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17 Giugno 2026
La Lavra di Kyiv brucia le coscienze
Colpito dai droni un monumento millenario di Kyiv, patrimonio universale dell’umanità. Al mito inventato della «santa Rus’», che divora se stesso, risponde il realismo della «pace disarmata».
Il bombardamento della Lavra delle grotte di Kyiv, nella notte tra il 14 e il 15 giugno, quando un drone ha colpito e incendiato il tetto della cattedrale principale della Dormizione, è stato un fatto grave, talmente inaspettato ed estremo da far sorgere il pensiero che ora non ci sia più un limite a nulla.
Un bombardamento del tutto inutile dal punto di vista strategico e militare, ma chiaramente indirizzato a colpire un simbolo, che tra l’altro era già stato distrutto durante la Seconda guerra mondiale, quando il 3 novembre 1941 una gigantesca esplosione rase al suolo la cattedrale, e la responsabilità del fatto è stata a lungo oggetto di controversie, ma oggi è quasi universalmente attribuita alle demolizioni condotte dai sovietici in ritirata da Kyiv e non alla violenza distruttrice dei nazisti in avanzata; significativo il fatto che gli uni e gli altri siano simbolicamente uniti in questa «contesa» responsabilità.
Certamente, come dice Svetlana Panič, «i “santuari di pietra” non sono più sacri del fragile santuario della vita umana, ma il colpo inferto a questi luoghi rivela il cinismo con cui l’ideologia dei “valori tradizionali» e dell’“ultima roccaforte della vera ortodossia” legittima il culto della morte e compie sacrifici infernali».
Così veramente non ci sono più limiti: si arriva al punto in cui proprio la presenza di una giustificazione ideologica del tutto astratta rende possibili violenze, assolutamente reali, che sarebbero impensabili senza quella giustificazione. Le armi di distruzione di massa, che ci ripugnano se usate contro persone reali, diventano delle pure possibilità tecniche, il cui uso non implica particolari responsabilità, se il loro obbiettivo è stato privato della sua assoluta e irriducibile umanità e non è più riconosciuto come persona. Non a caso, quella stessa notte sono stati colpiti, oltre a case d’abitazione, centrali e acquedotti, altri obiettivi culturali come il Museo d’Arte di Kharkiv, la Sala dell’Organo di Dnipro, il deposito di costumi degli studi cinematografici Dovženko, il Centro Culturale Arsenal di Kyiv. Vuol dire distruggere ciò che non si può dominare – la cultura, la bellezza come splendore del vero – perché gli uomini non abbiano più nulla di assoluto cui aggrapparsi.
In questo senso bisogna innanzitutto capire cosa rappresenta il monastero delle grotte, che non è importante solo per l’Ucraina o per l’ortodossia; infatti, essendo stato fondato dai santi Antonij e Feodosij nel 1051, nell’ultimissimo scorcio d’esistenza della Chiesa indivisa, non è solo l’inizio del monachesimo nell’estremo lembo orientale del continente europeo ma è anche un santuario della Chiesa universale: non a caso è stato proclamato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

(DSNS Ukrainy).
La Lavra delle grotte di Kyiv, insieme a Santa Sofia, è il cuore della città: un gioiello d’arte per la sua collocazione scenografica e la sua bellezza; e ancor di più, un luogo dello spirito nelle cui grotte riposano i primi santi monaci e asceti, compreso Nestor, il cronachista che per primo nel XII secolo raccontò il nascere della famosa Rus’ di Kyiv, quella di cui oggi la Russia moscovita si vorrebbe appropriare strumentalmente, facendone un mito, ma che invece era un luogo reale dove è nata la spiritualità e la civiltà statuale dell’odierna Ucraina, prima che dell’odierna Russia. Quella Rus’ non esiste più, come non esiste più l’antica Roma, ma i luoghi dove queste entità storiche sono sorte ne raccolgono inevitabilmente una grossa parte di eredità, ed è assurdo cercare di appropriarsene in modo esclusivo, argomentando, a giustificazione della guerra, che quella è la culla della propria civiltà, dalla quale gli altri devono essere esclusi per non contaminarne la purezza.
D’altronde, l’usurpazione della «santa Rus’» era stata ribadita con enfasi il 12 giugno scorso, «giorno della Russia», quando Putin ha concluso il suo messaggio con questa frase apodittica: «Oggi è la Festa della Russia. E Dio Onnipotente sarà sempre con la nostra patria. Buona Festa della Russia!».
Ma allora, ci si chiede, come mai si colpisce un santuario ortodosso da parte di uno Stato che si proclama ortodosso e che ha indetto la «guerra santa» per difendere i propri valori tradizionali e la propria fede dalla corruzione occidentale? Colpire un luogo sacro come questo è un gesto che dice molto di chi l’ha deciso, e di chi lo sostiene. Lo psichiatra e poeta ucraino Boris Chersonskij suggerisce che il terrorista è attirato dai simboli, e la scelta della Lavra oggi lo dimostra una volta di più.
Dal punto di vista spirituale, Svetlana Panič ricorda che il bombardamento della Lavra ha anche un ulteriore messaggio allegorico, poiché è stato effettuato «il secondo giorno della domenica di “Tutti i Santi che hanno illuminato la terra russa”, e questa coincidenza, non è chiaro quanto intenzionale, racchiude un enorme significato simbolico: dichiara il primato della guerra sulla memoria dei martiri, dei confessori e degli asceti, afferma l’assoluta sacralità del drone e trasforma i santi in silenziosi patroni dell’azione militare. Una religione di guerra ha bisogno dei santi solo in questa veste».
Si può dire che il bombardamento della Lavra sia il punto d’arrivo della cosiddetta «guerra santa», che ingaggiata per «riunificare» egemonicamente l’ortodossia slava, ora divide e distingue: «L’attuale bombardamento dichiara una volta di più il trasferimento della sacralità esclusivamente ai territori canonici del Patriarcato di Mosca: i santuari di Kyiv sono diventati “stranieri”, quindi bombardarli si può», scrive Panič. Sembra venuto il momento in cui questa guerra si rivolge contro se stessa e i propri santuari, come dice ancora Panič: «Le icone e le reliquie dei santi delle Grotte vengono baciate nelle stesse chiese dove si predica la guerra».
Ed è tutta la civiltà umana che viene violata in un atto di autodistruzione nel quale chi bombarda annulla innanzitutto la memoria della propria stessa santità: dove finisce in questa tempesta di missili e droni quel san Vladimir che veniva pregato perché si allontanassero «da noi le divisioni, le discordie e ogni calamità»? E che destino ha un mondo russo che vorrebbe espandersi a tutto il mondo, se prima elimina il mondo stesso?
Ed ora?
C’è stato un coro di indignazione e di dolore nel mondo; il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che il bombardamento della Lavra equivarrebbe al bombardamento di Notre Dame per i francesi. A volte è sembrato che per lo shock non si riuscisse neppure a trovare le parole adeguate a esecrare il gesto; alcuni hanno citato versetti biblici, come quelli del profeta Osea, che prefigurano punizioni divine: «E poiché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta…» (Os 8,7).
Ma, guardando in faccia alla cruda realtà, non possiamo accontentarci di esecrare; come è stato detto nel recente convegno di Russia Cristiana dobbiamo chiederci con il papa: «Da che parte sta Dio, e chi sta dalla Sua parte?». E la risposta che ci viene costantemente ribadita è che Dio non può certo stare dalla parte dell’aggressore, ma sta sempre e soltanto dalla parte di chi soffre; ricordando poi papa Francesco, Leone XIV, nella sua enciclica, precisava: «Dobbiamo “toccare la carne” di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite. Gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti».
Cioè, davanti alla sfida, senza consolarci con le future punizioni dall’alto, dobbiamo assumerci le responsabilità che ci competono, innanzitutto nella forma più immediata e umana della condivisione e della compassione cui siamo chiamati in quanto esseri umani, figli di un unico e identico Padre cui dobbiamo rispondere e dal quale dobbiamo implorare il dono della pace, e poi nella forma della memoria e della testimonianza di quanto accade: «Quando sentiamo le vibrazioni di queste esplosioni — ha commentato il nunzio a Kyiv monsignor Kulbokas, — quasi non rimane nessun’altra risposta perché di fronte ai bombardamenti c’è soltanto Dio e te, non c’è nessuna mano umana capace di intervenire. In questo senso, anche questo ennesimo bombardamento per me personalmente serve come incoraggiamento a continuare a pregare per la conversione a Dio dei responsabili di questa guerra e di ogni guerra».
Innanzitutto, dunque, dobbiamo implorare incessantemente la pace, credendo nella potenza di Dio e non in quella apparente dei potenti di questo mondo; facendo questo, ciascuno deve poi assumersi le proprie responsabilità, da una parte, come sta facendo un buon numero di sacerdoti ortodossi russi che non recitano la preghiera per la vittoria loro imposta e pagano per questo, e dall’altra cercando almeno la conversione dei cuori, come ha detto il nunzio da sotto i bombardamenti.
Come si diceva sempre al recente convegno, dobbiamo far nostro fin nel più profondo del cuore il motto del vecchio dissenso: «Potete farci del male, ma non mi costringerete mai a odiarvi».
Passando poi al dovere della testimonianza e della memoria, c’è una frase, ormai celebre, di papa Leone a proposito del «dono di una pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante”» che è una continua sfida alla nostra intelligenza. Non è facile capire cosa sia la «pace disarmata», ma per non entrare in discorsi astratti che spesso ignorano le ragioni dell’aggredito, forse può valer la pena ricordare che l’aspirazione a questa pace equivale innanzitutto a spogliarsi dei propri pregiudizi e condizioni per offrirsi inermi alla luce del vangelo; e la «pace disarmante» forse è quella che ci toglie il diritto al risentimento, alle condanne senza remissione e che ci invita a disarmare le parole.

(DSNS Ukrainy).
Ci è chiesta per questo una intelligenza aperta, che cresce nella misura in cui poniamo attenzione a quello che ci sta attorno e non ci asteniamo nello stesso tempo da un giudizio che sia veramente di fede. Anche questo ci chiede insistentemente il papa: «È necessario denunciare con forza chi osa associare il nome Dio ad azioni di guerra», perché il nome di Dio non può essere «profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione; soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte». Questo richiede un lavoro culturale oltre che di coscienza, infatti, per denunciare è necessario discernere e formulare un retto giudizio; e di questo abbiamo tutti bisogno se Leone afferma che «purtroppo questa tentazione di profanare il nome di Dio colpisce anche chi si professa cristiano».
Pertanto, tocca anche a noi riconoscere e chiamare per nome i corti circuiti intellettuali, emotivi, religiosi e politici che ci portano fuori strada; questo lavoro della ragione non basterà a fermare le guerre, ma ci fornirà degli strumenti creativi per una pace «umile e perseverante» e, almeno, per provare a rispondere al nostro dovere di dare il nome alle cose.
(Foto d’apertura: Telegram)
Marta Dell'Asta
Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».
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