20 Febbraio 2026
La contessa cieca che illuminò la Polonia
Il senato polacco ha dedicato il 2026 alla figura della beata Róża Czacka, fondatrice della Società per la cura dei ciechi e della Congregazione delle Ancelle della Croce. Colpita a 22 anni da cecità, decise di consacrarsi a Dio e dedicare la vita al servizio dei ciechi, all’epoca relegati ai margini della società.
Varsavia, 1898. «È inutile che lei passi da un luminare all’altro, non c’è più nulla da fare: la sua vista è compromessa. Si occupi piuttosto dei non vedenti, di cui finora nessuno si è preso cura». La contessina Róża Czacka aveva 22 anni quando si sentì dire queste parole dall’oculista e amico di famiglia Bolesław Gepner, ignaro di ciò che la sua risposta, così ruvida, avrebbe innescato di lì a poco per il bene di migliaia di ciechi.
Erano passati quattro anni dalla caduta da cavallo che aveva danneggiato definitivamente la vista della giovane, la cui famiglia poteva vantare antenati illustri tra cui uno zio cardinale, poeta e diplomatico vaticano che fu collaboratore diretto di Pio IX e Leone XIII. La madre, Zofia Ledóchowska, proveniva da una famiglia della piccola nobiltà le cui origini risalivano alla fine del XV secolo. Róża nacque il 22 ottobre 1876 a Bila Cerkva, allora governatorato ucraino dell’impero russo, sesta figlia di Feliks e Zofia.

Il palazzo della famiglia Czacki in Ucraina. (Archiwum Sióstr Franciszkanek Służebnic Krzyża, ASFSK)
Nel dicembre 1882 la famiglia si trasferì a Varsavia. La separazione dall’Ucraina fu dolorosa per la bambina, che amava profondamente la natura e la vita all’aria aperta. Negli anni ricevette un’educazione domestica sotto la guida di istitutrici e insegnanti stranieri. Grazie al padre – proprietario terriero – acquisì anche competenza sulle questioni economiche e amministrative che nel tempo si rivelò preziosa. La nonna, contessa Pelagia nata Sapieha, ebbe invece un’influenza significativa sul suo sviluppo religioso.
Varsavia alla fine del secolo contava 700.000 abitanti e raccoglieva ogni anno migliaia di persone, soprattutto poveri provenienti dalle campagne che alimentavano l’accattonaggio, la miseria e la criminalità, problemi che non lasciarono indifferenti la famiglia Czacki, coinvolta in varie attività di beneficenza.
Dalle memorie della cugina sappiamo che «ci fu un tempo in cui la vista di Rózia non era ancora compromessa e i genitori la portavano agli eventi mondani, ai balli e alle feste, che a lei sembravano però mortalmente noiosi, futili e vuoti». Ma pian piano, a causa del peggioramento della vista – un problema ereditario, – i genitori smisero di insistere: la ragazza non era più in grado di riconoscere gli amici, inciampava e veniva a trovarsi in situazioni imbarazzanti. La famiglia non riuscì però ad accettare la disabilità della figlia, la fecero visitare dai maggiori luminari dell’epoca ma senza grandi successi.
Dopo il consulto con il dottor Gepner, Róża si chiuse in camera e per tre giorni non volle vedere nessuno. Quando finalmente apparve sulla soglia, era sorridente e serena, chiese alla governante di prepararle le valigie perché intendeva andare all’estero per imparare ad aiutare i non vedenti. «Il suo soggiorno a Parigi fu fecondo – scrive la cugina. – Voleva prepararsi bene al nuovo ruolo di non vedente. Frequentava lezioni, visitava istituti specializzati. Imparava, studiava, cercava la sua strada…». Incontrò persone e organizzazioni impegnate nella causa dei non vedenti, si abbonò a riviste specialistiche, e fu soprattutto l’incontro con Maurice de la Sizeranne a indicarle la via. Il giovane nobile, che a sua volta aveva perso la vista in un incidente, la convinse che i ciechi avevano delle potenzialità che andavano fatte emergere, e che diversamente dalle forme di assistenza filantropica in uso all’epoca, che li lasciavano passivi, era molto più vantaggioso per tutti proporre loro un’attività professionale.
Il periodo di preparazione all’attività a favore dei non vedenti fu per lei anche un momento di purificazione spirituale. Al suo ritorno a Varsavia disse ai genitori che desiderava farsi suora e fondare un istituto per non vedenti, ma loro non ne vollero sapere. La madre, che era sempre stata severa, pian piano si fece premurosa, imparò il Braille e ricopiò interi libri per la figlia. La zia Anna Branicka ricorda infatti che Róża imparò a leggere in Braille e lo adattò alla fonetica polacca (nel 1934 la sua versione fu adottata ufficialmente dal ministero dell’istruzione): «Senza bisogno di svegliare o disturbare nessuno, ho allungato la mano, ho preso un libro dal comodino e ho letto in silenzio L’imitazione di Cristo; non solo, ho sfogliato le pagine alla ricerca dei miei brani e delle mie frasi preferite! Che sensazione di libertà, di indipendenza!».

R. Czacka nel 1892. (ASFSK)
L’arretratezza civile del paese e la povertà delle istituzioni sociali, limitate dalle potenze che si erano spartite il territorio polacco, facevano sì che solo una percentuale minima di ciechi ricevesse assistenza, mentre la maggioranza viveva in estrema povertà e ai margini della società. Per passare all’azione servivano però collaboratori, mezzi materiali e il consenso delle autorità russe.
Nel settembre 1908 fondò la Società per la cura dei ciechi nel Regno di Polonia, che nel giro di pochi anni diede avvio a diverse attività assistenziali e formative quali un asilo nido, una scuola elementare, laboratori artigianali, una biblioteca in Braille e il patronato che si occupava dei ciechi adulti e delle loro famiglie. Per la prima volta in Polonia la questione veniva affrontata in modo adeguato, si lavorava per elevare il livello morale e intellettuale di ogni persona alla quale si impartiva una formazione professionale, facendola diventare più autonoma.
Nel giugno del 1915 Róża, accompagnata dall’inseparabile Helena Makowiecka, si recò in Volinia per la prima Comunione di un nipote. Il soggiorno, inizialmente previsto per qualche settimana, si estese a tre anni, poiché a causa della guerra rimasero isolate. Quel viaggio fu molto importante per Róża, che entrò per la prima volta in contatto diretto con il destino di centinaia di persone senza tetto, sfollate, prive di mezzi di sussistenza. La premura verso i poveri e gli sfollati non le impedirono di riflettere sul futuro dell’opera che aveva intrapreso a Varsavia: consacrarsi a Dio e fondare una congregazione religiosa che potesse gestire al meglio la sua opera, idea questa che vide la luce solo alla fine del 1918 con la nascita delle suore francescane Ancelle della Croce, «per il servizio ai non vedenti e la riparazione della cecità spirituale del mondo».
Il 15 agosto 1917 Róża entrò nel Terzo Ordine francescano con il nome di suor Elisabetta. Intanto la rivoluzione bolscevica raggiunse l’Ucraina e le due donne ripartirono per Varsavia. In quel periodo la Polonia dovette rialzarsi da una situazione drammatica: distruzioni belliche, profughi dalle zone orientali, iperinflazione, lotte per i confini e il mancato risarcimento dei danni di guerra da parte di Germania e Russia.
Anche la capitale presentava un quadro desolante. I testimoni di allora ricordano che suor Elisabetta – per tutti «la Madre» – «stava in fila per ore, e portava il cibo sulle spalle (…). Una volta il calzolaio Godlewski se ne accorse, e le chiese di poter portare lui stesso quei pasti al terzo piano. Da allora la aspettava davanti al cancello, prendeva i secchi e li portava al piano di sopra. La Madre gli mandò due sorelle affinché imparassero il mestiere di calzolaio e potessero riparare le scarpe nell’Istituto».
Col passar del tempo, suor Elisabetta si rese conto che l’opera non funzionava secondo i principi originari, ma si era trasformata in una sorta di ricovero. Desiderava ricondurre tutto «ad un’ottica moderna» – scrisse – poiché «l’educazione dei non vedenti consiste nel prepararli a un lavoro utile e il più possibile autosufficiente, senza trattarli come incapaci e mendicanti che suscitano pietà. Constatai con rammarico che, a causa delle difficili condizioni e della mancanza di preparazione professionale delle persone che se ne occupavano, questa linea era andata perduta».
Nel suo saggio sull’opera di suor Elisabetta, la professoressa Łobacz dell’università di Lublino sottolinea che «conosceva perfettamente i problemi dei non vedenti, i loro limiti e le loro capacità. Sapeva che non si può privare un cieco della sua libertà, isolarlo dall’ambiente circostante o, in nome di un malinteso senso di carità, sostituirsi a lui. Era consapevole che prima di tutto era necessario educare la società, collaborare con le famiglie dei non vedenti che, con la loro eccessiva premura, li condannavano a una disabilità ancora maggiore. Diceva: “Rinchiusi, senz’aria, senza sole, senza acqua e senza movimento, trascorrono le loro giornate in un’oziosa solitudine. L’ambiente circostante gli concede ogni cosa con il pretesto che è un invalido infelice, a cui non si deve fare del male. Così diventa chiuso in se stesso, diffidente, annoiato, solo e amareggiato. (…) Un’educazione del genere moltiplica solo la menomazione e l’infelicità. (…) Coloro che hanno la fortuna di vedere, di muoversi liberamente, di sentirsi necessari, dovrebbero riconoscere nei non vedenti il prossimo che può e deve essere aiutato, non come un corpo senz’anima, ma come un essere umano, chiamato allo stesso grande destino divino, come un figlio del Padre comune”».
Un chiaro segno della Provvidenza fu la vicinanza dell’allora nunzio apostolico in Polonia Achille Ratti, che si interessò all’opera di suor Elisabetta e alla nascente Congregazione – una volta papa, ne benedisse lo statuto, – le diede molti consigli portando ad esempio l’istituto del Cottolengo, e sostenne la necessità che vi operasse un personale di alto livello intellettuale.
Agli inizi degli anni ‘20 un benefattore donò a suor Elisabetta diversi ettari di terreno che possedeva a Laski, alla periferia di Varsavia, vicino alla foresta di Kampinos, dove l’opera per i ciechi si trasferì e ampliò i suoi spazi. Le studiose J. Kuczyńska-Kwapisz e M. Dycht osservano che Laski divenne così uno degli ambienti più noti e intellettualmente vivaci del periodo tra le due guerre, un luogo in cui venne fondato un complesso di istituzioni educative e sociali, nonché uno spazio per la creazione di numerose iniziative: un circolo, una libreria, la casa editrice «Verbum», una biblioteca Braille, un centro di ritiro e riflessioni teologiche che vide tra i suoi ospiti sia Maritain che il cardinal Journet. La vita a Laski si basava sulla collaborazione – non sempre facile – di tre comunità: i ciechi, le suore e i laici.

Il complesso di Laski, negli anni ‘30 del XX sec. (ASFSK)
La crisi mondiale, iniziata nel 1929, si protrasse in questa parte d’Europa fino al 1935. La disoccupazione e la povertà continuavano ad aumentare e con esse il malcontento sociale, si inasprirono le tendenze nazionaliste contro le minoranze nazionali, in particolare gli ucraini e gli ebrei. Ambienti come Laski, dove regnava la tolleranza e molti dipendenti erano di origine ebraica, furono oggetto di critiche. Nel diario dell’agosto 1927, suor Elisabetta annota: «Qui ignoriamo le accuse e le critiche di coloro che vedono la questione ebraica esclusivamente da una prospettiva nazionale e che sono indifferenti alle questioni dell’anima. (…) Dio guarda nei cuori, sconfigge i nemici e benedice coloro che rifiutano di essere favoriti dagli uomini ma considerano invece la Sua gloria e il bene delle anime. Questo atteggiamento è un atto di fede e fiducia in Dio. (…) Inoltre, la nostra posizione nei confronti degli ebrei è stata specificamente benedetta dal Santo Padre, e questo ci dà la certezza di essere sulla strada giusta. Tuttavia, quando si tratta di accogliere ebrei, la priorità dovrebbe essere data ai ciechi, che sono più bisognosi».
Intanto anche la sua spiritualità cresceva. Se quella familiarità con Dio l’abbia condotta ad esperienze mistiche è difficile dirlo con certezza, su questo preferiva tacere, rimanendo ben salda con i piedi per terra: «Bisogna stare molto attenti con queste cose – diceva con ironia, – perché potrebbero causare disturbi allo stomaco…».
«Ci sono anime che hanno una strana concezione della concentrazione: immaginano che essa risieda al di fuori di loro e attribuiscono la loro distrazione a condizioni esterne. (…) Non capiscono che dovrebbero santificarsi nelle condizioni in cui si trovano, perché il Signore Gesù darà loro le grazie necessarie, purché gli rimangano fedeli».
Altrove scrive: «La mancanza di ordine e disciplina nella meditazione fa sì che persone che spesso conoscono la letteratura religiosa di tutti i tempi (…) abbiano l’anima così intrisa di queste teorie da dimenticare le verità fondamentali della fede e il rapporto semplice, ma necessario, con Dio. (…) Queste povere anime danno l’impressione di un’oca che si atteggia a cigno».
«Più meditiamo i misteri del rosario, più ci rendiamo conto che ciò che sappiamo e ciò che comprendiamo di questi misteri è frammentario, scarso, oscuro. Comprendiamo che dietro ciò che conosciamo c’è una pienezza che possiamo solo intuire. Perciò, quando offriamo questi misteri a Dio nella loro interezza e pienezza, essi liberano tesori di grazie sconosciute, inaspettate, che si riversano su di noi e su tutti coloro per cui li offriamo».

Con Wyszyński e M. Okonska, a Laski. (ASFSK)
Il successo dell’opera per i ciechi fu ostacolato dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1939, madre Elisabetta fu ferita durante il bombardamento di Varsavia, e alcuni edifici andarono distrutti. Il periodo di occupazione richiese una particolare maturità da parte delle suore e la fiducia nella protezione di Dio:
«Non dobbiamo permetterci la minima animosità o rancore verso nessuno – le esortava la Madre, – nemmeno verso i nostri nemici, per i quali abbiamo il dovere di pregare. (…) Preghiamo affinché la grazia possa fluire per noi dal cuore del Signore Gesù, quella grande grazia che ci spinge a trattare tutti gli uomini con amore, compresi i nostri nemici».
Durante l’occupazione nazista, le suore appoggiarono anche logisticamente i partigiani polacchi, sostenute dal cappellano, il futuro cardinale Wyszyński, che stimava moltissimo la Madre e la sua opera.
Dopo la fine del conflitto e l’avvento del regime comunista, la ricostruzione delle varie attività si svolse nella misura del possibile. L’atteggiamento del nuovo sistema politico nei confronti di Laski – come di altre opere della Chiesa – era decisamente ostile. Anche nel campo della formazione dei non vedenti, nella Polonia comunista si verificarono grandi cambiamenti, furono creati nuovi istituti, di buon livello ma con un orientamento educativo lontano dai principi religiosi, e Laski rimase l’unico istituto cattolico per ciechi nel paese.
Nel dicembre 1948 la Madre subì il primo ictus da cui si riprese ma, consapevole delle sue condizioni, ritenne importante trovare un successore e la scelta cadde su suor Benedykta Woyczyńska. Negli anni successivi le sue condizioni di salute andarono progressivamente peggiorando, senza però fiaccarne la tempra spirituale. Morì il 15 maggio 1961.

Al centro: K. Gawrych durante la messa di beatificazione di suor Czacka. (youtube)
Cinquant’anni dopo, il 29 agosto 2010, Karolina Gawrych, una bambina di 7 anni, mentre giocava sull’altalena fu colpita alla testa e al viso dalla pesante traversa staccatasi improvvisamente, e riportò gravissime lesioni cerebrali. In ospedale, un’infermiera suggerì alla madre che l’unica cosa da fare era pregare. Renata Gawrych chiamò la cognata, suora a Laski, la quale coinvolse nella preghiera le consorelle. Il 13 settembre si ebbe un inaspettato miglioramento del quadro clinico e due mesi dopo Karolina venne dimessa. Nel 2020 la consulta medica ha riconosciuto che la sua guarigione è stata rapida, completa, duratura e scientificamente inspiegabile.
Madre Elisabetta Róża Czacka è stata beatificata assieme a Wyszyński il 12 settembre 2021. Durante l’omelia, il cardinal Semeraro ha affermato: «Oggi il cardinale Wyszyński e madre Czacka vengono beatificati insieme. È come il compimento di un incontro storico, grazie al quale essi si conobbero a Laski già 95 anni fa, nel 1926. Il giovane sacerdote fu edificato dalla fede e dalla tenacia di quella donna che, mossa dalla carità divina, era totalmente dedita a Dio e al prossimo. Ne nacque una preziosa collaborazione, una condivisione sincera di intenti e propositi. Ma soprattutto una comunione di fede, e di amore a Dio e all’uomo bisognoso e indifeso. Seppero infondersi l’un l’altro forza, costanza e coraggio. L’uno schierato in prima persona a prendersi cura di quanti erano lesi nella loro libertà e ostacolati nel proprio credo, l’altra, non vedente tra i non vedenti fisicamente e spiritualmente, impegnata ad aiutare quanti si trovavano abbandonati ai margini della società».
(immagine d’apertura: Archiwum Sióstr Franciszkanek Służebnic Krzyża)
Angelo Bonaguro
È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.
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