La Chiesa insiste con il perdono… è un’ingenuità?

21 Luglio 2026

La Chiesa insiste con il perdono… è un’ingenuità?

Redazione

Oggi la contrapposizione militare e politica sembra scavare baratri insuperabili, che dal punto di vista politico non lasciano vie d’uscita. Ma le Chiese tornano instancabilmente a proporre la via del perdono, l’unica veramente efficace.

Oggi il passato torna a scavare profondi fossati, ma non è fatto solo di questi abissi di disumanità. Come ricordava l’arcivescovo Ševčuk, un processo di superamento di questi abissi e di riconciliazione era già stato tentato, addirittura nel 1987, da Giovanni Paolo II, quando promosse a Roma un incontro tra due episcopati, quello polacco e quello greco-cattolico ucraino (che allora viveva ancora in clandestinità nella propria terra), e quando il papa polacco chiese perdono per i peccati commessi dal suo popolo contro gli ucraini e il cardinale Lubomyr Husar, a nome degli ucraini, chiese perdono a sua volta per le offese che il suo popolo aveva inferto ai propri vicini.

Allora questo passo era sembrato proponibile sotto una formula che oggi sembra improponibile: «Perdoniamo e chiediamo perdono».

E in effetti, da un punto di vista politico, ancora oggi molti non riescono neppure a immaginare la logica che lo animava; il punto è che, come sottolineava monsignor Ševčuk, «questo atto di perdono reciproco fu un atto liturgico. Non si trattava semplicemente della firma di una dichiarazione, ma di un’azione della Chiesa quale Corpo di Cristo. Come insegna il Signore nel Vangelo: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare; va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5, 23-24)».

Di questo atto, proprio perché liturgico, il nostro mondo determinato dagli odi politici ha semplicemente cancellato la memoria. Ma la memoria, nella Chiesa, non è il ricordo di un passato finito e perduto: è piuttosto una presenza viva e datrice di vita.

Non è un caso, allora, che mentre la politica divide e scava abissi (con la tanto ostentata quanto improduttiva rinuncia a decorazioni e onorificenze civili), proprio dagli episcopati polacco e ucraino sia venuto un nuovo passo di riconciliazione: con il documento del 29 giugno scorso, Voce comune sulla questione delle relazioni polacco-ucraine che pubblichiamo in versione integrale.

Voce comune sulla questione delle relazioni polacco-ucraine

In unità con il santo padre Leone XIV, il primo anno di pontificato del quale è segnato da un impegno tenace per la costruzione della pace fondata sul bene comune e da una decisa opposizione alla guerra in tutte le sue dimensioni – dai rapporti tra i popoli e dai conflitti all’interno degli Stati fino alle tensioni sociali – eleviamo la nostra voce di cardinali originari dalla Polonia e dall’Ucraina riuniti in concistoro, chiamati a portare una responsabilità particolare per la comunità della Chiesa e a sostenere il ministero del successore di Pietro. Lo facciamo insieme al nostro fratello, l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč della Chiesa greco-cattolica ucraina,

consapevoli che la questione della riconciliazione tra polacchi e ucraini non riguarda soltanto i rapporti tra i due popoli, ma anche la credibilità della nostra comune testimonianza cristiana.

Seguendo l’esempio di papa Leone XIV, siamo convinti che il primo passo verso la pace sia il comune disarmo del linguaggio. Questo vale non solo per le parole, ma anche per i gesti, i segni e i simboli. Anch’essi possono ferire, chiudere la strada all’incontro e generare paura. Il santo padre ricorda che la pace è «disarmata e disarmante», e la costruzione del bene comune richiede un linguaggio evangelico: chiaro, ma non umiliante; coraggioso, ma non aggressivo; veritiero, ma tale che non sbarra la via del perdono.

Con dolore osserviamo la crescita della tensione reciproca e il riaffiorare dei sentimenti di ostilità tra polacchi e ucraini. Ancora più doloroso è il fatto che ciò accade mentre l’Ucraina continua a sperimentare gli orrori della guerra e la Polonia ha dimostrato negli ultimi anni grande solidarietà verso milioni di sorelle e fratelli ucraini. E ciò avviene proprio nel momento in cui i cattolici ucraini celebrano il 25 ° anniversario dello storico viaggio in Ucraina del papa polacco.

In questo contesto, torniamo alle parole del santo padre Giovanni Paolo II scritte nella sua lettera in occasione del 60° anniversario di quelli che egli stesso definì «i tragici fatti della Volinia». Queste parole meritano di essere meditate da tutti gli uomini di buona volontà, e per noi, cattolici di diversi riti e popoli, devono diventare modello e norma di comportamento, anche nel nostro approccio alle questioni storiche. Il papa scriveva tra l’altro:

«Nel turbine del secondo conflitto mondiale, quando più urgente sarebbe stata l’esigenza di solidarietà e di aiuto reciproco, l’oscura azione del male avvelenò i cuori, e le armi fecero scorrere sangue innocente. Ora (…) è venuto affermandosi nell’animo della maggioranza dei polacchi e degli ucraini il bisogno di un profondo esame di coscienza. Si avverte la necessità di una riconciliazione che consenta di guardare al presente e al futuro con occhi nuovi. Questa provvida disposizione interiore mi sospinge ad elevare al Signore sentimenti di gratitudine, mentre mi unisco spiritualmente a quanti ricordano nella preghiera tutte le vittime di quegli atti di violenza.

Il nuovo millennio, da poco iniziato, esige che ucraini e polacchi non restino prigionieri delle loro tristi memorie, ma, considerando gli eventi passati con uno spirito nuovo, si guardino l’un l’altro con occhi riconciliati, impegnandosi ad edificare un futuro migliore per tutti» (Vaticano, 7 luglio 2003).

Questo appello di san Giovanni Paolo II ai due popoli a lui così cari, fu ascoltato e raccolto da polacchi e ucraini con la grande partecipazione delle Chiese. Alle nostre spalle ci sono anni di preghiere, incontri, lettere congiunte (2005), dichiarazioni (2013) e messaggi (2023), nonché cooperazione nell’assistenza ai profughi e ai bisognosi. Questa eredità è un grande impegno ricevuto da coloro che prima di noi hanno avuto il coraggio di dire la verità senza disprezzo e odio, di esortare alla conversione, di chiedere umilmente perdono e di perdonare con coraggio, tendendo la mano della riconciliazione nonostante ferite ancora aperte e dolorose.

La Chiesa insiste con il perdono… è un’ingenuità?

Giovanni Paolo II e il cardinal Husar durante il viaggio in Ucraina nel 2001. (© Osservatore Romano)

Ecco perché oggi, quando emergono nuove tensioni e la sfiducia torna a crescere, le parole del papa della suddetta lettera risuonano con nuova forza:

«Come Dio ha perdonato a noi in Cristo, così occorre che i credenti sappiano vicendevolmente perdonare le offese ricevute e chiedere perdono per le proprie mancanze, al fine di contribuire a preparare un mondo rispettoso della vita, della giustizia, nella concordia e nella pace. I cristiani (…) sono chiamati a riconoscere le deviazioni del passato per risvegliare le proprie coscienze di fronte ai compromessi del presente, aprendo l’animo ad una autentica e durevole conversione» (Vaticano, 7 luglio 2003).

Siamo consapevoli che la conversione inizia dal proprio cuore. Il papa chiama ciascuna e ciascuno di noi – polacchi e ucraini – alla conversione personale, e non a giudicare gli altri. Possiamo chiamare l’altro alla conversione solo se noi stessi, con umiltà, riconosciamo le nostre colpe.

Siamo consapevoli che la conversione è diversa dal compromesso, perché ha inizio nei nostri cuori. Ripetiamolo: il papa ci chiama a una conversione personale, non ad accusare gli altri. Possiamo esortare i nostri fratelli alla conversione soltanto quando riconosciamo umilmente le nostre stesse colpe.

Siamo convinti che per un cristiano la conoscenza della verità sia sempre accompagnata dall’amore per il prossimo. La memoria del passato è un elemento importantissimo per l’identità di ogni comunità umana. Seguendo il santo padre Francesco, vogliamo ricordare che «nella vita quotidiana di ogni individuo, come di ogni società, vi sono però due tipi di memoria: buona e cattiva, positiva e negativa. La memoria buona è quella che (…) che loda il Signore e la sua opera di salvezza. La memoria negativa è invece quella che tiene lo sguardo della mente e del cuore ossessivamente fissato sul male, anzitutto su quello commesso dagli altri» (Cracovia, 27 luglio 2016).

Sentiamo il dovere di non abbandonare il cammino comune iniziato con la benedizione di san Giovanni Paolo II, ma di percorrerlo con pazienza e coraggio. Troppe cose uniscono i nostri popoli per poterci permettere che la comune eredità vada dispersa.

Imponendo agli altri una visione particolaristica del passato e del futuro, ci arrendiamo alla cultura della violenza e della forza oggi dominante. Insieme al santo padre Leone XIV, esortiamo tutti a pensare in termini di bene comune e non solo di interessi personalistici. Il Vangelo in cui crediamo ci insegna che il rimedio al peccato è il perdono, e che il limite che Dio ha posto al male è la misericordia.

Cardinale Mykola Byčok
Cardinale Konrad Krajewski
Cardinale Kazimierz Nycz
Cardinale Grzegorz Ryś
Arcivescovo maggiore greco-cattolico Svjatoslav Ševčuk

Roma–Kyiv, 29 giugno 2026

(fonte: ugcc.ua, ekai.pl)


(foto d’apertura: chiesa di s. Anna a Polonne, Volinia • Olexandr Ghryb, wikipedia)

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