18 Luglio 2026
La strage della Volinia, guardare in faccia il passato
La tensione tra polacchi e ucraini, che pure figurano come alleati, è stata fomentata ultimamente dalla memoria mai pacificata di una strage commessa 80 anni fa. Per capire l’importanza della presa di posizione delle due Chiesa nazionali, cominciamo col ricostruire la vicenda storica.
La pace sembra sempre più lontana dai cieli d’Europa, e mentre l’aggressione che l’ha distrutta continua a mietere vittime nella «martoriata Ucraina», altre vittime, spirituali questa volta, vengono prodotte dall’odio che sempre genera e accompagna le azioni dei malvagi.
Accanto all’odio, in questi mesi sono cresciute le tensioni e le divisioni tra polacchi e ucraini per i ricordi dolorosi legati alle stragi compiute in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945, ai danni delle popolazioni polacche.
La scheda storica che presentiamo cerca di ricostruire quelle tragedie.
È un lavoro fondamentale che va fatto e andrà sempre più approfondito, come compete a ogni ricerca storica. Ma altrettanto fondamentale è anche un lavoro che non è meno storico.
Come ha detto recentemente il metropolita Svjatoslav Ševčuk, primate della Chiesa greco-cattolica ucraina, «le ferite della storia non devono diventare ostaggio della politica» corrente, ma devono essere lette con uno sguardo più ampio, secondo quella che nella tradizione cristiana si chiama eternità, che non è un futuro da inventare, ma il senso di ogni istante, presente compreso. (Redazione)

Memoriale costruito sopra la fossa comune a Parośla, dove nel 1943 l’esercito insurrezionale ucraino (UPA) operò il primo sterminio di massa di civili polacchi. (wikimedia/Grzegorz Naumowicz – Collezione privata, CC BY-SA 3.0)
Il genocidio dei polacchi per opera degli ucraini è materia complessa quanto, in Occidente, ignorata: e una delle ragioni per cui tali massacri sono sconosciuti è il fatto che spesso vengono sbrigativamente messi sullo stesso piano della Shoah che si sviluppò in quelle «Terre di sangue» dell’Europa orientale, come le ha ribattezzate lo storico Timothy Snyder in una delle sue opere.
Si tratta di un raffronto che è tanto più sviante quanto più è portato avanti su un piano riduttivamente quantitativo, come risulta evidente se si considera che, su 6 milioni di ebrei soppressi dal nazismo, ben 2 milioni furono trucidati in esecuzioni di massa in Russia e in Europa orientale. A fronte di ciò i 100.000 polacchi trucidati dagli ucraini in meno di due anni (in un ambito territoriale ristretto come quello della Galizia e della Volinia) possono sembrare poca cosa; impressione negativa che invece viene immediatamente ridimensionata se questo numero viene confrontato, per esempio, con le 13.000 vittime civili italiane delle stragi naziste.
Per comprendere l’enormità di quanto avvenuto è necessario fare un passo indietro almeno fino al 1569, quando il granducato di Lituania si fuse con il regno di Polonia. Gran parte dell’Ucraina odierna faceva parte di questo grande Stato e i proprietari terrieri polacchi (cattolici) dominavano i contadini ucraini (ortodossi). In tal modo si mescolavano tensioni sociali, etniche e religiose.
Quando nel 1918 venne ricostituita la Polonia indipendente, le regioni ucraine di Galizia e Volinia entrarono a farne parte, e le tensioni fino ad allora sopite riesplosero. In quegli anni i polacchi rinchiusero in campi di concentramento decine di migliaia di ucraini e altrettanto fecero con i cittadini polacchi gli ucraini nell’effimero Stato indipendente che avevano costituito a loro volta in conseguenza della dissoluzione del vecchio impero zarista. In entrambi i casi la mancanza di cure mediche e di cibo provocarono migliaia di vittime. In seguito, nella guerra scatenata dall’espansionismo sovietico e durata fino al 1921, tra polacchi, sovietici e ucraini, questi ultimi ebbero la peggio. Con la vittoria finale, il governo polacco soppresse le autonomie che erano state concesse dal governo austroungarico, quando ancora reggeva questi territori, e l’esito finale fu il divieto dell’uso della lingua ucraina.
Negli anni Venti vi fu una progressiva radicalizzazione dello scontro fra ucraini e polacchi con un tentativo di assassinio ai danni di Josef Piłsudski (primo ministro polacco, ndr). Gli indipendentisti ucraini si riunirono nell’organizzazione dei nazionalisti Ucraini (OUN) e consumarono una serie di attentati e sabotaggi ai danni di polacchi ed ebrei. La reazione del governo Piłsudski, culminata negli anni Trenta con una campagna di «pacificazione», fu improntata alla repressione poliziesca acuendo ancora di più lo scontro. Da parte sua l’OUN reagì a questa politica oppressiva realizzando a propria volta negli stessi anni attentati e omicidi anche contro gli elementi moderati ucraini che cercavano una reale pacificazione: tra le vittime il polacco Tadeusz Holòwko che voleva supportare il mantenimento dell’identità culturale ucraina e l’educatore ucraino Ivan Babij, organizzatore del festival «Gioventù ucraina per Cristo»
Il terrorismo dell’OUN fu condannato non solo dal metropolita greco-cattolico Andrej Szeptyc’ky ma anche dal partito che raccoglieva più consensi tra gli ucraini, l’Alleanza Ucraina Nazional Democratica (UNDO).
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale iniziò l’occupazione tedesca della Volinia e della Galizia polacche e, a partire dal giugno 1941, dell’Ucraina sovietica. Sin dal 1940 l’OUN si era diviso in due fazioni, entrambe nazionaliste e filotedesche. Una più moderata faceva capo ad Andrij Mel’nyk (per cui era chiamata OUN-M); la seconda più oltranzista e radicale era guidata da Stepan Bandera (OUN-B). Dall’OUN-B derivarono due reparti speciali (i battaglioni Nachtigall e Roland) che presero parte all’invasione dell’Unione Sovietica. Inoltre, l’OUN-B si distinse, partecipando alla Shoah a fianco dei nazisti con lo spaventoso pogrom di L’viv dove furono massacrati 4000 ebrei in pochi giorni. Tanto l’indipendentismo di Mel’nyk quanto il nazionalismo di Bandera non furono, tuttavia, graditi ai tedeschi che arrestarono ambedue i capi inviandoli in campo di concentramento, salvo poi liberare Bandera nella speranza di averlo come alleato. Va da sé che Bandera non poté materialmente prendere parte agli eccidi in Volinia anche se questi furono compiuti in nome dell’ideologia razzista da lui sostenuta.
Fu l’OUN-B o, meglio, la sua derivazione militare, l’UPA (esercito insurrezionale ucraino), comandato da Roman Šuchevyč, a pianificare e perpetrare lo sterminio di 100.000 polacchi a partire dal febbraio 1943 con la volontà di praticare una «pulizia etnica» in vista del futuro assetto dell’Ucraina dopo la fine della guerra.
Le modalità con cui questi massacri vennero attuati sono accuratamente descritte in un portale polacco abbastanza obbiettivo da ammettere anche le vittime delle rappresaglie polacche nei confronti della popolazione ucraina (dalle 10.000 alle 12.000 vittime). Le atrocità di cui si tratta sono così spaventose da non poter essere descritte in questa sede. Va notato che in Volinia i villaggi polacchi furono circondati e la popolazione massacrata nei modi più atroci senza che vi fosse possibilità di scampo. In Galizia, invece, a volte l’UPA permise alla popolazione di lasciare le abitazioni e il numero delle vittime fu minore, anche per la maggiore capacità di resistenza da parte dei partigiani polacchi dell’Armia Krajowa. I ricercatori polacchi stimano in 60.000 le vittime in Volinia e in 40.000 quelle della Galizia orientale. Più di 485.000 polacchi furono inoltre costretti a sfollare a ovest.
Una considerazione va aggiunta per coloro che continuano a glorificare indiscriminatamente l’UPA: per quanto essa abbia poi combattuto una battaglia disperata ed eroica contro le forze sovietiche di occupazione, il solo coraggio non può bastare a dare dignità a queste formazioni. Se si seguisse questo criterio bisognerebbe ammettere che anche le SS naziste hanno dato innumerevoli prove di un valore militare che, tuttavia, non le ha rese meno abominevoli a una coscienza individuale mediamente umana.

La ricerca dei resti delle vittime di una strage dell’UPA a Ostrówki. (wikimedia/Glaube, CC BY-SA 4.0)
Per giungere a una composizione storica di tale controversia può essere utile rileggere un’intervista del 2016 al già citato storico Timothy Snyder. Tra le indicazioni fornite da Snyder vale la pena citarne alcune:
1) Ricordare che in tali dispute nessuna parte ha interamente ragione.
2) Non ci sono solo due versioni della stessa storia: due nazioni devono confrontare le proprie versioni dei fatti anche con punti di vista terzi «perché c’è un mondo fuori da quei due paesi».
3) «Lasciamo la Storia agli storici: meglio separare la realtà storica da quella politica».
Ma c’è un punto ulteriore che andrebbe aggiunto metodologicamente e che potrebbe essere valorizzato dalle Chiese sia cattoliche che ortodosse: quello dei martiri della carità. Ben 200 membri della chiesa cattolica furono uccisi ma i nazionalisti ucraini assassinarono anche 28 sacerdoti greco-cattolici e 20 ortodossi che si erano rifiutati di acconsentire al macello. Inoltre, sempre nel sito «Volhinya massacre» è possibile prendere visione dell’elenco dei Giusti ucraini che, spesso a costo della vita, hanno salvato la vita dei polacchi.
I loro volti costituiscono un antecedente innegabile di tutti coloro che, in questi anni, hanno cercato in Ucraina di soccorrere i deboli e gli ultimi colpiti dalla guerra. È da queste figure che bisogna ripartire. Sono loro che possono fornire un’interpretazione della Storia che dia una vera pace ed è la loro memoria che rivive nel recente documento di riconciliazione preparato dai due episcopati, che pubblicheremo prossimamente nella sua versione integrale.
(Immagine d’apertura: una fossa comune di vittime polacche dopo la riesumazione; wikimedia/Leon Popek – Collezione privata, CC BY-SA 3.0 ).
Alberto Leoni
Nato nel 1957, laureato in giurisprudenza. Storico e saggista, è esperto di storia militare e geopolitica. Per l’editrice Ares ha tradotto la storia del Risorgimento italiano di O’Clery e ha pubblicato diversi volumi tra i quali L’Europa prima delle Crociate (2010), Il Paradiso devastato. Storia militare della campagna d’Italia, Storia delle guerre di religione. Dai catari ai totalitarismi e Addio mia bella addio: battaglie ed eroi (sconfitti) del Risorgimento italiano.
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