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20 Gennaio 2026
L’artico, una questione di persone
Se ne parla ovunque, l’artico è la questione economica e strategica del momento. E l’artico russo non fa eccezione. Un libro ne ricostruisce le vicende. Ma c’è un punto di vista che sfugge all’attenzione, quello umano.
L’Arctique russe, un nouveau front stratégique (L’Inventaire / L’Observatoire franco-russe, Paris – Moscou 2024) è un libro breve, di poco più di un centinaio di pagine ma su un tema, l’Artico russo, che è evidentemente diventato di enorme attualità, tanto più dopo le azioni di Trump in Venezuela e le sue reiterate pretese sulla Groenlandia, motivate, sia per quel che riguarda i problemi strategici, sia per quel che concerne lo sfruttamento delle ricchezze naturali, con una serie di giustificazioni che, per il significato umano che hanno, rendono il tema ancor più attuale e bruciante, ben al di là del puro livello geopolitico o economico; più o meno, ha detto il presidente americano: «Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente. È l’unica cosa che possa fermarmi».
Gli autori di questo libretto, una storica e politologa e un geografo, sono due tra i massimi esperti nel loro campo: Marlène Laruelle, docente alla George Washington University, è tra l’altro una delle più profonde studiose del nuovo nazionalismo russo e del pensiero di Aleksandr Dugin, mentre Jean Radvanyi, esperto della Russia e del Caucaso, è professore emerito al prestigioso INALCO (Institut national des langues et civilisations orientales). Proprio i diversi campi di specializzazione dei due autori consentono loro di dare un giudizio composito al problema affrontato, sviluppandolo tanto nelle sue caratteristiche geopolitiche, strategiche ed economiche quanto nei suoi aspetti squisitamente umani, legati all’esistenza in un ambiente, il Grande Nord russo, che è insieme ricchissimo, ma assolutamente inospitale, scarsamente popolato, ma con un numero notevole di popolazioni originarie, almeno una quarantina.
È dalle ricchezze naturali di questo ambiente che vale la pena di partire. Come spesso è stato ripetuto dai pianificatori sovietici dei primi anni Trenta, quando iniziò lo sfruttamento sistematico di queste regioni, si tratta di una sorta di «tavola di Mendeleev» a cielo aperto, in una zona che «ospita appena 7 milioni di persone e genera tra il 10 e il 15% dell’intero PIL russo e un quarto delle esportazioni. Nel 2020 – continuano gli autori – l’80% del gas naturale e il 17% del petrolio erano stati prodotti nelle regioni artiche, e le riserve ancora inesplorate della piattaforma continentale sono immense». Oro, carbone, nickel, diamanti, terre rare in genere: c’è veramente di tutto.
Nello stesso tempo va ricordato che tutte queste ricchezze si trovano sparse in un territorio nel quale la vita è estremamente difficile per le conseguenze di quella che gli autori chiamano una vera e propria «tassa del freddo»: si va dalle difficoltà di collegamento legate alle condizioni climatiche estreme all’esistenza del permafrost, il gelo perenne che, per la connessa instabilità delle fondamenta, pone problemi gravissimi nella costruzione di edifici e rende del tutto disagevole la vita degli abitanti (con temperature che vanno oltre i -60°). Nei primi tempi dello sfruttamento intensivo di queste zone, quando i protagonisti erano soprattutto i detenuti dei lager (Solovki, Vorkuta, Pečora, Kolyma, ecc.), questo problema poté anche essere ignorato, visto che i prigionieri non avevano nessuna voce in capitolo; successivamente venne in parte aggirato con l’invenzione dell’orgnabor, un sistema di «premi e benefici diversi» a favore dei liberi che decidevano di lavorare in queste condizioni; ma oggi i problemi restano gli stessi, anzi, per certi versi si aggravano là dove le esigenze dell’urbanizzazione, legata allo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo, rendono necessaria la ricerca di nuove organizzazioni di vita, con lo sviluppo di diverse tipologie urbane: dalle città pioniere dell’inizio degli anni Trenta, si è passati ai nuovi centri amministrativi e di collegamento, e poi a una sorta di ancora più recenti «città dormitorio», che spesso non sono altro che semplici agglomerati di container termicamente isolati atti a ospitare tecnici o maestranze che lavorano per turni più o meno lunghi.

(D. Ryndin, pexels.com)
Sono proprio le condizioni climatiche a costituire oggi una delle questioni più interessanti per comprendere il valore e le prospettive di queste zone, dove i mutamenti del clima sono all’origine di sviluppi tanto positivi quanto negativi.
Per quanto possa sembrare paradossale, in queste regioni, il tanto deprecato innalzamento globale della temperatura ha, o potrebbe avere, anche dei risvolti positivi, al punto che Putin nel 2003 ha affermato: «Da noi, si sente dire spesso, un po’ scherzando, un po’ parlando seriamente, che per un paese nordico come la Russia un innalzamento delle temperature di due tre gradi non sarebbe poi così grave, e potrebbe anche essere benefico. Si spenderebbe di meno per cappotti di pelliccia e per indumenti caldi. E gli agronomi ci dicono che la produzione agricola potrebbe crescere».
Che fosse un’affermazione fin troppo superficiale è testimoniato comunque dal fatto che, poco dopo, nel 2004, Mosca ha comunque ratificato il protocollo di Kyoto che era stato lanciato, nel 1997, da Giappone e Unione Europea. E tuttavia l’innalzamento della temperatura mondiale può avere davvero per la Russia anche un risvolto positivo, legato allo sviluppo della cosiddetta Via Marittima del Nord (VMN): il riscaldamento del pianeta, ci ricordano i nostri due studiosi, ha infatti portato con sé una «riduzione spettacolare» delle dimensioni della banchisa, «passata da circa 7 milioni di km2 negli anni Ottanta a poco più di 4 oggi e anche a meno di 4 nel 2012 e nel 2020».
Ora, questo fatto rende possibile per le navi russe, e per periodi sempre più prolungati, usufruire di percorsi più brevi per collegare l’Europa e l’Asia, infatti la VMN è «lunga 5.770 miglia marine da Murmansk a Yokohama, contro le 12.840 della via che passa dal canale di Suez».
Restano senz’altro da risolvere ancora molti problemi prima che questa via diventi un’alternativa realmente privilegiata, sicura e definitiva; a questo proposito bisogna infatti tenere presente le pastoie burocratiche o le pretese economiche che le autorità russe hanno imposto a chi vuole servirsi di questa via, cui vanno aggiunte le tempeste improvvise e tremende, i contorni mutevoli della banchisa, l’inadeguatezza dell’attuale flotta di rompighiaccio russa, che oltre tutto diventa sempre più evidente per le sanzioni che la privano delle tecnologie necessarie e rendono estremamente complesso il mantenimento o il rinnovamento della flotta attuale; e non dobbiamo dimenticare poi che, oltre che per le sanzioni, questo problema è diventato ancora più grave quando, con la guerra, Mosca «ha perso anche l’accesso alla fabbrica ucraina Energomašspecstal’ di Kramatorsk, che la Russia ha bombardato nonostante producesse le componenti indispensabili ai suoi rompighiaccio, così che adesso deve trovare il modo per sostituire o produrre per conto proprio il 15-20% di componenti singole, occidentali o sud-coreane, attualmente sotto sanzioni».

(S. Kondratiev, pexels.com)
Tutti problemi, come si vede, ben lungi dal poter essere sottovalutati o risolti in tempi brevi; in questo senso la VMN è ancora tutt’altro che un concorrente reale del Canale di Suez: nel 2022, ad esempio, mentre la via nordica è stata seguita da un centinaio di navi, da Suez ne sono passate circa 23.000. Nonostante tutto, però, il tempo potrebbe lavorare a favore della VMN che, almeno in prospettiva, è una possibilità reale.
Accanto a questo aspetto positivo c’è però un’altra serie di problemi, che sono invece decisamente negativi dal punto di vista strategico. Il cambiamento climatico, rendendo le rotte sempre più lontane dalle acque territoriali russe, renderà la VMN sempre meno controllabile dalla Russia; e d’altro canto, «se l’arretramento della banchisa si amplifica, si può ipotizzare che navi straniere passino completamente al di fuori delle acque territoriali russe e quindi sfuggano al controllo che Mosca intende continuare ad avere su questa via».
Ottima dal punto di vista della navigazione civile, questa situazione lo è decisamente di meno dal punto di vista geostrategico militare: come ci ricorda infatti L’Artico russo, il cambiamento climatico, con la progressiva diminuzione dei ghiacci, «smantella la frontiera naturale che era rappresentata da secoli dalla costiera artica, e adesso rende possibile un accesso facilitato al territorio russo per le navi e i sommergibili stranieri, americani in particolare».
Non è un caso che la Russia abbia cominciato allora a riaprire vecchie basi e ne inauguri di nuove, mentre la Cina non sta certo a guardare, come ci ricordano anche le polemiche recenti legate alla vicenda della Groenlandia, ma come ci ricordano soprattutto i puri dati: tra il gennaio 2022 e il giugno 2023 sono state recensite 234 compagnie cinesi autorizzate a lavorare nell’Artico russo, cioè «l’87% in più rispetto all’anno precedente». Così, la militarizzazione dell’Artico, che a lungo, anche grazie agli sforzi della Russia, era stata evitata o tenuta sottotraccia, sembra oggi inevitabile.
In effetti, il 1° ottobre 1987, l’allora segretario generale dell’URSS, Michail Gorbačëv, nel suo famoso discorso di Murmansk, annunciando la nuova politica estera sovietica che avrebbe caratterizzato la perestrojka, aveva espresso il proposito esplicito di trasformare l’artico in una «zona di pace». Uno dei frutti di questa intenzione era stata la nascita del «Consiglio artico», un’organizzazione che comprendeva «gli otto Stati con territori al di là del circolo polare artico (Russia, Stati Uniti, Canada, Finlandia, Norvegia, Svezia, Islanda e Danimarca), con un nucleo strategico di cinque Stati che avevano accesso all’oceano Artico propriamente detto (Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca)».
Pur con tutti i limiti che si possono immaginare, con le provocazioni aeree russe (che erano iniziate ben prima di quelle recenti), il Consiglio aveva comunque funzionato in qualche modo fino allo scoppio della guerra; dopo, ogni collaborazione era venuta meno e le tensioni erano anche aumentate quando la Finlandia e la Norvegia, in particolare, avevano denunciato l’uso dell’arma migratoria (l’invio di migranti illegali attraverso le frontiere artiche) come una forma di «pressione politica».
E questo tema dei popoli (sul quale gli autori ritornano lungo tutto il libro) apre un ulteriore capitolo del problema, per certi versi il più decisivo e quello che, forse, potrebbe aiutare a imprimere una svolta importante alla situazione, nel momento in cui il destino degli uomini e dei popoli tornasse veramente a essere il centro della storia.
L’artico implica una storia di espansione coloniale, nella quale l’utilizzazione del termine osvoenie (fare proprio), per descrivere il fenomeno in quanto tale, non lo aveva certo privato delle caratteristiche tipiche di una conquista, con i relativi episodi violenti e con la conseguente riduzione delle popolazioni autoctone; anzi i puri dati sono qui abbastanza indicativi di cosa sia stato il colonialismo russo e sovietico, prima, e di cosa sia, attualmente, quello ancora russo, rispetto al colonialismo del tanto disprezzato Occidente: oggi «i popoli indigeni non rappresentano più del 5% della popolazione artica russa, una cifra che va confrontata con l’80% della Groenlandia o il 50% dei territori canadesi artici».
Questa situazione non è nata per caso, ma è l’esito di un percorso di espansione iniziato molto indietro nel tempo, in fondo dal primo Medioevo russo quando la repubblica di Novgorod si era allargata a conquistare la Carelia e poi la Russia era arrivata alla Siberia, al Pacifico e oltre, con l’Alaska passata sotto tutela russa nel 1741 e con le spedizioni di Bering finanziate da Pietro il Grande.
Si tratta di un percorso comune a tanti imperi, che ha avuto i suoi miti, che non erano certo finiti con il passaggio dalla Russia all’Unione Sovietica, anzi si erano pure accentuati per il nuovo impianto ideologico: nel nostro caso fu il mito dell’Artico rosso e sono oggi diventati persino più aggressivi, con «gli ideologi conservatori, nazionalisti o eurasisti come Aleksandr Prochanov [che] sono i primi a lanciare l’idea che il ristabilimento della presenza russa nell’Artico è una forma di “riparazione” per la perdita dei territori post-sovietici, in particolare dell’Ucraina».

(J. Shuraev, pexels.com)
Quello che è in gioco nella vicenda dell’Artico russo è dunque sicuramente una questione di sfruttamento del suolo e di sicurezza strategica, ma è anche il riaffacciarsi di un certo modo di intendere cosa sia un popolo e quale sia il valore di un’appartenenza e di una identità nazionale: non è un caso che nello stesso «Consiglio artico» le nazioni autoctone, pur essendo considerate membri permanenti, avessero uno statuto puramente «consultivo» e la cosa è andata progressivamente peggiorando nella Federazione russa, dove «l’attivismo dei popoli indigeni è stato gradualmente limitato dalle autorità»: «L’Artico resta innanzitutto un territorio economico da sfruttare, un deposito di materie prime che contribuisce in maniera eccezionale al bilancio e uno spazio strategico sul quale si proietta la sovranità dello Stato. La visione dell’Artico come territorio naturale e come zona di vita non è ignorata ma deve sottomettersi alla posta strategico-economica: il ruolo eccezionale della taiga e della tundra nella preservazione della biosfera planetaria, così come il rispetto dei diritti dei popoli autoctoni, sono pensati come secondari».
E oggi, con questa concezione che sembra essere condivisa anche dagli altri potenti della storia, diventa sempre più evidente l’importanza di un giudizio che vada alle radici dell’umano.
Le cose umane e i governi cambiano, ma c’è un criterio stabile per giudicare le cose umane, i governi e le istituzioni che gli uomini si danno: 1) come trattano i propri simili (i popoli), 2) come trattano la realtà materiale (la natura), 3) come trattano le leggi o i principi che riconoscono come superiori. Un potere non è più umano quando considera i cittadini del proprio paese o i membri di etnie minoritarie o straniere semplicemente come dei propri sudditi che non sono titolari di diritti umani universali (in primo luogo la libertà e il principio di autodeterminazione) e che comunque non hanno alcun diritto sulle terre che abitano e che addirittura erano loro appartenute.
Un potere non è più umano quando considera il proprio paese, la propria terra o le terre di tutti come qualcosa che va semplicemente sfruttato a dispetto di qualsiasi attenzione alla natura. Un potere non è più umano quando non riconosce una moralità superiore e pretende di darsi da sé una propria moralità autosufficiente, agendo in spregio delle norme del diritto internazionale o del diritto umanitario.
L’accertamento di queste caratteristiche – ed è uno dei pregi di questo piccolo ma fondamentale libretto – non corrisponde a una analisi puramente teorica, ma nasce dall’osservazione dei processi attraverso i quali si è venuta a creare la situazione attuale e nello stesso tempo, identifica le linee lungo le quali recuperare una dimensione pienamente umana tanto del vivere civile quanto dell’ambiente di cui la vita ha bisogno per svilupparsi: la libertà e la partecipazione reale di tutti alla gestione della propria esistenza in una condivisione effettiva delle responsabilità connesse a questo esercizio. Sono elementi che in condizioni normali possono anche non sembrare importanti, ma lo diventano invece là dove è in gioco la stessa sopravvivenza dell’umanità; e lo diventano ancora di più là dove la loro importanza risalta dall’esame oggettivo dei fatti, esente da ogni pregiudizio non verificato.
(Foto d’apertura: Holger J. Bub, pexels.com)
Adriano Dell’Asta
Già docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.
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