Ricordiamoci dei prigionieri

27 Settembre 2026

Ricordiamoci dei prigionieri

Marta Dell'Asta

Cambiano i periodi storici e noi con loro. Oggi tornano i prigionieri di coscienza e sono diversi da quelli del vecchio dissenso sovietico. Ma non cambia il dovere della conoscenza e della solidarietà.

I tempi sono cambiati, e tutti lo vediamo. Ma nel rumore assordante della guerra e delle sue continue minacce non abbiamo, forse, posto sufficiente attenzione a un aspetto di questi tempi nuovi, il ritorno dei prigionieri di coscienza in Russia.

Nella storia della nostra rivista, sin dal 1960, c’è sempre stata un’attenzione particolare per chi era ingiustamente detenuto, di qualsiasi nazionalità dell’URSS fosse, di ogni credo o di nessun credo. Un ricordo che era tentativo di condivisione e solidarietà, e al tempo stesso motivo di riflessione, allargamento dell’orizzonte mentale.

Dagli anni ’90 pensavamo che quella triste necessità fosse stata definitivamente superata. E invece constatiamo oggi che è tornata nuovamente attuale. All’inizio ci sono stati alcuni singoli casi, poi sempre di più e sempre più gravi, come quello estremo di Naval’nyj, ma noi volevamo credere che fossero temporanee eccezioni. Non lo sono. È tempo che questi prigionieri li conosciamo, li ricordiamo, li nominiamo perché altri li conoscano.

È tempo, soprattutto, di rendere loro la stima e la gratitudine per quello che fanno: in Europa c’è (ancora) qualcuno che è disposto a perdere tutto – famiglia, lavoro, salute – per difendere la verità. Non sono eroi ma persone normali come ciascun di noi, però non accettano che la normalità possa significare assuefarsi a una vita insulsa, senza senso e ripiegata sulle proprie comodità. Questo non può lasciarci indifferenti, e non può non porci la domanda: io sarei disposto a fare lo stesso? Anche qui, in una situazione molto meno drammatica?

Il 19 settembre scorso, a New York, il giornalista russo Dmitrij Muratov, cofondatore di «Novaja gazeta» e premio Nobel per la pace, dagli studi della CNN ha lanciato il guanto di sfida: interessa a qualcuno la sorte dei prigionieri di coscienza russi? E ne ha nominati alcuni, facendo anche vedere delle foto inequivocabili, prima e dopo la detenzione, che lasciano intuire l’orrore che questi prigionieri devono subire. I loro nomi: Nadežda Bujanova, Aleksej Gorinov, Evgenija Berkovič, Andrej Šabanov; e noi aggiungiamo Jurij Dmitriev, che ha avuto un ictus nel lager giorni fa.

Muratov si sta spendendo anima e corpo per questa causa, rischiando anche più della libertà, visto che risiede ancora in Russia. Nel maggio scorso, collegandosi al nostro Convegno, ci aveva chiesto in modo accorato che proprio noi cristiani ci facessimo carico della loro difesa: «Non cadete nel peccato capitale dell’accidia», aveva detto. Anche Naval’nyj aveva detto, un giorno, che la cosa peggiore è «l’inerzia dei buoni».

Questo, per noi, c’entra anche con la speranza, che non è un patetico sentimento ma un lavoro costante e generoso per condividere e pregare, per spalancare gli orizzonti del nostro tranquillo egoismo.

D’ora in avanti pubblicheremo, ogni tanto, la storia di qualcuno di questi prigionieri. Servirà a qualcosa? Non lo sappiamo, ma servirà almeno a cambiare noi. Come aveva scritto padre Scalfi tanto tempo fa: «Meglio il grido disperato di Giobbe che una rassegnazione facilona e comoda».


(In apertura: Muratov mostra la foto del pianista P. Kušnir, morto in carcere nel 2024 – E. Burnett, x.com)

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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