Dialogo, unica alternativa alla violenza

29 Ottobre 2026

Dialogo, unica alternativa alla violenza

Aleksandr Troickij

L’autore disegna la genealogia filosofica del dialogo, da Eraclito a Bachtin. Il dialogo non è semplice strumento ma essenza stessa dell’uomo. Stralci della relazione tenuta alla Scuola estiva «Dialogo delle culture» nel luglio 2026 a Bajambales (Lituania).

Il pensiero occidentale, dai filosofi dell’antica Grecia fino a Kant ed Hegel, è attraversato dall’idea del conflitto come fonte di tensione che ha in sé un duplice potenziale. Eraclito chiamava il conflitto (pólemos) «padre di tutte le cose»; il metodo socratico si fondava sullo scontro tra posizioni, da cui si genera la verità; Kant scriveva dell’«insocievole socievolezza», di quell’antagonismo proprio dell’uomo e della società che fa da motore allo sviluppo storico e personale; Hegel pose la contraddizione a fondamento del movimento stesso dello spirito. La tensione del conflitto può risolversi in modo distruttivo, per cui parliamo di violenza, ma può risolversi anche in modo costruttivo, se si applicano i meccanismi dialettici e si impiegano questa energia e il potenziale creativo dell’uomo per trascendere, per accedere a un nuovo livello nelle relazioni, nella coscienza, nell’essere.

A questo proposito, è significativo che la cultura occidentale concepisca il modo stesso di dialogare soprattutto come contrapposizione: non nel senso socratico, di contrapposizione da cui nasce la verità, ma nel senso che la linguistica cognitiva ha messo in luce. Nel libro Metafora e vita quotidiana George Lakoff e Mark Johnson hanno mostrato che interpretiamo la realtà attraverso metafore «radicate» nella nostra lingua madre, e che la maggior parte delle lingue occidentali tende a concepire la contrapposizione con una metafora più grande: quella della guerra. Attacchiamo le posizioni altrui e difendiamo le nostre, demoliamo le argomentazioni, vinciamo e perdiamo un dibattito, ricorriamo a stratagemmi tattici. È la metafora stessa, quindi, a stabilire le regole di comportamento: dove c’è una contrapposizione c’è una guerra, e devono esserci vincitori e vinti. Lakoff e Johnson ci propongono un esperimento mentale: immaginare una cultura in cui la contrapposizione sia espressa non dalla metafora della guerra, ma della danza, in cui i partecipanti sono partner e non avversari, in cui lo scopo non è vincere, ma realizzare qualcosa insieme, in modo bello ed equilibrato. Probabilmente in una cultura come la nostra non riconosceremmo nemmeno ciò che sta accadendo come «contrapposizione», tanto il nostro punto di vista è condizionato dalla metafora militare. (…)

Dialogo, unica alternativa alla violenza

Oinochoe a figure nere raffigurante due pugili, ca. 550-540 a.C. (clevelandart.org)

La svolta di inizio Novecento: Martin Buber e il dialogo come fenomeno della sfera spirituale

Prima di parlare della prassi, occorre analizzare la svolta che si è delineata all’inizio del Novecento nel modo di intendere il dialogo.

Fino ad allora il pensiero europeo aveva usato il dialogo soprattutto in modo strumentale, come mezzo per ricercare la verità. Così funziona la dialettica in Kant e in Hegel, così Wilhelm von Humboldt concepisce la dialogicità interiore come fondamento del pensiero e il linguaggio come mezzo indispensabile per questo processo: anche quando è solo con se stesso, l’uomo pensa rivolgendosi a un interlocutore invisibile. Una sorta di punto estremo di questa linea fu Freud, che scisse l’Io stesso in componenti che si contrappongono tra loro, e talvolta si fanno guerra.

Tuttavia, all’inizio del Novecento il vettore si inverte. Il dialogo, da strumento del pensiero, diventa strumento per comprendere l’uomo stesso e il comportamento individuale attraverso l’interazione interpersonale. In altre parole, il dialogo cessa di essere un mezzo e diventa una realtà: la realtà dell’incontro tra l’Io e l’Altro (quanto a fondo questa ottica abbia plasmato la comprensione dell’uomo lo mostrerà poi la psicoanalisi postfreudiana, che ha posto il rapporto con l’Altro al centro stesso della formazione della personalità).

La figura chiave di questa svolta è Martin Buber. In lui il dialogo non è più pensato come strumento di conoscenza, né come meccanismo che garantisce lo sviluppo sociale, ma come fenomeno della sfera spirituale. Anzi, si tratta di un fenomeno di natura essenzialmente religiosa e, nell’ambito di una visione religiosa, forse assoluto: un fenomeno fondamentale e l’unico vero.

Buber si può definire un fautore dell’ecumenismo, anche se non in senso politico e nemmeno strettamente religioso, bensì ontologico.

Alla base del suo pensiero sta la convinzione che il dialogo sia l’unico metodo giusto di interazione dell’uomo con la realtà e, in ultima analisi, con Dio. (…)

Riflettendo su un intero complesso di traumi, rivelazioni ed esperienze personali, Buber giunge a questa conclusione: il dialogo non è una prassi, è una forma dell’essere stabilita dal Creatore (a prescindere dalla tradizione religiosa) come l’unica autentica nei rapporti tra l’uomo e il prossimo (nella sua traduzione dei testi biblici, il «compagno»), tra l’uomo e il mondo creato, tra l’uomo e Dio. A questa forma dell’essere, Dio chiama l’uomo in ogni istante, rivolgendogli segni della propria presenza nella realtà materiale che lo circonda, negli eventi, nelle altre persone. E la realtà a cui Dio ci chiama si incarna proprio attraverso il dialogo.

Nel tentativo di descrivere la natura di questo processo, Buber scrive: «Nessuno dei contendenti deve rinunciare alle proprie convinzioni, ma giungono a qualcosa che si chiama alleanza, entrano in un regno in cui la legge delle convinzioni non funziona». Nel saggio Dialogo porta un esempio concreto di ingresso in questa nuova dimensione: un dibattito religioso-politico che, grazie alla sincera apertura reciproca degli avversari, termina con un semplice abbraccio tra i contendenti. Ciascuno è rimasto della propria opinione. Eppure, è avvenuta la cosa essenziale: entrambi sono entrati in questa sorta di regno nuovo.

Va notato che, secondo Buber, la lingua e la parola non sono affatto condizioni indispensabili per il vero dialogo. Vero è per lui il dialogo che consente di entrare in questo nuovo spazio di interazione, a differenza degli scambi di informazioni «utili» o dei numerosi monologhi il cui scopo è nutrire la propria vanità. (…)

Essere in dialogo, secondo Buber, significa essere pienamente coinvolti con l’altro: desiderare di comprenderlo, di conoscerlo, di fondersi con lui, conservando però se stessi. (…) «Una vita in dialogo non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare».

Il dialogo come modus vivendi pervade in Buber tutte le sfere dell’esistenza umana: dalle faccende quotidiane, dallo stare nel momento dell’interazione con la realtà di ogni giorno, fino al rapporto dell’uomo con Dio, a proposito del quale si concede un’affermazione radicale:

«Se credere in Dio significa poter parlare di Lui in terza persona, allora io non credo in Dio. Se credere in Lui significa poter parlare con Lui, allora io credo in Dio».

E, congiungendo questi due livelli orizzontale e verticale, Buber afferma: «L’alto e il basso sono legati tra loro. La parola di chi vuole parlare con gli uomini e non parla con Dio non si incarna, e chi vuole parlare con Dio e non parla con gli uomini cammina su una strada sbagliata».

Anfora a figure nere, ca. 530-520 a.C. (clevelandart.org)

Dialogo vs monologo

Se torniamo al nostro punto di partenza, la contrapposizione tra dialogo e violenza, va osservato che, parlando di dialogo, lo contrapponiamo inevitabilmente al monologo, forma di interazione tanto sgradita a Buber. E qui è opportuno richiamare un grande estimatore di Buber, Michail Bachtin, che parallelamente a lui e sulla sua scia sviluppava la tesi dell’ontologicità del dialogo, sostenendo che l’unica forma possibile di coscienza è quella dialogica: l’«Io» non precede il dialogo, ma emerge da esso, rivelandosi attraverso l’altro e con l’aiuto dell’altro. Unendo questo pensiero alla massima cartesiana, Bachtin formula: «Essere significa comunicare dialogicamente. Quando il dialogo finisce, finisce tutto». Ne derivano due suoi concetti chiave: l’incompiutezza, cioè che

l’uomo non è mai uguale a se stesso ma in lui resta sempre qualcosa in grado di rispondere, cambiare, sorprendere;

e l’exotopia, ovvero il fatto che si può comprendere l’altro solo restando sé stessi, senza fondersi in lui; il dialogo è insieme movimento verso la fusione e permanenza in sé, richiede la differenza e muore tanto nell’alienazione quanto nella dissoluzione.

E se la coscienza è dialogica per costituzione, allora il monologo non è «un altro stile di comunicazione», ma una patologia, un rifiuto, da parte della coscienza, della propria natura. Il monologo dà l’altro per finito: emette su di lui una sentenza definitiva, lo annulla, trasforma una coscienza viva in un oggetto da cui non ci si aspetta più risposta. La violenza è allora la forma estrema del monologo, che è l’eliminazione definitiva dell’altro, dopo la quale non è più possibile alcuna risposta. Il dialogo, dunque, si rivela essere l’unica alternativa alla violenza non nell’ambito di una scelta etica, ma ontologicamente.

(Prima parte – segue)


(Foto d’apertura: Lekythos a figure nere, VI sec. a.C. clevelandart.org)

Aleksandr Troickij

Nato a Pietroburgo, già direttore di una scuola privata; trasferitosi all’estero si è laureato in Conflict, Peace and Security. In Spagna segue un progetto sociale per adolescenti russi e ucraini. Specialista in conflittologia, studia la teoria e prassi del dialogo sulla base della mediazione propugnata da Nansen.

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