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28 Luglio 2026
La Grande Storia in un racconto familiare
Il nuovo libro di Carrère dedicato alla madre ripercorre quattro generazioni della sua storia familiare e mostra che anche la Grande Storia, in fondo, non è altro che il risultato delle scelte di tante apparentemente piccole vite umane.
È uscito da poco per Adelphi Kolchoz (2026), il nuovo libro del celebre scrittore francese Emmanuel Carrère, diviso in due metà speculari: la prima ricostruisce tre generazioni di antenati con lo stile dei grandi romanzi familiari; la seconda, che si apre idealmente con la nascita dell’autore, mescola i toni del reportage e del diario intimo e introspettivo, avvicinandosi pagina dopo pagina al presente. Già la copertina della versione italiana, fedele all’originale, lascia intuire molto della natura di questo «racconto familiare», come Carrère avrebbe pensato di intitolarlo in un primo momento. Il titolo Kolchoz rimanda non solo alla Russia, ma anche all’idea della Storia con la S maiuscola, regolata da meccanismi ben più grandi delle singole vite, come insegna la collettivizzazione delle aziende agricole in Unione Sovietica.
Eppure, il libro racchiude anche una dimensione molto più familiare ed intima, rivelata anche dalla fotografia di copertina, che ritrae la giovane Hélène Carrère d’Encausse, madre dell’autore, sorridente e attorniata dai tre figli ancora bambini. L’espressione «fare kolchoz» indicava infatti un rito tra madre e figli: quando il padre era fuori città, ai bambini era concesso di trasferirsi in camera dei genitori; Emmanuel e Nathalie portavano i loro materassi, mentre la piccola Marina dormiva nel lettone con la madre. Questa immagine verrà ripresa anche alla fine del libro, perché quel rito si ripeterà un’ultima volta l’ultima sera di vita della madre, nella camera dell’hospice dove, malata di cancro da tempo, trascorrerà gli ultimi giorni.
La coesistenza di questi due livelli, quello dell’intima storia personale e quello della Grande Storia Universale, è il tratto distintivo del nuovo lavoro di Carrère. L’autore intreccia aneddoti familiari, ricordi d’infanzia, scorci di quotidianità, spogliando con la sua «feroce esigenza di verità» i personaggi delle loro maschere pubbliche, ai grandi eventi della storia russa, georgiana ed europea dell’ultimo secolo, non con rigore documentario, ma per capire meglio il contesto che ha plasmato le loro vite. Il nesso tra piccola e Grande Storia diventa particolarmente evidente nella genealogia fuori del comune di Hélène Carrère d’Encausse, costellata di figure che, come lei, hanno avuto un volto pubblico.
La madre di Hélène era una ragazza russa dal cognome tedesco, discendente della grande aristocrazia prussiana e russa decadute all’inizio del Novecento, cresciuta in una residenza ducale in Toscana con governanti che le parlavano in sette lingue diverse: da lei Hélène aveva ereditato il rigore inflessibile e il fascino per i riconoscimenti dal sapore imperiale.
Invece, il padre di Hélène, Georges, apparteneva a una modesta ma patriottica famiglia georgiana emigrata in Francia con una sola valigia: da lui la figlia Hélène aveva tratto la forte aspirazione all’integrazione e all’ascesa sociale «da bambina apolide alle vette della società francese», mentre i suoi parenti andavano costituendo il nucleo del «clan dei georgiani di Parigi».
Sposando sua moglie, Georges si era rallegrato «di essersi strappato a una cultura puramente locale per accedere a una cultura di primo piano, i cui grandi nomi (…) sono venerati in tutto il mondo. In termini contemporanei, ha abbandonato la lingua del colonizzato per quella del colonizzatore. Mia madre – scrive Carrère – è stata sua degna figlia, lei che ha passato tutta la vita a osservare la Russia, a scrivere della Russia, ad amare la Russia, disinteressandosi completamente del piccolo popolo, ai suoi occhi arcaico, folkloristico e sciovinista, di cui era per metà originaria». E più avanti, «da giovane adulta [avrebbe infine scelto] la Francia contro la Georgia e la Russia».
Non stupisce che questa genealogia avesse appassionato il padre dell’autore, che per settant’anni con meticolosità da detective, si era dedicato a ricostruirla, dando vita al ricchissimo archivio su cui poggia la prima metà dell’opera e di cui Carrère lo considera «coautore».
A tenere insieme i due livelli, oltre alle indiscusse doti narrative dell’autore, è un principio mai dichiarato ma che permea tutto il racconto: l’idea che la Grande Storia non sia che un concetto astratto che si gioca in realtà nella concretezza di tante vite piccole e apparentemente insignificanti. La stessa Hélène Carrère d’Encausse, la più influente storica francese dell’Unione Sovietica ed eterna segretaria dell’Académie française, non sarebbe mai nata se non fosse stato per Lenin, come le aveva fatto acidamente notare il fratello Nicolas: «Senza la rivoluzione di Ottobre i loro genitori non si sarebbero mai incontrati» perché «nella loro vita precedente, la vita da byvšje ljudi 1.
Quel matrimonio tra un plebeo georgiano e un’aristocratica russo-tedesca imparentata con tutto il Gotha europeo sarebbe stato, dal punto di vista di lei, una mésalliance quasi inconcepibile e che non sarebbe mai potuta accadere, poiché le loro strade non si sarebbero mai incrociate». Un altro esempio più recente è la cugina Salomé Zourabichvili: da figlia di esuli georgiani poveri ad ambasciatrice francese, poi intercettata dall’allora presidente Mikheil Saakashvili, fino a diventare a sua volta presidente della Georgia e principale sostenitrice delle istanze europeiste del paese.

Plage du Port Vieux, Biarritz, anni Sessanta. (argopavel1/pastvu.com)
I grandi eventi della Storia recente si esprimono così attraverso le vicende familiari e il lettore li osserva dall’interno, immerso nella complessità di una storia individuale che appare unica nella sua costellazione di incontri fortuiti, rivendicazioni personali e crisi familiari, ma si rivela in realtà emblematica di molte esperienze dello stesso periodo.
Nella storia dei genitori di Hélène si legge quella dell’emigrazione russa bianca nella Parigi degli anni Venti, che dal 1922 si era ritrovata apolide e segnata dalla decadenza economica e dalla perdita d’identità: «Queste persone coperte di decorazioni, molto distinte nella loro miseria, non hanno visto arrivare nulla, non hanno capito nulla di ciò che stava accadendo loro. Avevano un unico programma: restaurare in tutto e per tutto una società che, tranne loro, nessuno più voleva». Il loro «approdo naturale era la cattedrale ortodossa di rue Daru, nell’VIII arrondissement», ultimo baluardo della loro identità russa, attorno alla quale si creò una sorta di bolla sociale in cui la piccola Hélène crebbe per cinque anni convinta di trovarsi in Russia.
Con lo stesso sguardo interno ai fatti sono raccontate la perestrojka, «quel Far West che è stata la Russia degli anni Novanta», l’ascesa al potere di Putin e lo scoppio della guerra in Ucraina del 2022. Anche lo sconcerto della storica Carrère d’Encausse il 24 febbraio 2022, dopo aver dichiarato in tv, appena una settimana prima, che il presidente russo era una persona ragionevole e non avrebbe scatenato un conflitto, rispecchia quello di gran parte dell’opinione pubblica europea, che lo aveva sottovalutato allo stesso modo.
Il parallelo tra dimensione personale e sociale torna anche sul tema, ricorrente nel libro, del rapporto difficile con la verità scomoda. Hélène fatica ad ammettere la sorte del padre, prelevato e probabilmente fucilato dai partigiani della FTP 2 in quanto interprete nell’esercito tedesco a partire dal 1943: una verità che contraddiceva la narrativa dell’emarginato in cerca di riscatto sulla quale lei aveva costruito tutta la propria esistenza, e che per vergogna tenne a lungo nascosta al fratello Nicolas, allora ancora bambino.
Il parallelismo con l’incapacità della Russia di riconoscere come propri gli orrori commessi in passato dal regime sovietico (ripetuti, in forma non troppo diversa, nel presente) è inevitabile: quasi che la tendenza della madre a nascondere in buona fede le verità scomode non sia di fatto così lontana dalla patologica menzogna sociale sovietica. Nicolas ricorda infatti che la sorella negava spesso le evidenze più fastidiose: quand’era piccolo, questo lo esponeva «a quella che in psicologia si chiama dissonanza cognitiva: bisogna credere a qualcosa a cui in realtà non si crede, ritenere vero qualcosa che si sa falso, e questo adattamento ha un costo psichico molto pesante. La dissonanza cognitiva era una delle caratteristiche principali della vita in Unione Sovietica, dove tutta la società sottostava a un credo che la realtà contraddiceva in ogni momento, e dove per sopravvivere bisognava credere al credo, non alla realtà. In questo universo distopico tutto era capovolto: la scarsità si chiamava prosperità, il terrore fiducia, la delazione cameratismo e la menzogna verità. (…) A volte ho sentito chiamare la versione che ancora oggi Hélène dà della morte del padre “la linea del Partito”». E conclude: «Hélène non è solo una storica dell’Unione Sovietica: è una storica sovietica». Ancora una volta traspare l’idea che i grandi meccanismi sociali, ad esempio la rimozione collettiva, sono spesso comportamenti ed errori individuali comuni a migliaia di persone.
Carrère cerca di illuminare ogni sfaccettatura, anche contraddittoria, di un evento o di una scelta, riflettendo sulle conseguenze positive e negative, immaginando le ucronie (ovvero gli sviluppi alternativi mai avveratisi), per restituire con estremo realismo la complessità del reale. Più si avvicina alla sua vita personale, più lo sguardo, per sua stessa ammissione, appare coinvolto e meno imparziale; lo si vede, per esempio, nella descrizione dell’attuale emigrazione russa in Georgia, colta solo nelle sue fasce più benestanti. Ma proprio questo stile narrativo, in cui spesso il lettore è direttamente chiamato in causa, lo spinge a interrogarsi sulle dinamiche descritte e su come reagirebbe in quelle stesse situazioni.
Ispirato dalla morte di entrambi i genitori a pochi mesi di distanza nel 2023, Kolchoz non è quindi solo «un monumento di pietà filiale» verso una madre tenace, intraprendente, generosa, sempre distinta, amata nonostante gli scontri con la sua parte più rigida e inflessibile («il suo motto era never complain, never explain»), nella cui ombra è difficile vivere, ma è anche lo strumento con cui l’autore riconcilia le proprie origini e, alla luce delle esperienze dei suoi avi, prova a decifrare un presente tutt’altro che semplice. Il lettore percorre con lui questo viaggio di circa un secolo, per riavvicinarsi, pagina dopo pagina, all’oggi, e provare ad analizzare la propria realtà con lo stesso spirito critico e la stessa sete di verità.
(Immagine d’apertura: Plage Miramar, Biarritz, anni Sessanta, luogo frequentato dalla famiglia Carrére; argopavel1/pastvu.com)
Miriam Zanoletti
Nata nel 1999, ha studiato all’Università Ca’ Foscari di Venezia e Albert-Ludwig di Friburgo, conseguendo la laurea magistrale in Lingue e Letterature tedesca e russa.
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