizione netta, che accetta la realtà di fatto senza ritenere che il compromesso possa salvare la libertà religiosa.

(neotekdesign21, pixabay.com)
Memorandum dei vescovi delle Solovki
«Nonostante la Costituzione sovietica garantisca ai credenti la libertà di coscienza, di associazione religiosa e di predicazione, la Chiesa ortodossa russa continua a subire forti limitazioni nella propria attività e nella propria vita religiosa. Non le viene concesso di istituire organi di gestione centrale e diocesana che funzionino normalmente, non può trasferire la propria attività nel suo centro storico di Mosca; i vescovi ordinari o non sono ammessi nelle proprie diocesi o, pur essendo ammessi, debbono rinunciare all’adempimento dei doveri più essenziali del proprio ministero come la predicazione in chiesa, le visite alle comunità che riconoscono la loro autorità spirituale, talvolta persino le ordinazioni.
Il locum tenens della sede patriarcale e circa la metà dei vescovi ortodossi languiscono in carcere, in esilio o ai lavori forzati. Pur non negando la realtà di questi fatti, le autorità governative li attribuiscono a motivi politici, accusando l’episcopato ortodosso e il clero di attività controrivoluzionarie e di complotti segreti per rovesciare il potere sovietico e ripristinare il vecchio ordine.
Già più volte la Chiesa ortodossa, dapprima nella persona del defunto patriarca Tichon e poi in quella dei suoi vicari, ha cercato, con comunicati ufficiali rivolti al governo, di dissipare l’atmosfera di sfiducia che la circonda. L’insuccesso di tali tentativi e il sincero desiderio di porre fine ai deplorevoli malintesi tra la Chiesa e il potere sovietico – che gravano sulla Chiesa e complicano inutilmente l’adempimento dei compiti dello Stato – spingono l’organo direttivo della Chiesa ortodossa a esporre ancora una volta al Governo, con assoluta giustizia, i principi che definiscono il suo rapporto con lo Stato.
I firmatari della presente dichiarazione sono pienamente consapevoli di quanto sia difficile instaurare rapporti di reciproca benevolenza tra la Chiesa e lo Stato nelle circostanze attuali e non ritengono possibile tacere al riguardo.
Sarebbe una menzogna, indegna della dignità della Chiesa e per di più inutile e poco convincente per chiunque, se essi affermassero che non vi sono divergenze tra la Chiesa ortodossa e il potere statale delle repubbliche sovietiche.
Ma tale divergenza non consiste in ciò che la diffidenza politica vuole vedere né in ciò che la calunnia dei nemici della Chiesa indica. La Chiesa non si occupa della redistribuzione delle ricchezze né della loro socializzazione, poiché ha sempre riconosciuto che ciò è di competenza dello Stato, per le cui azioni non è responsabile. La Chiesa non si occupa nemmeno dell’organizzazione politica del potere, poiché è leale nei confronti dei governi di tutti i paesi entro i cui confini ha i propri fedeli. Essa convive con tutte le forme di assetto statale, dal despotismo orientale della vecchia Turchia alla repubblica degli Stati Uniti d’America. Questa divergenza risiede nell’inconciliabilità della dottrina religiosa della Chiesa con il materialismo, la filosofia ufficiale del partito comunista e il governo delle repubbliche sovietiche da esso guidato. (…)
Dalle vette della visione filosofica del mondo, la divergenza ideologica tra Chiesa e Stato si estende al campo del significato pratico immediato, alla sfera dei principi morali. La Chiesa crede nell’immutabilità dei principi di moralità, giustizia e diritto, mentre il comunismo li considera un risultato condizionato alla lotta di classe e valuta i fenomeni di ordine morale esclusivamente dal punto di vista dell’utilità. (…)
La Chiesa non potrebbe raggiungere il ravvicinamento con compromessi o concessioni, né con modifiche parziali alla propria dottrina o con una sua reinterpretazione in chiave comunista. Miserabili tentativi di questo genere furono compiuti dagli innovatori 1: alcuni di loro si prefissarono il compito di instillare nella coscienza dei fedeli l’idea che i cristiani, nella loro essenza, non differissero dal comunismo e che lo Stato comunista aspirasse al raggiungimento degli stessi obiettivi del Vangelo, ma con i mezzi a esso propri; cioè non con la forza delle convinzioni religiose, ma mediante la coercizione. (…) Questi tentativi, palesemente ipocriti, hanno suscitato profonda indignazione tra i fedeli.
La Chiesa ortodossa non intraprenderà mai questa via indegna e non rinuncerà mai, né in toto né in parte, alla dottrina consacrata nei secoli passati, per assecondare una tendenza sociale in continuo mutamento. Di fronte a una così irriducibile divergenza ideologica tra Chiesa e Stato, che inevitabilmente si riflette sull’attività di queste organizzazioni, lo scontro tra di esse nella vita quotidiana può essere evitato solo attraverso
l’applicazione coerente di una legge sulla separazione tra Chiesa e Stato, in base alla quale né la Chiesa deve interferire con il governo civile nell’organizzazione del benessere materiale del popolo, né lo Stato deve limitare la Chiesa nella sua attività religiosa e morale.

(S. Gussev, pexels.com)
(…) Purtroppo, la realtà è ben lontana dal soddisfare questo desiderio. Il governo, sia nella legislazione che nella pratica amministrativa, non mantiene una posizione neutrale nei confronti della fede e dell’ateismo, ma si schiera decisamente dalla parte dell’ateismo, ricorrendo a tutti i mezzi di influenza statale per imporlo, svilupparlo e diffonderlo, in contrapposizione a tutte le religioni. (…)
La Chiesa ortodossa non può, seguendo l’esempio degli innovatori, affermare che la religione all’interno dell’URSS non subisce alcuna restrizione e che non esiste altro paese in cui goda di maggiore libertà. (…)
Il governo sovietico non crede alla lealtà della Chiesa ortodossa. La accusa di attività sovversive contro il nuovo ordine per ripristinare quello precedente. Riteniamo necessario assicurare al governo che tali accuse non corrispondono alla realtà. In passato, è vero, vi sono state prese di posizione politiche da parte del patriarca che hanno dato adito a queste accuse, ma tutti gli atti di questo genere emanati dal patriarca non erano diretti contro il potere in senso stretto.
Essi risalgono al periodo in cui la rivoluzione si manifestava esclusivamente dal lato distruttivo, quando tutte le forze sociali erano in conflitto, quando non esisteva un’autorità nel senso di un governo organizzato dotato degli strumenti necessari per governare. A quel tempo, gli organi del governo centrale in fase di costituzione non erano in grado di frenare gli abusi e l’anarchia né nelle capitali né a livello locale. Ovunque operavano gruppi di individui sospetti che si spacciavano per agenti del governo, ma che in realtà si rivelavano impostori con un passato criminale e un presente ancora più criminale. Picchiavano vescovi e sacerdoti innocenti, facevano irruzione nelle case e negli ospedali, uccidevano le persone che vi si trovavano, saccheggiavano i beni, depredavano le chiese e poi si disperdevano senza lasciare traccia.
Sarebbe strano se, in un tale clima di tensione delle passioni politiche ed egoistiche, di astio reciproco, in mezzo a questa lotta generale, solo la Chiesa fosse rimasta spettatrice indifferente di quanto stava accadendo. Animata dalle proprie tradizioni statali e nazionali, ereditate dal suo passato secolare, la Chiesa, in quel momento critico della vita del popolo, si è schierata a difesa dell’ordine, ritenendo che ciò fosse il proprio dovere nei confronti del popolo. E anche in questo caso non si è discostata dalla propria dottrina, che le imponeva di obbedire all’autorità civile che usa la propria spada per il bene del popolo e non all’anarchia, che costituisce un flagello sociale. Ma con il passare del tempo, quando si è consolidata una certa forma di autorità civile, il patriarca Tichon ha dichiarato nel suo appello al gregge la propria lealtà nei confronti del governo sovietico, rinunciando risolutamente a qualsiasi influenza sulla vita politica del paese. Fino alla fine della sua vita il patriarca è rimasto fedele a questo atto. Né lo hanno violato i vescovi ortodossi. (…)

(kotomsk, pixabay.com)
In una Repubblica, ogni cittadino che non sia stato privato dei diritti politici è chiamato a partecipare alla legislazione e all’amministrazione del paese, all’organizzazione del governo e a influire, secondo le modalità previste dalla legge, sulla sua composizione. E questo non è solo un suo diritto, ma anche un dovere, un dovere civico, nell’adempimento del quale nessuno ha il diritto di ostacolarlo. (…)
Ogni credente è dotato di ragione e coscienza, che devono indicargli la via migliore per la costruzione dello Stato.
Senza affatto negare a chi pone domande il diritto a una valutazione religiosa delle iniziative che toccano la dottrina cristiana, la morale e la disciplina, in questioni puramente politiche e civili la Chiesa non riduce la loro libertà, ma si limita a suggerire i principi generali della morale, esortando all’adempimento coscienzioso dei propri doveri, ad agire non nell’interesse del bene personale, né con il meschino scopo di compiacere il potere, ma secondo il senso della giustizia e del bene comune. (…)
La legge sulla separazione tra Chiesa e Stato è simmetrica: da un lato vieta alla Chiesa di partecipare alla politica e all’amministrazione civile, ma dall’altro prevede altresì che lo Stato si astenga dall’interferire negli affari interni della Chiesa: nella sua dottrina, nel culto e nella conduzione.
Rispettando pienamente questa legge, la Chiesa auspica che anche lo Stato adempia onestamente nei suoi confronti agli obblighi relativi alla salvaguardia della sua libertà e indipendenza che con tale legge si è assunto. […]
Nel sottoporre il presente Memorandum all’attenzione del governo, la Chiesa russa ritiene ancora una volta opportuno sottolineare di aver esposto con assoluta sincerità alle autorità sovietiche sia le difficoltà che ostacolano l’instaurarsi di rapporti di reciproca benevolenza tra la Chiesa e lo Stato, sia i mezzi con cui tali difficoltà potrebbero essere superate. Profondamente convinta che un rapporto solido e basato sulla fiducia possa fondarsi solo sulla perfetta giustizia, ha esposto apertamente, senza omissioni né ambiguità, ciò che può promettere alle autorità sovietiche, i punti su cui non può venir meno ai propri principi e ciò che si aspetta dal governo dell’URSS.
Se le proposte della Chiesa saranno ritenute accettabili, essa gioirà per la rettitudine di coloro da cui ciò dipenderà. Se la sua richiesta sarà respinta, è pronta ad affrontare con serenità le privazioni materiali a cui è sottoposta, ricordando che la sua forza non risiede nell’integrità della sua organizzazione esteriore, ma nell’unità di fede e di amore dei suoi figli devoti, riponendo soprattutto la propria speranza nella potenza invincibile del suo Divino Fondatore e nella Sua promessa che le porte degli inferi non prevarranno sulla Sua opera»
(foto d’apertura: veduta attuale del monastero delle isole Solovki • bearinthenorth, pixabay.com)
Marta Dell'Asta
Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».
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