9 Gennaio 2026
L’idea cristiana di nazione è radicata nella divinoumanità
Nel corpo dell’umanità le nazioni rappresentano gli organi. Da servire e mantenere vivi non per se stessi ma perché collaborino all’opera della salvezza universale. Non un astratto universalismo, ma la risposta agli egoismi che dal pensiero MAGA al Mondo russo soffocano le persone reali.
IV PARTE
L’ampio risveglio di sentimenti e aspirazioni nazionali nel XIX secolo può sembrare a prima vista un grande passo indietro nel corso generale della civiltà cristiana. Dopo il sentimento di solidarietà religiosa tra le diverse nazioni che ha prevalso nell’Europa medievale sotto la comune bandiera della Chiesa; dopo l’ulteriore sviluppo della cultura, che ha dato alle forze spirituali dell’Europa alti e universali oggetti di servizio per tutta l’umanità – la scienza, la filosofia, l’arte pura, la giustizia sociale – che senso può avere un ritorno al principio pagano delle nazionalità, a un principio divisivo ed esclusivo? Per ogni popolo, infatti, il principio generale delle nazionalità si concretizza solo nel suo proprio carattere nazionale particolare che richiede un servizio esclusivo. In questo servizio alla propria nazionalità, popoli diversi, anche se non si scontrano direttamente, non possono comunque essere solidali tra loro. Se in forza del principio nazionale ogni popolo concepisce il servizio alla propria nazione come il suo scopo supremo, si condanna di per ciò stesso alla solitudine morale, perché questo scopo non può essere comune tra lui e gli altri popoli: il servizio al polonismo, ad esempio, non potrà mai essere uno scopo per un tedesco o un russo, e viceversa, il nazionalismo russo o tedesco non ha alcun senso per un polacco.
Se allo stesso tempo l’esaltazione del sentimento nazionale è accompagnata da una presunzione e da una senso di autosufficienza senza limiti, da un disprezzo ottuso e da un’inimicizia cieca nei confronti dell’altro; se la discordia storica diventa una sorta di ideale e le divisioni di fatto sono elevate a principio; se ogni popolo guarda agli altri o come eterni nemici e rivali, o come ruscelli che devono confluire nel suo, in breve se il sentimento nazionale si presenta solo sotto la forma dell’egoismo nazionale, allora non c’è alcun dubbio che si tratti di un ripudio del cristianesimo universale e di un ritorno al particolarismo pagano e veterotestamentario. E se questo egoismo nazionale è destinato a prevalere nell’umanità, allora la storia del mondo non ha senso e il cristianesimo è apparso sulla terra invano.

(Agusgeno/pixabay).
A ben vedere, però,
il principio delle nazionalità può essere presentato anche da un altro punto di vista: può presentarsi non come un’espressione di egoismo nazionale, ma come un’esigenza di giustizia internazionale, in base alla quale tutte le nazioni hanno un uguale diritto di esistenza e sviluppo indipendente.
In questa forma il principio di nazionalità non va oltre un comandamento negativo rivolto principalmente alle nazioni forti, affinché non sottomettano e non opprimano le nazioni deboli. Ma, anche supponendo che un certo popolo non oltrepassi i limiti della giustizia internazionale, non opprima e non distrugga gli altri popoli, questo non risolve affatto la questione del principio positivo della sua vita: di che cosa e in nome di che cosa vive, a che cosa serve? E se vive solo per sé stesso e in nome di sé stesso, servendo solo sé stesso, e anche osservando una sorta di giustizia negativa nei confronti degli altri popoli, cioè senza offenderli direttamente, sarà comunque colpevole di egoismo nazionale, di tradimento del Dio cristiano. Divinizzando la nostra nazione, trasformando il patriottismo in una religione, non possiamo servire un Dio ucciso in nome del patriottismo. Se la nazione viene messa al posto dell’idea suprema, che posto viene dato alla verità cristiana universale?
In realtà, la nazione non è un’idea superiore che dobbiamo servire, ma una forza viva, naturale e storica, che deve essa stessa porsi al servizio di un’idea superiore e con questo servizio dare un senso e una giustificazione alla propria esistenza.
Da questo punto di vista è assolutamente possibile coniugare il cristianesimo universale con il patriottismo. Infatti, se per noi l’unica verità universale risiede nella religione, nulla ci impedisce di riconoscere nella nostra nazione una forza storica particolare, che deve offrire in servizio alla verità religiosa il proprio sussidio particolare per il bene comune di tutte le nazioni. Tale visione, essendo innanzitutto religiosa, è allo stesso tempo nazionale, senza egoismo, e universale, senza cosmopolitismo.
Quando, però, ci viene richiesto innanzitutto di credere nel nostro popolo, di servire il nostro popolo, tale richiesta può avere un significato completamente distorto, del tutto opposto all’autentico patriottismo. Perché una nazione sia un oggetto degno di fede e di servizio, deve essa stessa credere e servire qualcosa di più alto e incondizionato: altrimenti, credere nel popolo, servire il popolo, significherebbe credere in una massa indistinta, servire la folla, e questo è contrario non solo alla religione, ma anche al semplice senso della dignità umana. L’oggetto degno della nostra fede e del nostro servizio può essere solo ciò che partecipa della perfezione infinita. Senza umiliare e ingannare noi stessi, possiamo credere e servire solo il Divino. Il Divino come realtà ci è dato nel cristianesimo, ed è al di sopra della nazionalità. Avendo ricevuto ciò che è superiore, possiamo inchinarci davanti alla nostra nazione solo se questa stessa nazione si pone al servizio della verità religiosa. Allora, servendolo, serviremo anche il nostro popolo o, per essere più precisi, parteciperemo attivamente al suo servizio storico-mondiale.
Da una simile unione (e non confusione) tra l’idea religiosa e l’idea di nazione, entrambe traggono beneficio. La nazione cessa di essere un semplice fatto etnografico e storico, riceve un senso e una consacrazione più elevati, mentre l’idea religiosa si ritrova con maggiore determinatezza, si colora e si incarna nella nazione e acquisisce in essa una forza storica viva per la sua realizzazione nel mondo. E quanto più grande è la forza della nazione, tanto più deve innalzarsi al di sopra dell’egoismo nazionale, tanto più deve consacrarsi al proprio servizio universale, perché a chi molto è dato, molto sarà richiesto.

(Svklimkin/pixabay).
Nella sua peculiarità primigenia, una nazione è una grande forza terrena. Ma per essere una forza creativa, per dare i suoi frutti, la nazione, come ogni forza terrena, deve essere fecondata da influssi esterni, e per questo deve essere aperta a tali influssi. Se la forza del popolo si chiude invece alle influenze esterne e si rivolge solo a se stessa, rimarrà inevitabilmente sterile. L’autocoscienza nazionale è una grande cosa, ma quando l’autocoscienza di un popolo si muta in una forma di autocompiacimento e l’autocompiacimento degenera in autodivinizzazione, allora la sua fine naturale è l’autodistruzione: la favola di Narciso è istruttiva non solo per le persone singole, ma anche per le nazioni intere.
Si paragona una nazione a una pianta, parlando della forza delle sue radici e della profondità del terreno in cui sono poste. E si dimentica che anche la pianta, per produrre fiori e frutti, non deve essere soltanto radicata nel terreno, ma deve anche essere al di sopra del terreno e deve essere aperta all’influenza degli elementi esterni, alla rugiada e alla pioggia, al vento libero e ai raggi del sole. Che cos’è la stessa pianta visibile nella sua forma tipica, con il suo tronco, i suoi rami e le sue foglie, che cos’è se non la ricerca incarnata di queste influenze esterne che stanno al di sopra del suolo, che cos’è se non l’incarnazione dello slancio verso l’alto e lo spazio, verso l’aria e l’umidità, la luce e il calore? Tanto più assorbe queste influenze benefiche, tanto più se ne compenetra, e tanto più sarà forte e ricca di frutti. Allo stesso modo, anche lo sviluppo di una nazione può essere fecondo solo nella misura in cui essa fa propria l’idea universale sovranazionale. Ma per questa assimilazione è necessario un certo atto di abnegazione nazionale, è necessaria la disponibilità ad accettare gli influssi illuminanti e vivificanti, da qualunque parte provengano, senza aspettare che il suolo nativo e vicino ci dia ciò che solo il sole lontano e un’atmosfera straniera possono darci.
In ogni caso, dal punto di vista cristiano, non possiamo comprendere il valore della nazione in sé e per sé, ma solo in relazione all’idea cristiana universale; dobbiamo vedere nel popolo una forza portatrice di Dio, necessaria per l’avvento del Regno di Dio e per la realizzazione della volontà di Dio sulla terra. In questo senso, il popolo non solo troverà il proprio posto nell’opera di Dio, ma potrà anche contribuirvi con la forza collettiva di questo servizio, che sarebbe inaccessibile ai singoli sforzi degli individui isolati.
Da questo punto di vista, anche il movimento nazionale del nostro secolo può essere giustificato e riconosciuto come un importante successo nel cammino storico dell’umanità cristiana. Quando l’autocoscienza nazionale1 è debole, la verità religiosa parla solo alle persone singole; quando l’autocoscienza nazionale si risveglia, questa verità può parlare anche a popoli interi2; e allora salva non solo la singola anima umana, ma anche l’anima delle nazioni, allora rigenera e illumina non solo i caratteri personali, ma anche quelli nazionali.
Con la formazione di alcune nazionalità nel mondo cristiano, la Chiesa stessa (sotto il suo aspetto umano) non si presenta più soltanto come l’assemblea dei credenti, ma anche come un’unione fraterna di popoli nell’umanità universale trasfigurata.
Solo riunendo in sé interi popoli, il cristianesimo può raggiungere la pienezza del proprio significato sociale e universale.
L’idea cristiana è la perfetta divinoumanità, cioè il legame interno ed esterno, l’unione spirituale e materiale di tutto ciò che è finito – l’umano e il naturale – con l’infinito e l’incondizionato, con la pienezza della Divinità per mezzo di Cristo nella Chiesa: per mezzo di Cristo, nel quale questa pienezza della Divinità abita corporalmente; nella Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose (Ef 1, 23).
Dando spazio in sé a tutto ciò che è positivo e santificando tutto, il cristianesimo deve accogliere in sé e santificare anche la nazione, il fattore più positivo e importante della vita umana naturale.
Il compito della religione cristiana è quello di unire il mondo intero in un unico corpo vivente, nell’organismo perfetto della divinoumanità. Gli elementi primari – le cellule di questo organismo – sono gli individui, ma un organismo perfetto non può essere costituito solo da cellule: per la pienezza della sua vita ha bisogno di organi più grandi e complessi. Tali organi nell’organismo dell’umanità divina sono i popoli e le nazioni.

(Arcaion/pixabay).
Questo organismo universale, essendo non solo naturale, ma anche spirituale, richiede un servizio spirituale anche ai suoi organi, cioè ai singoli popoli, richiede che essi lo servano con una capacità di iniziativa autonoma, libera e consapevole. Pertanto, il sentimento nazionale e il patriottismo, che cercano di mantenere e sviluppare l’indipendenza della nazione sia nella vita che nel pensiero, sono giustificati dal punto di vista di tutta l’umanità. Infatti, se le nazioni sono gli organi dell’organismo umano universale, che organismo sarebbe se consistesse di organi senza vita e senza forza, che umanità universale sarebbe se consistesse di nazionalità incolori e senza forma?
Ma affinché le preoccupazioni patriottiche relative all’indipendenza nazionale siano fruttuose e ineccepibili, bisogna ricordare due cose: primo, che, comunque la si voglia vedere, una nazionalità indipendente non è ancora lo scopo più alto e finale della storia, ma è solo un mezzo o un fine immediato; secondo, che per il conseguimento di questo scopo immediato non è affatto necessario fomentare l’egoismo e la presunzione nazionale, ma al contrario occorre risvegliare l’autocoscienza nazionale, cioè la percezione di sé come strumento utile alla realizzazione del Regno di Dio in terra.
In ogni caso, se vogliamo che un popolo sia forte e potente (sia per se stesso che per il Regno di Dio), non c’è nessun bisogno di indebolirlo ubriacandolo di presunzione. L’amor proprio, l’autocompiacimento e il culto di sé non possono in alcun modo rafforzare lo spirito di un popolo; al contrario, lo debilitano e lo corrodono. Se un popolo è pieno di sé, non è libero per grandi imprese universali. Se le forze del suo spirito sono tutte ripiegate su se stesso, egli è impotente per tutto il resto.
Né un singolo individuo né l’intero popolo possono manifestare grandi forze, né compiere grandi opere se non dimenticano se stessi, se non si sacrificano. Il patriottismo autentico richiede un’abnegazione non solo personale, ma anche nazionale.
(Traduzione e cura di Adriano Dell’Asta)
4 – continua
(Immagine d’apertura: Pixelia/pixabay).
Vladimir Solov’ëv
Vladimir Solov’ëv (1853-1900) è uno dei filosofi russi più importanti di tutti i tempi. In lui sono già presenti, a livello di sistema, tutte le idee che saranno all’origine della rinascita spirituale russa dell’inizio del XX secolo. Tra le sue opere ricordiamo: La Russia e la Chiesa universale, La crisi della filosofia occidentale» e «Islam ed ebraismo».
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