Persona e patria: un rapporto drammatico

31 Marzo 2026

Persona e patria: un rapporto drammatico

Delfina Boero

Quando lo Stato si nutre della paura dei cittadini, finisce per divorare indistintamente colpevoli e innocenti. Ma la vita è più forte. Come quella di un padre, nato e cresciuto in un lager staliniano, che racconta alla figlia le sue vicissitudini e lei le raccoglie e le illustra con i suoi scatti come ammonimento a resistere al totalitarismo rinato.

Persona e patria: un rapporto drammaticoÈ insolita e innovativa la veste editoriale di Motherland Hears, Motherland Knows (La patria sente, la patria sa), ideata dal designer Dudar: una custodia in cartone grigio-verde legata con una fettuccia, che contiene due agili volumi: un album in cui le immagini si alternano a brandelli di dialoghi e ricordi, e un fascicolo con le didascalie delle foto e la narrazione delle vicende drammatiche di una famiglia prima sovietica e poi russa, supportate da riproduzioni di lettere e documenti. Il fondo bianco della copertina di entrambi i volumi è decorato con immagini in bianco e nero di fiori che crescono spontaneamente nelle steppe del Kazachstan.
Il titolo della pubblicazione, tradotta in inglese da George Probstein, cita il primo verso del canto sovietico La patria sente, la patria sa, che prosegue con parole che vorrebbero essere rassicuranti ma nascondono una realtà inquietante che pervade la vita di ogni cittadino fin nei recessi dell’anima: «La patria sa dove tra le nuvole vola suo figlio. Con affetto fraterno, amore tenero, con le stelle scarlatte delle torri di Mosca, delle torri del Cremlino, lei ti guarda».

Le stesse parole che nel dopoguerra Georgij Karetnikov, a quel tempo bambino di circa dieci anni e membro di un rinomato coro, ricorda di aver cantato in un teatro di Mosca al cospetto di Stalin. Probabilmente, il dittatore georgiano dimenticò del tutto quell’episodio, né sapeva che Georgij era il primo bimbo ad essere nato in Kazachstan, nel campo dell’ALŽIR, acronimo di «Lager di Akmolinsk per le mogli dei traditori della patria» da Stalin stesso espressamente voluto. La pianista Ol’ga Galperina, madre di Georgij, vi era finita nel marzo del 1938, forse perché sposata a un funzionario delle ferrovie fucilato durante il terrore staliniano per presunto sabotaggio.

Tuttavia, la ragione precisa dell’arresto di Ol’ga non venne mai alla luce nemmeno dopo il crollo dell’URSS, e resta tutt’ora ignota. Il bambino in realtà era figlio del musicista Nikolaj Karetnikov, con cui Ol’ga ebbe una relazione tormentata. Georgij crebbe in una baracca del lager separato dalla madre, che conobbe solo a otto anni, quando i due furono liberati. Seguì un’odissea di peregrinazioni per tutta l’URSS: prima ad Aleksandrov, cittadina a più di 100 chilometri da Mosca, perché alle mogli e ai figli dei nemici del popolo non era permesso soggiornare nella capitale e a meno di 100 chilometri; poi in Georgia, dove i due si stabilirono in maniera semiclandestina cercando di costruirsi una vita normale; infine a Mosca, dopo essere stati costretti a spostarsi in molte altre regioni e città dell’immenso impero: ogni volta bisognava trovare la forza di ricominciare da capo.

A Georgij non mancarono le umiliazioni: l’espulsione dal Conservatorio di Kazan’ per essersi rifiutato di riassemblare un fucile durante una lezione di addestramento militare; gli sforzi della madre per farlo ammettere al conservatorio di Saratov; il disconoscimento di paternità da parte del padre naturale; le inutili richieste di riabilitazione, che fu accordata solo nel 2001.

Fortunatamente madre e figlio trovarono sulla propria strada, anche all’interno del sistema carcerario e del Partito, delle persone capaci di gesti di umanità, che permisero loro di non disperare. I traumi vissuti non spezzarono Georgij, ma lo rafforzarono e acuirono in lui il senso della propria dignità. Morto nel 2024 a 86 anni, si sposò, ebbe dei figli, lavorò come musicista, cantante e ingegnere del suono. Ma soprattutto ebbe il coraggio di raccontare ai figli la propria esperienza.

Nel 2019 Daša Karetnikova, fotografa documentarista e figlia di Georgij, ha deciso di «ascoltare fino in fondo» suo padre e di ripercorrere anche concretamente insieme a lui le tappe del suo incredibile viaggio, colpita dai suoi ricordi d’infanzia («parlava in modo così vivido dei fiori che crescevano oltre il filo spinato!»). Ricordi che, quando andava a scuola, le facevano intuire «di saperne un po’ di più della storia sovietica» rispetto ai suoi compagni. Dagli incontri e dalle emozioni di questo viaggio nel tempo e nello spazio, è nata questa pubblicazione.

Da Aleksandrov, alla Georgia, al Kazachstan, compresa una sosta a Dolinka, sede del Museo di Karaganda per la Memoria delle vittime delle repressioni politiche, gli scatti di Daša si alternano alle memorie del padre e a vecchie foto dei protagonisti di questa lunga storia.

Un viaggio travagliato, come tutta la vita di Georgij, durato quasi cinque anni, fino al 2023, con alcune interruzioni per il Covid, la nascita di Sonja, figlia di Daša, l’invasione russa dell’Ucraina, alcune telefonate minatorie che hanno spinto la famiglia a emigrare temporaneamente in Israele. Alla fine, Georgij e sua moglie hanno deciso di tornare in Russia, l’unica patria che avevano, mentre Daša e altri membri della famiglia oggi vivono all’estero per motivi di sicurezza.

Persona e patria: un rapporto drammatico

(fotohof.at)

 

Una storia «complicata», come scrive la giornalista indipendente Katerina Gordeeva nella prefazione al libro, «perché parla di cose complicate: i rapporti fra persona e Stato, fra padre e figlia, la possibilità (o l’impossibilità) di resistere al tritacarne del totalitarismo». «Il libro offre una delle spiegazioni psicologicamente più esatte di come una persona possa essere felice nelle circostanze più orribili». Al tempo stesso il libro spiega «quanto un paese possa odiare e temere i suoi figli e cittadini, quanto tranquillamente e inesorabilmente le fauci della repressione totalitaria divorino figli e padri, madri, sorelle, nonne… Non c’è misericordia né pietà: le persone devono temere lo Stato, senza conservare energie mentali per fare altro».

Ma la cosa che più stupisce, prosegue Gordeeva, «è che, crescendo, alcuni di quelli che sono finiti negli ingranaggi della repressione abbiano conservato sia la capacità di amare la propria patria, sia quella di amare i propri figli, cui spiegavano che anche nelle sue manifestazioni più terribili la patria è la patria e non ce ne sarà un’altra (…). In questa storia c’è il tentativo di rispondere a una domanda importante per ognuno nella Russia di oggi: esiste qualcuno capace di resistere a un intero sistema? (…) Karetnikov ci è riuscito: ha accettato di intraprendere questa conversazione e questo viaggio perché la sua figlia minore, gli amici di lei e i loro figli e amici sapessero tutti cosa la patria può fare alla gente, e per impedire che ciò riaccada. Perciò lasciamo che la patria senta e sappia che noi ricordiamo e che ricorderemo tutto grazie a persone coraggiose come Georgij e Daša Karetnikov».

Gordeeva conclude la sua introduzione con una considerazione personale che sottolinea l’utilità e l’attualità di questo lavoro: «Io non ho mai parlato di queste cose, né ho fatto viaggi come questo con mia nonna, cresciuta nel campo dell’ALŽIR, né con sua madre che vi ha trascorso gli anni migliori della sua vita, e ciò mi riempie sempre di dolore. Questo libro mi ha restituito queste esperienze, rendendomele più vicine. Lo stesso accadrà a voi lettori, anche se non siete stati colpiti direttamente dalle repressioni. È un libro che riguarda tutti noi, perché parla della nostra patria».

In tempi in cui è difficile imparare dagli errori del passato e la memoria fa paura, bisogna ringraziare i protagonisti, gli autori e i curatori di quest’opera che hanno aggiunto un nuovo tassello alla storia della resistenza al totalitarismo, e le due realtà che hanno avuto il coraggio di sponsorizzare questo lavoro: Simon Mraz e la dott.ssa Helga Rabl-Stadler di Artists Solidarity Program Europe (ASoP), e Dialogbüro di Vienna.

Dasha Karetnikova, Katerina Gordeeva, George Probstein
Motherland hears, Motherland knows
Fotohof, Salisburgo 2025


(Foto d’apertura: Dasha Karetnikova)

Delfina Boero

È ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana. Fra i suoi interessi, la storia e la cultura della Repubblica Democratica Tedesca, la vita religiosa e culturale in URSS, nella Federazione Russa e nelle ex Repubbliche sovietiche.

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