11 Luglio 2026
Meeting Brno: un festival della riconciliazione
Dalla ferita della “marcia della morte” del 1945 è nato a Brno un inatteso cammino di riconciliazione tra cechi e tedeschi. Macek racconta come la memoria di un passato di odio è stata l’origine del Meeting Brno, festival ispirato al Meeting di Rimini. La pace può nascere dall’incontro e dalla condivisione della verità.
Grazie per l’invito, che – come dirò più avanti – ha per me un valore del tutto particolare proprio in questi giorni. Vorrei rimanere fedele al tema proposto, cioè cercare insieme a voi una risposta alla domanda su come custodire la pace, come vivere la riconciliazione in un tempo di divisione, come perdonare i nemici e dove trovare punti comuni e speranza. Seguirò questa strada: anzitutto vi racconterò la mia storia, la storia della riconciliazione ceco-tedesca a Brno; e a partire da questa esperienza proverò poi a offrire una risposta a queste domande.
Permettetemi prima di tutto un breve contesto. Siamo nel pieno della guerra, nel 1943, quando il presidente cecoslovacco in esilio Edvard Beneš si reca a Mosca di propria iniziativa. Lì propone per la prima volta a Stalin che la Cecoslovacchia, dopo la guerra, entri nella sfera d’influenza sovietica. Allo stesso tempo gli chiede che sia possibile procedere, dopo la guerra, all’espulsione della popolazione di lingua tedesca dalle terre ceche.
Si trattava di circa tre milioni di persone, cioè quasi un terzo della popolazione del paese. Per dare un’idea: all’epoca erano più numerosi degli slovacchi presenti in Cecoslovacchia. Stalin accolse questa proposta con grande favore. Era ben consapevole che, se la Cecoslovacchia avesse realizzato questa forma di vendetta collettiva, si sarebbe aperta tra noi e l’Occidente una profonda frattura civile e culturale, una frattura nella quale sarebbe stato poi facile far calare la cortina di ferro e dividere l’Europa.

(Facebook Meeting Brno).
Durante la Seconda guerra mondiale morirono circa 300.000 cittadini cecoslovacchi. Nel corso delle espulsioni spontanee e del successivo trasferimento organizzato dopo l’8 maggio 1945, gli storici stimano circa 30.000 vittime tedesche. Si tratta, è importante sottolinearlo, di vittime in tempo di pace. Parliamo dunque di tre milioni di persone espulse e di decine di migliaia di morti sulla base del principio della colpa collettiva.
Uno degli episodi più tragici ebbe luogo a Postelberg/Postoloprty nella Boemia del nord, dove l’esercito cecoslovacco uccise in pochi giorni circa 2.300 civili tedeschi. Questo rimane il più grande massacro sui civili in Europa tra la fine della guerra e Srebrenica 1995. Un massacro da noi pochissimo conosciuto.
Anche nella mia città, Brno, accaddero eventi che appartengono alle pagine più dolorose della nostra storia. Durante il suo ritorno dall’esilio, il presidente Beneš parlò dal balcone del municipio, invitando a una soluzione radicale della «questione tedesca».
Pochi giorni dopo, alla fine di maggio del 1945, circa 30.000 donne, bambini e anziani di lingua tedesca furono costretti a lasciare Brno nella cosiddetta «marcia della morte». Durante questa marcia morirono circa 1.700 persone, a causa della violenza diretta oppure per fame, esaurimento e condizioni igieniche disumane. Da questi eventi nacque poi un tabù. Si trattava infatti, in un certo senso, di una «pulizia» della sfera d’influenza sovietica, di uno spianare la strada alla futura totalità comunista.
Poi arrivò il 1989. Per quanto riguarda i rapporti tra cechi e tedeschi, sul piano giuridico e patrimoniale si è riusciti a chiudere la questione con la Dichiarazione ceco-tedesca del 1997. Questo però non ha significato affatto una vera soluzione delle ferite storiche. Non è avvenuta automaticamente una purificazione della memoria storica, per usare un’espressione che ci viene spesso ricordata dal patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.
I tedeschi, e in particolare i sudetendeutschen, dopo il 1989 hanno iniziato ad aiutare in modo massiccio la ricostruzione del nostro paese, soprattutto nelle regioni da cui erano stati espulsi. Hanno contribuito in modo decisivo al restauro di innumerevoli monumenti culturali, chiese, e a molte attività di volontariato. Sono diventati anche ambasciatori naturali della Repubblica Ceca in Germania. Dal punto di vista economico, si può dire che la Repubblica Ceca è quasi una «diciassettesima regione federale» della Germania.
Eppure, nell’immaginario collettivo ceco – alimentato anche da importanti figure politiche – continua a persistere l’immagine dei sudeti tedeschi come nemici principali. Per esempio, entrambi i successori di Václav Havel alla presidenza hanno vinto le elezioni anche facendo leva sulla cosiddetta «carta sudeto-tedesca», suscitando paura nei confronti di questi nostri ex concittadini.
Così, dopo Václav Havel, tra il 2003 e il 2023, abbiamo vissuto vent’anni difficili al Castello di Praga, segnati da una retorica fortemente anti-europea e, al contrario, filo-russa e filo-cinese. Solo nel 2015, in occasione del settantesimo anniversario della fine della guerra e degli eventi del dopoguerra, la città di Brno – su iniziativa del mio amico Petr Kalousek – è riuscita ad adottare ufficialmente una «Dichiarazione di riconciliazione e di futuro comune». In quest’ultima, come prima e purtroppo finora unica città della Repubblica Ceca, ha espresso rammarico per le violenze del dopoguerra basate sul principio della colpa collettiva, e allo stesso tempo il desiderio di un futuro condiviso.

(Facebook Meeting Brno).
Il culmine di quell’«anno della riconciliazione» è stato il cosiddetto «Pellegrinaggio della riconciliazione», che ha percorso in senso inverso il tragitto della marcia della morte del 1945: dalla fossa comune di Pohořelice, vicino al confine austriaco, fino a Brno. Eravamo circa mille persone, cechi e tedeschi insieme, tra cui anche alcuni sopravvissuti a quella marcia.
E proprio nel luogo in cui nacque la genetica moderna, dove fu abate del monastero agostiniano di Staré Brno, Gregor Johann Mendel, ci siamo riuniti alla fine del pellegrinaggio. Perché esattamente da lì, settant’anni prima, era partita la marcia della morte. Il sindaco di Brno ha letto il testo della Dichiarazione in ceco e in tedesco. Il vescovo di Brno ha pregato, sempre in entrambe le lingue, per la guarigione delle ferite del passato e per un futuro comune in un’Europa unita.
Ogni volta che parlo di questo evento, mi torna la pelle d’oca. È stato qualcosa di immensamente forte. Ricordo che tra noi c’erano poche persone a cui non scorressero le lacrime: ciò che per settant’anni era stato un tabù, improvvisamente trovava in noi la forza di essere riconosciuto, nominato, e persino di esprimere un dolore condiviso. Era l’inizio di una nuova tappa. L’evento fu così intenso che, dopo tre mesi, gli organizzatori del Pellegrinaggio – al quale io avevo partecipato semplicemente come uno dei tanti – si ritrovarono di nuovo alla fine dell’estate. In quell’occasione mi chiamò la nota scrittrice ceca Kateřina Tučková, che aveva preparato il terreno anche grazie al suo romanzo tradotto in italiano L’espulsione di Gerta Schnirch. Mi trovavo in macchina, mentre tornavo dal Meeting di Rimini 2014. Kateřina mi disse: «Siamo qui seduti insieme e ci diciamo che è stato così forte… che dovrebbe continuare. Non ti viene per caso un’idea di come potrebbe proseguire?».
Per me fu uno dei momenti più belli della mia vita. Non dovetti inventare nulla, né fare strategie. Mi bastò dire da dove stavo tornando: dal Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini. E proposi che, così come il Meeting di Rimini ha dato origine a tanti festival «fratelli» nel mondo, anche il nostro potesse nascere con il nome di Meeting Brno.
Poi accadde un altro incontro straordinario e inatteso. A un ricevimento del Principato del Liechtenstein a Vienna – dove vengo invitato ogni anno grazie a un’amicizia con quella famiglia, considerata anch’essa nemica della nostra nazione – era presente per la prima volta anche il sindaco di Brno, proprio quello sotto il cui mandato il consiglio comunale aveva approvato la Dichiarazione di riconciliazione. Gli raccontai che cos’è il Meeting di Rimini e come avrebbe potuto nascere anche a Brno qualcosa di simile, capace di sviluppare l’eredità di quell’anno della riconciliazione. Dopo avermi ascoltato, disse: «David, mi piace molto. Dal bilancio della città di Brno stanzierò per voi un milione di corone» – circa 40.000 euro. E mantenne la promessa. Così potemmo iniziare a preparare la prima edizione del Meeting Brno nel 2016.

(Facebook Meeting Brno).
Il nostro metodo è quello di restare fedeli alla sorgente: ogni anno torno al Meeting di Rimini – fin dal 2014 – e da lì nasce sempre una nuova ispirazione. Ogni volta che incontro qualcuno che mi colpisce, cerco di contattarlo e invitarlo anche a Brno. Così, già nelle prime edizioni, hanno partecipato personalità come Wael Farouq, Bernhard Scholz, Emilia Guarnieri. Negli ultimi anni ci ha concesso un’intervista anche il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. L’anno scorso sono venuti, tra gli altri, i famosi padri da Israele e Palestina Rami e Bassam, e ho avuto anche un dialogo con la premio Nobel per la pace ucraina Oleksandra Matvijčuk. Quest’anno accoglieremo, tra gli altri, Elena Mazzola, Boris Belenkin, Konstantin Gudauskas e altri ancora.
Si può dire che siamo fedeli al nostro metodo originario: ci avviciniamo alle ferite. Nei luoghi che simbolizzano morte e divisione, invitiamo – nel momento opportuno – entrambe le parti di un conflitto passato. E insieme ci mettiamo in cammino: tocchiamo queste ferite e intraprendiamo, in senso letterale o simbolico, un pellegrinaggio di riconciliazione. Oppure, detto in un altro modo: restituiamo volti nuovi a storie antiche.
Così, ad esempio, nel 2017 abbiamo invitato i 120 membri delle famiglie ebraiche che avevano reso celebre la Brno industriale tra XIX e XX secolo. Di loro restano in città importanti testimonianze, come le celebri ville – tra cui la Villa Tugendhat, progettata da Ludwig Mies van der Rohe e iscritta nella lista UNESCO. Abbiamo accompagnato le famiglie famiglia Tugendhat, famiglia Löw-Beer e famiglia Šťastný nei luoghi in cui i loro antenati avevano vissuto a Brno. Ma le abbiamo portate anche al confine tra Boemia e Moravia, dove la famiglia Löw-Beer possedeva una delle più importanti fabbriche tessili d’Europa. Si tratta proprio della fabbrica che i nazisti, nel 1939, confiscarono alla famiglia ebraica Löw-Beer, affidandola a Oskar Schindler. È quella stessa fabbrica che il mondo intero conosce grazie al film Schindler’s List di Steven Spielberg. Dopo il nostro Meeting Brno, uno dei membri della famiglia ha riacquistato le rovine di quella fabbrica, che era appartenuta a suo nonno. Oggi, in quel luogo, è attivo un museo dedicato ai sopravvissuti all’Olocausto in Moravia. E così come un tempo i Löw-Beer davano lavoro alla popolazione locale, anche oggi questo museo – insieme ad altre iniziative – crea occupazione per gli abitanti del luogo e contribuisce a ridurre la disoccupazione.
Per noi è motivo di grande gioia. Perché da un desiderio bello di incontro nasce qualcosa di concreto, qualcosa che dà lavoro, che costruisce. In un certo senso,
qui si rende presente il mistero dell’Incarnazione: la parola, l’idea, il logos diventano carne, diventano qualcosa di concreto, tangibile.
Nel 2020, in occasione del 75° anniversario del massacro di Postelberg, abbiamo portato – quasi in modo improvvisato – il nostro Pellegrinaggio della riconciliazione anche lì. Semplicemente ci siamo fermati a pregare nei luoghi segnati da quel massacro. All’epoca, purtroppo, nessuno del posto si unì a noi. Eravamo circa in dieci, tra cui anche l’allora ambasciatore tedesco. Tuttavia, alcuni membri della comunità parrocchiale notarono il nostro gesto e, negli anni successivi, hanno iniziato a organizzare – ispirandosi a noi – un proprio Pellegrinaggio della riconciliazione da Postoloprty verso una città vicina, dove anche lì, nel dopoguerra, ebbe luogo una marcia della morte.
Partecipo a questo gesto ogni anno. L’anno scorso vi hanno preso parte già circa 150 persone, soprattutto studenti delle scuole superiori. E quest’anno il vescovo locale ha incluso questo pellegrinaggio tra i gesti ufficiali di riconciliazione e, seguendo il nostro esempio, ha proclamato anche un «anno della riconciliazione» nella sua diocesi, nel nord della Boemia. Proprio lì, dove queste questioni sono state finora più tabuizzate; da dove fu espulsa la maggior parte della popolazione; dove oggi vivono spesso persone senza radici; e dove, non a caso, ottengono consenso soprattutto quei partiti – comunisti o nazionalisti – che spingono il nostro paese verso est.
Nel 2023, in occasione del trentesimo anniversario della divisione della Cecoslovacchia, abbiamo invitato nel luogo dove di fatto fu presa la decisione della separazione l’attuale presidente ceco e l’allora presidente slovacca. Così, un luogo simbolo della divisione è diventato un luogo di nuovo incontro. Entrambi hanno accettato anche di mettersi in dialogo pubblico, rispondendo per un’ora alle mie domande.
Nel 2025 – cioè l’anno scorso – dopo dieci anni di collaborazione con i nostri amici sudeto-tedeschi, che ogni anno vengono a Brno in centinaia, abbiamo fatto un invito che si può definire storico. Da 76 anni, essi celebrano il loro principale incontro – il Sudetendeutscher Tag – in Germania o in Austria, in occasione della Pentecoste. Noi li abbiamo invitati a celebrare per la prima volta, dopo l’espulsione, questo incontro nella loro antica patria: a Brno, durante il Meeting Brno 2026, dal 21 al 25 maggio.
Vengo a parlarvi proprio in un momento in cui, a causa di questo invito, stiamo affrontando una forte ondata di odio. Tutti coloro che, in Repubblica Ceca, simpatizzano con Vladimir Putin – sia a destra che a sinistra – stanno mobilitandosi contro di noi. Anche i due ex presidenti successori di Václav Havel alimentano queste tensioni. Si organizzano manifestazioni contro di noi, riceviamo minacce di violenza e perfino di morte. Allo stesso tempo, però, riceviamo un sostegno tutt’altro che scontato: da parte della città di Brno, della regione della Moravia meridionale e delle forze democratiche e filo-occidentali.
Il motivo di questo gesto è semplice: offrire l’incontro personale come terapia. Proprio perché il rapporto della società ceca con i sudeti tedeschi non è ancora guarito, questa società rimane vulnerabile alla manipolazione. Persistono pregiudizi, risentimenti.
E proprio oggi, di fronte alla situazione geopolitica attuale, siamo sempre più consapevoli anche del significato geopolitico di questo gesto. Perché se riusciremo, e tutto lascia pensare che sia possibile, potremo contribuire in modo reale a sanare le ferite provocate dalla divisione dell’Europa voluta da Stalin.

(Facebook Meeting Brno).
Quest’anno il Meeting di Brno si svolge in un contesto difficile: il nuovo governo ceco, insediatosi all’inizio di quest’anno, ha significativamente ridotto il sostegno all’Ucraina e ha deciso di diminuire consapevolmente il bilancio per la difesa. Di fronte alle attuali minacce alla sicurezza, questo appare estremamente problematico, e non stiamo adempiendo pienamente ai nostri impegni all’interno della NATO. Alcune forze politiche, inoltre, mostrano apertamente posizioni favorevoli agli interessi di Vladimir Putin.
È quindi in gioco non solo l’orientamento del nostro paese, ma anche il contesto civile e culturale in cui vogliamo collocarci, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei diritti umani.
Tornando alle domande iniziali: ciò che trovo profondamente bello in questa storia è che essa conferma quanto diceva Luigi Giussani: «Non è per l’esito che esse danno che noi intraprendiamo le opere, ma per gratitudine verso ciò che si è incontrato, per gratitudine verso ciò che ci è stato dato, verso l’avvenimento che ci ha coinvolti. Io non ho iniziato queste attività sulla base di un progetto o di una strategia, ma per gratitudine – gratitudine per la bellezza del Meeting di Rimini, per la bellezza degli incontri che lì ho vissuto».
Per anni ho portato dentro di me il desiderio di condividere questa bellezza. E sono profondamente grato che le circostanze mi abbiano offerto concretamente questa possibilità.
Che cosa cerchiamo? Che cosa è anche condizione della pace? Cerchiamo di aiutare il nostro popolo a lasciarsi alle spalle una mentalità radicata di vittima. A riconoscere e confessare la propria parte di responsabilità. Ad abbracciare l’altra parte. Ad assumersi la responsabilità e a mettersi in cammino: un pellegrinaggio di riconciliazione, dal trauma alla speranza.
L’identità di un popolo è forte quando è aperta, quando sa dire agli altri popoli: «Tu sei un bene per me». Quando, per usare il linguaggio dell’Antico Testamento, diventa una benedizione per i suoi vicini e per l’intero continente.
Un altro aspetto decisivo l’ho colto recentemente in un incontro con la presidente dell’associazione degli ucraini nella mia regione, la Moravia meridionale. Mi diceva che il nostro percorso è per loro una grande ispirazione. Perché le atrocità commesse dal regime di Putin in Ucraina suscitano naturalmente molte reazioni, tra cui anche la tentazione della vendetta e dell’odio.
E mi ha detto: «Neanche noi vogliamo diventare così. Io non voglio portare nel mio cuore qualcosa di simile a ciò che rappresentavano Hitler o il vostro presidente Beneš, che hanno alimentato la spirale della vendetta e dell’odio. Voglio essere come Václav Havel: capace, nel momento decisivo, di dire ‘non siamo come loro, non useremo i metodi dei nostri oppressori, non ci vendicheremo». Questo mi ha ricordato ciò che ho ascoltato tante volte dai dissidenti e dai prigionieri del regime comunista:
«Potete farci del male, ma non ci costringerete mai a odiarvi».
Che cosa significa dunque «Dire Cristo in tempo di guerra», in un tempo in cui affrontiamo odio, minacce e traumi non elaborati? Permettetemi di concludere con una citazione attribuita a Laurentius Eremita: «Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora compresi che forse tutta la mia vita sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto, e il tuo ricordo, o Cristo, mi riempie di silenzio».
(Leggi qui la lettera di David Macek al presidente del Meeting di Rimini in cui racconta del Meeting di Brno 2026).
(Immagine d’apertura: Facebook Meeting Brno).
David Macek
Nato in Repubblica Ceca, è un politico, sociologo e terapeuta. E’ stato visiting professor presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II dell’’Università Lateranense di Roma. Macek si è dedicato intensamente alla creazione e al rafforzamento di partnership tra varie entità ceche, italiane, del Liechtenstein e tedesche. È co-organizzatore del Meeting di Brno, nato nel 2015, che promuove la riconciliazione tra tedeschi e cechi nella regione di Brno.
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