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8 Agosto 2026
Přemysl Pitter, l’uomo che salvò i bambini ebrei dai nazisti e i bambini tedeschi dalla vendetta
La vita di Přemysl Pitter va dall’accoglienza dei ragazzini di strada a Praga, a quella degli orfani ebrei reduci dai lager e dei bambini tedeschi figli di un popolo sconfitto, fino al sostegno ai profughi dall’Est. Un testimone che non ha mai smesso di prendersi cura degli ultimi, senza distinguere tra vittime e colpevoli.
Era l’inverno del 1918 quando il soldato Přemysl Pitter, attraversando il quartiere operaio praghese di Žižkov, notò una scena tipica di molte periferie: ragazzini che vagavano per le strade, litigavano, rompevano le finestre, saltavano sui vagoni merci in corsa per rubare carbone da portare alle madri, rimaste da sole a causa della Grande guerra.

Pitter nel 1918. (pitter.npmk.gov.cz)
Pitter stesso era reduce dal fronte, dove era iniziata la sua conversione religiosa, frutto di un processo lento e per nulla lineare che l’aveva portato a un pacifismo sempre più convinto. Nato a Praga nel 1895 da una famiglia borghese, fu l’unico dei 7 figli di Karel e Žofie a sopravvivere. La morte della madre nel 1911, seguita due anni dopo da quella del padre, lo lasciarono da solo e in difficoltà finanziarie. Nel tentativo di uscire da quella situazione, allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò come volontario e lasciò la tipografia allo zio.
«Ho il terrore di pensare a cosa diventerà questa generazione», gli disse un conoscente osservando i monelli di Žižkov, e lo invitò a collaborare con il comitato che assisteva i poveri del quartiere: «La mattina presto andavo dalle famiglie – racconta Pitter nella sua autobiografia, – accompagnavo i bambini a scuola (da cui scappavano durante la ricreazione), indagavo sulle loro condizioni, procuravo vestiti e scarpe, erogavo sussidi, davo consigli e rimproveravo».
Dopo aver lasciato il lavoro al ministero della difesa, si iscrisse alla Facoltà teologica hussita, «non per diventare un teologo», ma per comprendere meglio la Parola di Dio. Durante gli studi restò affascinato dalla figura di Jan Milíč di Kroměříž, predecessore di Hus, e da Petr Chelčický, il teologo del Quattrocento secondo il quale «nulla è più contrario all’insegnamento di Cristo che usare la spada, che ripaga il male con il male». Allacciò contatti con il movimento pacifista internazionale, finì anche in carcere per alcuni mesi per aver diffuso un appello in favore degli obiettori di coscienza. Nel 1926, a una conferenza internazionale per la pace, incontrò la svizzera Olga Fierz, che sarebbe rimasta per tutta la vita la sua collaboratrice più prossima.

La «Casa di Milíč» nel 1937. (wikipedia)
Nasce la «Casa di Milíč»
«Dopo tante coincidenze che mi avevano salvato la vita durante la guerra, giunsi alla consapevolezza che la mia vita non mi apparteneva più». Così pian piano grazie a lui, a Olga e ad altri volontari, per i monelli di Žižkov sorse l’opera di accoglienza e formazione «Casa di Milíč», dal nome del predicatore del XIV secolo che aveva trasformato un bordello di Praga in una casa di accoglienza. Nel bel mezzo della crisi economica degli anni ‘30, Pitter riuscì a convincere l’imprenditore-filantropo Karel Skorkovský a costruire la Casa, forte anche dell’aiuto della Provvidenza, come accadde nella primavera del 1938: «La nostra Editka – gli disse una signora in lutto che l’aveva contattato – è morta improvvisamente a sedici anni. Avevamo messo da parte una dote per lei, e sono certa che avrebbe voluto che fosse utilizzata a beneficio dei bambini bisognosi». Fu così posta la prima pietra del nascente sanatorio di Mýto, che fu poi amministrato da Milada Horáková, figura politica di primo piano dell’opposizione al partito comunista e impiccata dal regime nel 1950.

Pitter con i bambini del sanatorio di Mýto, 1941. (pitter.npmk.gov.cz)
Nel giro di pochi anni la Casa tolse dalla strada e dal degrado centinaia di bambini, che la frequentavano ogni giorno dopo la scuola, anche nei fine settimana. Vi trovavano laboratori, sale di lettura e di studio, spazi per il teatro e la musica. Dal punto di vista educativo, l’autoritarismo era bandito: gli ospiti venivano guidati ad essere indipendenti e a prendersi cura dell’ambiente che li circondava sia da soli che collettivamente, sulla base della convinzione che se si coinvolgeva un bambino in un’attività positiva, in cui potesse esprimersi creativamente, non ci sarebbe stato bisogno di usare costrizioni. Alla domenica mattina c’era l’appuntamento fisso più «impegnato», l’assemblea tenuta da Pitter.
Intanto con l’ascesa di Hitler la situazione politica stava precipitando. «Per capire meglio – scrive Pitter – feci visita a vari amici in Germania e in Austria. (…) Mi resi conto che l’odio seminato da certi ambienti contro la Germania hitleriana non faceva che rafforzare i nazisti nel loro errore. Notai che l’anima tedesca era malata e che, proprio per questo, aveva tanto più bisogno che il mondo le venisse incontro con comprensione per le sue sofferenze. Dobbiamo condannare solo il male, non coloro che vi hanno ceduto. (…)
Per me fu sconvolgente constatare quanti bravi tedeschi, persino pacifisti, si erano lasciati abbagliare dal maggior ordine e dalle misure sociali introdotti da Hitler. Si erano uniti al suo partito nella falsa convinzione che così avrebbero esercitato un’influenza nobilitante, come se fosse possibile costruire qualcosa di buono sull’odio, sulla rabbia e sulla prepotenza!
(…) Eppure, se si prendevano a tu per tu, (…) erano persone buone, che in fin dei conti avevano modeste pretese nella vita, volevano lavorare in pace e vivere con gli altri da buoni vicini».

L’asilo attualmente aperto nella «Casa di Milíč». (Gampe, wikipedia)
Un punto di vista umano
Nel 1939 ci fu l’instaurazione del protettorato nazista di Boemia-Moravia, e anche per l’opera di Pitter iniziarono i controlli e i problemi. «Eppure – prosegue nella sua autobiografia, – quante cose si potevano fare di nascosto e in silenzio! Visite segrete alle famiglie colpite, sostegno morale a chi era caduto in disgrazia e aiuto a chi soffriva. La “Casa di Milíč” brulicava sempre di bambini». I piccoli ebrei smisero di frequentare la Casa per non comprometterne l’attività, ma Pitter e Olga andavano a trovarli di nascosto: «Non avevano diritto al latte e alla frutta, e così portavamo questi alimenti essenziali ai bambini, agli anziani e ai malati».
Un giorno Pitter fu convocato al famigerato palazzo Petschek, sede della Gestapo, da cui «i cechi non uscivano da uomini liberi». Si preparò al peggio, indossando doppia biancheria intima come facevano quelli che poi finivano in lager. Nell’ufficio ritrovò il funzionario che era passato alla Casa il giorno prima, affiancato da un assistente in divisa. «“Lei nasconde bambini ebrei, fa visita a famiglie ebree, porta loro latte e generi alimentari, le aiuta a prepararsi per il trasporto…”, disse con calma e a bassa voce. “È vero – risposi. – Ma dal punto di vista umano lo capirà sicuramente”. Seguì un lungo silenzio. Poi, di nuovo a bassa voce, disse: “Può andare”. L’SS che mi stava di fianco alzò lo sguardo sorpreso. Non capivo. “Può andare”, si sentì di nuovo. Mi alzai, presi la valigetta e, con un inchino, me ne andai. (…) Subito dopo la guerra mi misi alla ricerca del mio silenzioso investigatore, scoprii che si trattava del dottor K., capo del dipartimento per lo sterminio degli ebrei, che durante la rivoluzione di maggio [1945] era stato linciato insieme ai suoi commilitoni nel palazzo Petschek, dalla folla inferocita».
Infatti, nelle terre ceche la fine della guerra portò con sé violenze indiscriminate contro la popolazione di origine tedesca. Pitter assistette sgomento a scene di massacri e giustizia sommaria compiuti nella pubblica via. «La nostra nazione – scrisse in un messaggio ai collaboratori e sostenitori – non è mai stata così priva di libertà come oggi, così asservita alla vendetta, dominata dal fanatismo e dall’insensibilità».
In quei mesi drammatici, Pitter ritenne fondamentale prendersi cura dei bambini che sarebbero tornati dai campi di concentramento e avrebbero avuto bisogno di cure e di un posto dove stare. «Venni a sapere che erano stipati nel ghetto di Terezín, un’ex fortezza risalente all’epoca di Giuseppe II. Si sparava ancora per le strade quando mi recai lì per la prima volta, munito del tesserino di membro della commissione sanitaria e sociale del Consiglio nazionale rivoluzionario». Era urgente portare via al più presto quei bambini dal campo, dove aveva cominciato a diffondersi il tifo.

Kamenice, 1947. (npmk.gov.cz)
L’Operazione castelli
Forte del suo incarico ufficiale, si fece mettere a disposizione quattro castelli confiscati alla famiglia Ringhoffer vicino a Praga (Štiřín, Olešovice, Kamenice e Lojovice), da trasformare in sanatori per i bambini.
Tra il maggio 1945 e il maggio 1947, 810 piccoli passarono per quelle strutture: orfani ebrei reduci dai lager, bambini cechi rimasti senza genitori e – la cosa che fece più scandalo – oltre 400 bambini tedeschi.
A Praga e circondario esistevano una trentina di campi di internamento per tedeschi e collaborazionisti, con circa diecimila adulti e millecinquecento bambini, dove «regnavano l’arbitrio e la malvagità. (…) Nel mio rapporto riservato – scrive Pitter – chiesi che, in linea con la dichiarazione del primo ministro, fossero lasciati nei campi solo quei tedeschi che erano effettivamente stati membri attivi del partito nazista. (…) L’onnipotente Ministero dell’Interno non tollerò un simile intervento critico: sulla stampa apparvero brani distorti del mio rapporto, e il Comitato nazionale fu invitato ad escludermi dalla commissione per la mia “amicizia verso i tedeschi”». Lo salvò l’appoggio del Ministero per gli Affari Sociali.
«Ci si sarebbe potuto aspettare dagli ebrei resistenza e malcontento nei confronti della nostra decisione di prenderci cura anche dei bambini tedeschi. Ma non fu così. Per loro era del tutto naturale che ci prendessimo cura di bambini innocenti o di giovani fuorviati da Hitler. Il medico ebreo dottor Emil Vogl, responsabile dell’assistenza sanitaria dei nostri protetti, era l’unico della sua famiglia ad essere sopravvissuto ai campi di concentramento. Rimase profondamente commosso quando vide in quali condizioni fossero giunti da noi i bambini tedeschi e si prese cura di loro con lo stesso amore con cui si occupava delle vittime del nazismo. (…) Per motivi sanitari e tecnici, alloggiammo separatamente i tedeschi e gli ebrei. Tuttavia, si incontravano in giardino, nei campi da gioco, in cucina, al lavoro e altrove. Gli ebrei non si comportarono mai in modo scortese nei confronti dei tedeschi. I rari attriti erano provocati dai tedeschi più grandi, che non erano ancora riusciti a liberarsi dalla presunzione e dai pregiudizi che erano stati loro inculcati.
Il comportamento dei nostri ebrei costituiva un esempio imbarazzante di magnanimità per il mondo “cristiano” circostante, che si era lasciato accecare dal desiderio di vendetta e aveva causato tante nuove sofferenze».
La vita nei castelli per i bambini era una favola, ma il loro desiderio era potersi ricongiungere con i genitori, cosa che non sempre fu possibile, nonostante la dedizione e l’impegno con cui Olga e Přemysl contattarono istituzioni e organismi internazionali.

Merenda nei giardini del castello di Štiřín. (npmk.gov.cz)
Con la partenza degli ultimi ospiti nel 1947, Pitter e Olga poterono dedicarsi nuovamente alla «Casa di Milíč». Ma altre nubi si addensavano sulla Cecoslovacchia: con il colpo di Stato comunista (1948), il nuovo regime nazionalizzò anche le istituzioni sociali ed educative. Dato che Pitter non si lasciò manovrare dai funzionari di governo, gli tolsero l’incarico, alla Casa piazzarono una nuova direttrice con una schiera di educatrici «affidabili». La reazione dei bambini ai cambiamenti fu eloquente: più della metà smise di frequentarla, i più grandi sparirono.
«Cercarono di attirarmi nella zona di confine con un posto ben retribuito come direttore di un riformatorio, ma rifiutai – racconta. – Fui accusato di spionaggio e di istigazione contro il regime popolare-democratico», e rischiò la condanna ai campi di lavoro nelle miniere di uranio, perciò scelse la fuga, «nella speranza che anche all’estero avrei potuto lavorare per la mia nazione». Il 26 agosto 1951 in modo rocambolesco riuscì ad espatriare in Germania ovest e si ricongiunse con Olga, che era rientrata in Svizzera per il funerale della sorella.
Tra i profughi di guerra e i carcerati
L’esilio di Pitter è una storia nella storia, non meno significativa di tutto ciò che aveva fatto fino a pochi anni prima. Nell’estate del 1952, su raccomandazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra, con Olga iniziò a visitare i campi di raccolta dei profughi provenienti dai paesi occupati dai comunisti e bloccati in Germania e Austria. I tedeschi riuscivano a malapena a prendersi cura dei propri connazionali, molte città erano in rovina, c’erano fame e disoccupazione, alcune organizzazioni internazionali cercavano di alleviare la miseria e facilitavano l’emigrazione oltreoceano. La situazione peggiore era nel campo di Valka, presso Norimberga, dov’erano ammassati profughi con pochissime prospettive di andare altrove, perché i governi occidentali avevano smesso di accettarli.
«Lo abbiamo scelto – scrive Pitter – come nostro nuovo campo d’azione. (…) Il lungo soggiorno forzato nel campo e le numerose delusioni suscitavano [nei profughi] amarezza e indignazione. (…) Dopo le sofferenze e gli orrori della fuga, avevano urgente bisogno innanzitutto di riprendersi in un ambiente improntato alla comprensione. Invece venivano sottoposti a un’insensata raccolta di informazioni da parte delle agenzie occidentali e stipati in baracche di legno fatiscenti, misere e fredde. (…) L’“Occidente” accoglieva questi naufraghi con indifferenza e riluttanza e si prendeva cura di loro solo nella misura in cui il proprio interesse lo richiedeva. (…) La necessità più grande e urgente era quella di portare umanità e sostegno morale. Ed è su questo che, insieme a Olga, abbiamo fondato la nostra attività nel campo».
Poi nel corso degli anni il numero dei profughi di Valka fortunatamente diminuì, e quando l’economia della Germania si riprese e ci fu urgente bisogno di manodopera, anche agli stranieri fu permesso di inserirsi nel mondo del lavoro. A quel punto «potemmo finalmente dedicare maggiore attenzione ai nostri connazionali che si trovavano negli ospedali e nelle carceri». «A volte dovevo esaminare i fascicoli dei detenuti per poterli consigliare e aiutare. In questo modo mi resi conto che a quasi tutti era mancata una mano tesa, lungo il difficile percorso della vita, ed erano stati spinti al crimine dalle circostanze. In tutti, durante le visite e nella vivace corrispondenza, trovavo aspetti positivi su cui poter fare leva per la loro rieducazione. (…) Assistevo ai processi, e la consapevolezza che fosse presente almeno una persona che non li condannava, infondeva in loro serenità interiore e il coraggio di essere sinceri».

Přemysl e, a destra, la fedele Olga con due ospiti dei castelli. (pitter.npmk.gov.cz)
Con Olga si trasferì infine in Svizzera, collaborò con Radio Free Europe, fondò la Società cecoslovacca per la Scienza e le Arti e il Coro Hus, e pubblicò la rivista dell’esilio Hovory s pisateli (Colloqui con gli scrittori).
«È un’illusione – scrive – credere che rendiamo un servizio alla causa della pace se tacciamo i mali e i crimini, o addirittura li edulcoriamo. Dobbiamo riconoscerli ovunque si manifestino, da una parte o dall’altra della barricata, sia in Oriente che in Occidente. Riconoscere il male nella sua essenza e nei suoi effetti, conservando al contempo un rapporto fraterno con tutte le persone: questa è la grande arte che dobbiamo imparare».
Morì nel febbraio 1976 ad Affoltern, in Svizzera. Nel 1964 lo Yad Vashem riconobbe a lui e a Olga il titolo di Giusti tra le nazioni; ebbe anche altri riconoscimenti: nel 1973 l’Ordine al Merito di prima classe dal presidente tedesco Gustav Heinemann, e nel 1991, postumo, l’Ordine di Masaryk per eccezionali meriti per la democrazia e i diritti umani, conferitogli dal presidente Václav Havel, marito di quella Olga Šplíchalová che da bambina aveva frequentato la «Casa di Milíč».
(foto d’apertura: npmk.gov.cz)
Angelo Bonaguro
È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.
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