Novant’anni di Havel, e l’assurdo che aveva già previsto

10 Ottobre 2026

Novant’anni di Havel, e l’assurdo che aveva già previsto

Angelo Bonaguro

Nell’autunno 1976 l’apparato di sicurezza cecoslovacco apre un’inchiesta «segretissima» su un paio di incontri fortuiti con lo scrittore Václav Havel, di cui a inizio ottobre si sono celebrati i 90 anni. In un vecchio fascicolo d’archivio ritroviamo quel «monstrum» totalitario dal quale Havel ha messo in guardia la civiltà contemporanea.

«Non togliere i fogli dalla cartella! Non alterare l’ordine dei documenti! Non scrivere sui documenti!»: tre imperativi solenni, degni della custodia di un segreto di Stato, a protezione di un plico di 40 pagine «segretissime» che, in sostanza, raccontano una storia surreale. È quanto contenuto nel fascicolo dell’Archivio del Ministero federale degli Interni cecoslovacco, risalente all’autunno 1976, e dedicato ai contatti fortuiti avvenuti tra un paio di poliziotti e lo scrittore Václav Havel, che quest’anno avrebbe compiuto 90 anni.

È una vicenda che sembra proprio uscita dalla penna del drammaturgo, all’epoca dissidente e già da una decina d’anni sotto sorveglianza da parte della polizia politica, che nel fascicolo lo definisce «esponente della destra».

Dopo aver trascorso 9 mesi come operaio ausiliario «a far rotolare barili di birra vuoti» nel birrificio di Trutnov, in Boemia nord-orientale, nell’aprile del ‘75 Havel aveva indirizzato al primo segretario del partito comunista Husák una coraggiosa lettera in cui analizzava criticamente la situazione sociopolitica del paese, caratterizzata dalla «perdita dell’orizzonte assoluto» e dalla «crisi dell’identità umana». Nell’agosto 1976, inoltre, aveva firmato una lettera di scrittori e pensatori indirizzata allo scrittore tedesco Heinrich Böll perché intervenisse a livello internazionale a favore del gruppo rock underground dei Plastic People, in attesa di processo. Di lì a pochi mesi Havel avrebbe contribuito alla nascita dell’iniziativa civile Charta 77 per il rispetto dei diritti umani e civili.

Nel fascicolo con segnatura A 8/2 i.j. 3131  – declassificato nel 2008 – identifichiamo un primo «atto» della storia, che comincia in un pomeriggio d’agosto del ‘76 presso la casetta di campagna di Havel a Hrádeček, vicino a Trutnov, dove si presentano due uomini: il poliziotto Josef Vedral che accompagna l’amico Stanislav Kosař dal drammaturgo perché – secondo voci raccolte in un’osteria – Havel aveva spesso a disposizione dei «buoni Tuzex» (bony) da vendere. I cosiddetti bony erano in sostanza dei coupon che permettevano di acquistare beni d’importazione occidentale irreperibili sul mercato ordinario. Kosař «intendeva vendere la propria Renault 6 per 10.000 bony ma, per potersi acquistare una Simca 1501, aveva bisogno di procurarsene altri». Da qui la visita da Havel con Vedral che, presentatosi come poliziotto, avrebbe garantito che non si trattava di speculatori o contrabbandieri di valuta. «Arrivati presso la casa di Havel – dichiarerà Vedral durante il suo interrogatorio, – vidi in cortile un uomo e una donna, alla quale chiesi se il signor Havel fosse in casa; mi rispose di sì e che lo avrebbe chiamato. Rimanemmo ad attendere all’esterno della staccionata, e Havel si palesò dopo un paio di minuti».

Quel giorno tuttavia càpitano male, perché il drammaturgo bony non ne ha, e invita cortesemente i due sconosciuti a ripassare «verso fine anno». Ma «da allora – si legge nel fascicolo – Kosař non si è più recato da Havel, e ha aggiunto che non ha più cercato bony, poiché la moglie lo ha convinto a tenersi l’auto».

Fin qui un episodio apparentemente banale eppure, dietro le quinte, inizia subito a muoversi il carrozzone totalitario, che costituisce il fil rouge di tutta la vicenda: Havel non è uno qualunque, è «attenzionato» dalla polizia, perciò chiunque viene a contatto con lui corre dei rischi, diventa «colpevole» di aver allacciato una relazione, una prossimità che produce effetti a catena su chi sta intorno. Ecco infatti che chi sorveglia la casa di Havel registra la targa dell’auto di Kosař, il quale lo viene a sapere in modo informale dal suo conoscente maresciallo Novotný, anche se sulle prime non capisce se sia un avvertimento vero o solo uno scherzo. Non lo è: Novotný lo mette in guardia sul serio dall’aver a che fare con quello scrittore «che esprime aperto disappunto e riserve nei confronti dell’attuale corso politico».

Vedral finisce sotto inchiesta, viene interrogato dai superiori che da quei «5-7» minuti di innocente chiacchierata con il drammaturgo temono chissà quali fughe di notizie «inerenti all’attività di pubblica sicurezza», mentre a sua discolpa precisa di non sapere che Havel rientrava tra i soggetti di interesse operativo: «So soltanto che fa lo scrittore, e per il resto non lo conosco».

Era già successo che in quelle zone di provincia un agente fuori servizio fosse venuto a contatto con Havel: presso il dipartimento distrettuale esisteva il fascicolo operativo «Mercedes» a carico del meccanico Bohuslav Brzák, al quale lo scrittore si rivolgeva occasionalmente per la manutenzione dell’auto, e proprio presso quell’officina c’erano stati dei contatti tra Havel e il tenente Jiří Janečka – a sua volta incardinato presso il distretto di polizia locale, – che faceva eseguire riparazioni alla sua Mercedes da Brzák. E qui inizia il «secondo atto».

(leonardo.ai)

Coetaneo di Havel, secondo il fascicolo della polizia Brzák aveva un «atteggiamento ostile nei confronti dell’ordinamento socialista» ma evitava di esporsi pubblicamente; «non beve», aveva praticato l’automobilismo sportivo e faceva l’autista presso un’azienda agroforestale, ma la sua passione rimanevano i motori: «Nella sua officina dotata di eccellenti attrezzature esegue riparazioni e controlli di autoveicoli», soprattutto di marca Mercedes, «per clienti facoltosi di Praga e del distretto di Trutnov». Nonostante avesse tentato di mettersi in regola, gestiva l’officina senza alcuna autorizzazione, perciò era sospettato di «esercitare abusivamente attività d’impresa». Dal suo fascicolo risulta che «riceve telefonate e visite da cittadini della Germania Ovest che gli consegnano manuali e pezzi di ricambio», «gli piace parlare dei suoi contatti con persone in vista e dei suoi successi finanziari che ama ostentare estraendo dalle tasche banconote stropicciate da cento corone». Fra i suoi contatti figurano un funzionario del Ministero degli Esteri, un maggiore delle dogane «che gli fornisce pezzi di ricambio originali importati dall’estero» e il tenente Janečka «con il quale mantiene contatti confidenziali». Da ultimo, «ha instaurato rapporti con lo scrittore Václav Havel, da lui ha definito “un cliente molto generoso” che paga la manutenzione della sua Mercedes in contanti e senza badare a spese».

A causa degli incontri fortuiti con Havel, il nome di Janečka finisce nel fascicolo e il poliziotto viene ammonito dai superiori che gli intimano di evitare ogni contatto sia con lo scrittore che con il meccanico (cosa che non farà), pena l’adozione di severe misure disciplinari. Anche nel suo caso, i superiori vogliono accertare se durante gli incontri in officina «possa esservi stata una fuga di segreti d’ufficio o di Stato».

Nel «terzo atto» la scena si sposta dai boschi della Boemia nord-orientale nel mondo opaco degli uffici del Ministero degli interni. Qui a indagare è lo stesso ispettorato del Ministero, incaricato di vigilare sui poliziotti anziché sui cittadini, il che rende ancora più stridente la mobilitazione di un intero apparato per un affare di pezzi di ricambio e buoni Tuzex. A fine ottobre il tenente colonnello Oldřich Janů del  primo dipartimento, «a seguito dello studio dei documenti relativi ai contatti degli agenti di PS con lo scrittore Václav Havel», propone di verificare l’operato di Vedral e Janečka, di identificare il «maggiore delle dogane», di accertare «per quali ragioni il maresciallo Novotný fosse al corrente della registrazione delle targhe dei veicoli presenti nei pressi dell’abitazione di Havel» e infine di riesaminare il fascicolo «Mercedes» «per verificare eventuali omissioni o fughe di segreti d’ufficio». Così, sulla base della valutazione e dell’adempimento dei compiti proposti «sarà possibile stimare il grado di pericolosità della condotta tenuta dagli agenti nei loro contatti con lo scrittore o con i suoi conoscenti», in modo da poter «redigere l’informativa per il compagno Ministro dell’Interno» Jaromír Obzina.

A distanza di un mese, dopo trentun fogli timbrati e firmati da colonnelli e generali, nella relazione inviata al compagno ministro leggiamo che l’indagine interna ha escluso «rivelazioni di segreti di Stato o d’ufficio» da parte degli agenti coinvolti, che hanno agito con «sconsideratezza, ingenuità e impreparazione», e nei confronti dei quali vengono adottate «le opportune misure disciplinari (…) per via dei loro inopportuni contatti con elementi sotto sorveglianza».

Il rapporto termina sottolineando che «è stato infine riscontrato che la maggior parte dei contatti tra gli agenti di PS e Bohuslav Brzák era dettata da personali esigenze legate alla manutenzione di autoveicoli privati di marca Mercedes. A tutti i possessori di autovetture appartenenti al Corpo di PS verrà formalmente notificato il divieto assoluto di far eseguire riparazioni presso privati, ingiungendo di avvalersi esclusivamente delle officine autorizzate dallo Stato». È questo l’unico provvedimento concreto che l’intero apparato della sicurezza di Stato riesce a produrre dopo mesi di indagini «top secret» sui contatti casuali tra due agenti e «lo scrittore di destra».

(leonardo.ai)

Come ha spiegato il drammaturgo, nei suoi tre «atti unici» che risalgono a quegli anni (L’udienza, Vernissage, L’attestato), oltre a cogliere «i meccanismi sociali e la situazione dell’uomo in generale, schiacciato da questi meccanismi», ha inserito «il tema dell’individuo emarginato dalle strutture, che ad esse tiene testa, cioè il tema del dissidente». Non sappiamo se i protagonisti di questa vicenda siano poi diventati a loro volta «dissidenti», certamente vi possiamo scorgere elementi di quell’«auto-totalitarismo sociale» descritto nel famoso saggio sul Potere dei senza potere e scritto un paio d’anni dopo. In quelle pagine Havel indirizza

«un forte avvertimento alla civiltà contemporanea» (quindi non solo al sistema politico in cui viveva), mettendola in guardia dal «dominio totale di un potere ipertrofico, anonimamente burocratico ed impersonale, (…) un potere come universo del controllo, della repressione e della paura; (…) un potere che non riguarda più (…) un piccolo gruppo di dirigenti dispotici, ma che occupa e assorbe ognuno,

in modo che ognuno in qualche modo vi partecipa, anche se solo con il suo silenzio; un potere che nessuno detiene, perché è lui che, al contrario, possiede tutti; è un monstrum che non è guidato dalle persone, ma che al contrario le trascina in un ignoto spaventoso con il proprio automatismo (…) indipendente da tutti i criteri umani, compresa la ragione».


(immagine d’apertura generata con Gemini)

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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