Dalla teoria alla prassi: trasformare il conflitto attraverso il dialogo

7 Novembre 2026

Dalla teoria alla prassi: trasformare il conflitto attraverso il dialogo

Aleksandr Troickij

Nel secondo ‘900 la teoria del dialogo come alternativa alla violenza è diventata un insieme di prassi concrete di pace. Non basta avere ragione o mettere le persone nello stesso luogo: serve costruire spazi in cui ascoltare l’altro.

Un personaggio fondamentale in questo processo è lo studioso e operatore norvegese Johan Galtung (1930-2024), fondatore della disciplina dei peace studies. (…) Il principale cambiamento da lui proposto è già insito nella terminologia: sosteneva che non si dovesse parlare di risoluzione del conflitto (conflict resolution), ma della sua trasformazione o, come lui stesso preferiva chiamarla, «trascendimento» (transcendence). Risolvere un conflitto significa eliminarlo, come si rimuove un guasto. Trasformarlo significa invece vedervi un potenziale, un combustibile per cambiamenti costruttivi, evitando che questa energia si incanali in una direzione distruttiva.

Da qui la sua celebre dicotomia tra pace negativa e pace positiva. La pace negativa è la situazione in cui non c’è violenza diretta. A una pace di questo tipo tendiamo di fronte a un conflitto armato: in quel momento per noi la pace è la cessazione della guerra. Ma Galtung insisteva che ciò non basta. L’umanità deve tendere alla pace positiva, ovvero a uno stato in cui i molteplici conflitti, a tutti i livelli dell’interazione sociale, fanno da base per la creazione di istituzioni, di cultura, di un linguaggio che garantiscano lo sviluppo di ogni persona e la massima realizzazione possibile del suo potenziale.

In questa logica Galtung ha dato la sua definizione di violenza: violenza è negare a una persona, in un modo che sarebbe evitabile, il soddisfacimento dei propri bisogni fondamentali.

Lui stesso classificava questi bisogni in quattro classi: sopravvivenza, benessere, identità (senso) e libertà. Se le sovrapponiamo alla piramide di Maslow [o gerarchia dei bisogni umani], si può dire che quando non sono soddisfatti i livelli inferiori (accesso al cibo, sicurezza, libertà di movimento, un tetto sopra la testa, la serenità per i figli, la possibilità di comunicare con i propri cari) abbiamo a che fare con un conflitto sfociato in violenza diretta: guerre, oppressione sistematica sotto regimi totalitari, crudeli manifestazioni di sciovinismo. Ma anche i livelli superiori (rispetto, riconoscimento, autorealizzazione) sono bisogni la cui negazione è ugualmente considerabile come violenza, semplicemente di un altro genere: strutturale, in cui l’ingiustizia è radicata nelle istituzioni formali, oppure culturale, in cui i modelli di esclusione sono insiti nel linguaggio e nelle norme informali, come il razzismo normalizzato o la segregazione di casta, che sussistono a dispetto di leggi egualitarie. Qui torniamo alla metafora della guerra di cui si è parlato all’inizio: un linguaggio in cui il dibattito può essere soltanto una battaglia è anch’esso una forma di violenza culturale, perché preclude in anticipo ai soggetti coinvolti la possibilità stessa di adottare un diverso modo di comportarsi nel conflitto, per esempio in forma di «contrapposizione-danza».

Il cammino verso la pace positiva, secondo Galtung, passa per il dialogo, per l’affermazione delle proprie posizioni, la discussione, la ricerca comune di soluzioni che permettano di trascendere il conflitto e uscire dal piano in cui esso sembrava insolubile.

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Marshall Rosenberg: la comunicazione nonviolenta

A Galtung fa eco un altro personaggio importante per il nostro tema: Marshall Rosenberg (1934-2015), autore del concetto di comunicazione nonviolenta (nonviolent communication, CNV) (…). Il pensiero di Rosenberg può essere sintetizzato in modo estremamente conciso come segue: ogni espressione umana è l’espressione di un bisogno, spesso inconscio. Dietro qualsiasi parola, quale che sia, c’è o un «per favore» (una richiesta) o un «grazie» (un ringraziamento). Anche l’aggressività è un «per favore» espresso in modo tragicamente infelice.

Rosenberg ha sviluppato una metodologia che pone al centro del dialogo l’obiettivo di ascoltare i bisogni dell’altro e, se possibile, di sostenerli con una scelta consapevole, senza dimenticare i propri bisogni. In caso di conflitto tra i bisogni, occorre individuarli, discuterne e cercare insieme, in modo creativo, una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti. (…)

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Gordon Allport: l’ipotesi del contatto

Ma perché il dialogo funziona? Una risposta empirica è stata data nel 1954 da Gordon Allport nel libro La natura del pregiudizio, la cui ipotesi del contatto è da allora una delle teorie più verificate della psicologia sociale.

Innanzitutto, due parole su come è fatto il pregiudizio. Secondo Allport, esso nasce da un normale funzionamento della coscienza, ovvero la categorizzazione. Il pensiero non può fare a meno di generalizzare; ma la generalizzazione su un gruppo di persone, alimentata da ansia e ignoranza, si cristallizza in pregiudizio, ovvero una radicata ostilità che non viene più comprovata dall’esperienza, ma la filtra, fissandosi su ciò che la conferma e scartando ciò che la contraddice.

Per questo il pregiudizio è quasi immune alle argomentazioni, all’istruzione e alle prediche, perché le informazioni che contraddicono il pregiudizio semplicemente non vengono assimilate. Solo un’esperienza di altro tipo può spezzare questo circolo vizioso: il contatto personale, in cui la categoria astratta degli «altri» si scompone in volti concreti.

Ma la scoperta principale di Allport è che il contatto di per sé non garantisce nulla, anzi, se organizzato in modo inadeguato, può addirittura rafforzare gli stereotipi. (…)

Studi successivi hanno precisato anche il meccanismo: il contatto diretto agisce sia sull’aumento delle conoscenze sull’altro gruppo, sia soprattutto sulla riduzione dell’ansia nell’incontro con l’«estraneo» e sulla nascita dell’empatia, cioè della capacità di guardare il mondo con gli occhi dell’altro. (…)

In parole povere: a cambiare le persone non è ciò che è stato raccontato loro sugli altri. Ciò che le cambia è quello hanno fatto insieme agli altri e il modo in cui lo hanno fatto. E la pratica del dialogo diretto è uno dei tipi di interazione che garantiscono questo effetto. (…) Le scoperte di Allport e dei suoi colleghi, insieme ai traumi inflitti alla comunità mondiale dalla serie di eventi devastanti della prima metà del XX secolo, hanno portato alla nascita di un enorme numero di iniziative costruite su un unico principio: creare spazi in cui possano incontrarsi persone appartenenti a fazioni opposte di un conflitto o con punti di vista diversi. (…)

Esaminando la storia di queste iniziative si nota che l’effetto è più duraturo quando l’incontro è organizzato non come contatto occasionale, ma come un dialogo facilitato da obiettivi comuni e attività congiunte (e non semplice vicinanza), programmi di lunga durata anziché eventi singoli, la creazione di una comunità di ex partecipanti e la cura dell’accompagnamento al ritorno a casa: è questo che trasforma un evento di pochi giorni in un processo continuo. In altre parole, la pratica ha confermato l’ipotesi di Allport: non basta mettere le persone nello stesso luogo, bisogna costruire uno spazio in cui sia possibile un vero dialogo, nel senso di Buber. (…) Tuttavia occorre segnalare anche alcuni limiti che la pratica ha fatto emergere: la riduzione delle ostilità che si ottiene nell’ambito dei progetti di dialogo tende a dissolversi quando i partecipanti tornano nel loro ambiente d’origine. Inoltre, iniziative di questo tipo funzionano spesso a livello individuale, senza garantire il cosiddetto transfer dei risultati ottenuti a processi di gruppo più ampi. In altre parole, il cambio di atteggiamento verso il «nemico» da parte dei partecipanti spesso non influisce sulle dinamiche dei conflitti intergruppo su larga scala.

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I dialoghi Nansen: ascoltare, non convincere

Tra tutte le iniziative che in ultima analisi poggiano sulla base teorica di cui abbiamo parlato, vorrei segnalare un progetto norvegese: il Centro Nansen per la Pace e il Dialogo di Lillehammer, che porta il nome di Fridtjof Nansen, esploratore polare e premio Nobel per la pace. Da tre decenni il centro si occupa di organizzare il dialogo (nel senso più buberiano del termine) tra rappresentanti delle fazioni opposte nei conflitti più acuti della nostra epoca.

Il progetto è stato avviato a metà degli anni Novanta, nel momento in cui il conflitto balcanico entrava nella sua fase più acuta. I collaboratori del centro, mediatori esperti e operatori nell’ambito della costruzione della pace, hanno cominciato a riunire in spazi comuni i rappresentanti dei diversi popoli in conflitto nei Balcani e ad instaurare tra loro quel tipo di dialogo che si basa su un principio chiave di Nansen: «Avere ragione non basta». L’obiettivo principale del dialogo non è scambiarsi opinioni, ma passare a quella fase di stato d’animo e di interazione in cui si ascolta l’altro. Anzi, per essere più precisi, non è certo che si ascolti l’altro, ma almeno si cerca di ascoltarlo: è questo il punto chiave attorno al quale è costruita tutta la prassi. Il dialogo qui non è una trattativa, in cui le parti si scambiano concessioni, e non è un dibattito, in cui vince l’argomentazione più forte. È uno spazio in cui una persona, forse per la prima volta, ascolta com’è fatto internamente il mondo dell’altro e si riscopre a sua volta ascoltata.

Avere ragione senza passare per un incontro non cambia le cose, non fa altro che rafforzare il muro da entrambe le parti.

Invece un incontro di questo tipo, a giudicare dalle testimonianze di chi ha vissuto questa esperienza, cambia davvero i partecipanti e apre ad un nuovo livello di dimensione sociale e personale. Ne è una chiara testimonianza il documentario Reunion – Ten Years After the War, dedicato ai dialoghi Nansen.

Diverse migliaia di persone hanno partecipato a questo programma, rappresentanti di quasi tutte le etnie della regione balcanica. A un certo punto il progetto è cresciuto fino a diventare una vera e propria rete: in molte grandi città dei Balcani si sono aperti centri Nansen locali, che svolgono un lavoro costante per garantire il dialogo tra i gruppi etnici. E, cosa importante alla luce del dibattito sulla limitazione di tali pratiche: questo progetto ha superato in larga misura il problema del transfer. Molti suoi ex partecipanti si sono impegnati attivamente in politica e alcuni hanno finito per ricoprire le più alte cariche dello Stato, portando l’esperienza acquisita nei dialoghi Nansen più avanti, sul piano pratico, proprio lì dove si prendono le decisioni.

Oggi il centro opera in Afghanistan e in altri punti caldi, ma la sua attività principale è la formazione di facilitatori e mediatori per la trasformazione dei conflitti a tutti i livelli, da quello familiare a quello interstatale, attraverso il dialogo, allo scopo di evitare la violenza.

(Seconda parte – segue)

Parte prima: Dialogo, unica alternativa alla violenza


(Nell’articolo: disegni dei bambini del Centro Nansen di Prijedor, Bosnia)

Aleksandr Troickij

Nato a Pietroburgo, già direttore di una scuola privata; trasferitosi all’estero si è laureato in Conflict, Peace and Security. In Spagna segue un progetto sociale per adolescenti russi e ucraini. Specialista in conflittologia, studia la teoria e prassi del dialogo sulla base della mediazione propugnata da Nansen.

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