4 Settembre 2026
Lida Moniava in tribunale
Fondatrice di un hospice pediatrico famoso in tutta la Russia, era stata al Meeting di Rimini 2024 per presentare il suo metodo straordinario per dare gioia ai piccoli malati. Ora è inquisita per calunnie contro l’esercito.
La notte del 2 settembre la polizia ha perquisito la casa di Lida Moniava, e l’ha poi condotta presso il Comitato investigativo di Mosca per essere interrogata. Le viene contestato un reato penale relativo a «notizie false» sull’esercito. Lei si è dichiarata innocente. Dopo l’interrogatorio non è stata rilasciata ma portata in un Centro di detenzione preventiva.
Il suo nome è noto anche in Italia, dopo che nel 2024 era stata presente al Meeting di Rimini con la mostra «Un mondo in cui ciascuno è importante. Hospice, storie di una Russia sconosciuta», che presentava la storia, gli intenti e il metodo dell’hospice pediatrico da lei fondato a Mosca, e che si chiama «la Casa del Faro». L’idea portante del suo metodo è che i piccoli invalidi o moribondi debbono poter gioire della vita, e tutto viene fatto a questo scopo, in una stretta collaborazione e compagnia affettiva tra personale medico e parenti, che vengono coinvolti fino in fondo in questa avventura. L’originalità dell’approccio ha reso incredibilmente famoso e richiesto l’hospice moscovita; un’esperienza che si può addirittura definire gioiosa e che contrasta con il clima plumbeo che si respira negli ospedali, e in generale nel paese.
Lida, trentanovenne, di fede ortodossa, è il cuore e il motore di un’impresa diventata imponente e quindi anche costosa, ma che si regge di giorno in giorno grazie alla fiducia nella Provvidenza e al contributo di molti sponsor, per una cifra che si aggira sul miliardo di rubli. Si pensi che solo nel 2025 l’hospice ha aiutato oltre 1100 famiglie, e che l’assistenza a domicilio ha registrato circa 15mila interventi. Ormai si parla di alcune centinaia di dipendenti per i servizi ambulatoriali, il reparto di degenza e le strutture di residenza assistita.

Con un piccolo ospite dell’hospice. (facebook)
In quest’opera Moniava ha messo la vita stessa; c’era stato un tempo in cui pensava che a trent’anni avrebbe avuto un marito e dei bambini, non è stato così, e tuttavia: «Quasi non vorrei dirlo. Ma non ho la sensazione che mi manchi qualcosa – ha detto. – Probabilmente, se avessi una famiglia mia, non avrei tante energie per il lavoro. Dal punto di vista non mio personale, ma dell’hospice, è meglio così». Questa ragazza tranquilla ed estrosa, che ama vestire di nero, ha fatto per i bimbi malati e i loro genitori molto di più di chiunque altro.
In che modo Lida è finita nel mirino degli organi inquirenti? Per dei post che aveva scritto nel 2023 riguardo ai fatti di Ucraina, perché lei è sempre lì, dove il dolore è più intenso, e lascia che quel dolore la attraversi. È stato così anche per la guerra. Aveva annunciato una raccolta di fondi per i profughi ucraini. Dopo il febbraio 2024 non si è posta il problema di emigrare, ma nemmeno si è posta il problema di dissimulare ciò che pensava sulla situazione. Questo perché è uno spirito libero che non conosce doppiezza: amare i piccoli fragili del suo hospice la porta naturalmente ad avere a cuore tutti gli infelici, vicini e lontani. La sciagura ucraina non poteva lasciarla indifferente. Così aveva scritto nel febbraio 2023:
«È già un anno che il mio paese invia missili, carri armati e soldati in Ucraina. È già un anno che, a causa di tutto questo, muoiono persone innocenti. (…) Quante persone innocenti hanno perso la propria casa a causa della guerra? Quante persone sono rimaste senza medicinali essenziali o non hanno ricevuto cure in tempo? Quante persone hanno trascorso mesi in un seminterrato? Quante famiglie e persone care sono state separate le une dalle altre? Come si fa a vivere quando da un momento all’altro tu e i tuoi cari potreste morire per l’arrivo di un missile?».
In un altro post aveva messo l’elenco dei bambini uccisi durante il bombardamento russo su Krivoy Rog.
Prima o poi tutti coloro che hanno scritto post contro la guerra finiscono nella rete delle nuove leggi, ma seguendo la logica meccanica della repressione gli inquirenti non si sono accorti di avere a che fare con una persona speciale.
Su Facebook russo si sono inseguiti commenti desolati e appelli ad aiutare, oltre alle raccomandazioni di evitare le invettive politiche: «Meglio piuttosto aiutate l’hospice – commenta un’amica. – Lì ci sono bambini a cui la vita ha già tolto praticamente tutto. Aiutiamo l’opera per la quale Lida Moniava vive ancora in Russia».

Il pubblico raccolto presso il tribunale. (Slovo zaščite)
Di fronte a un fatto così scioccante ma non imprevedibile, tanti suoi amici hanno invitato a pregare. Ma appena si è saputo che il 3 settembre ci sarebbe stata l’udienza preliminare, è iniziato un movimento imponente, soprattutto di famiglie di bambini malati, portatori di disabilità che lei segue; gente che non si muoverebbe per la politica ma per lei sì. Per lei e per tutto quello che attraverso Lida hanno riscoperto: la dignità, il rispetto, l’amore senza limiti. Per questo si sono ritrovati in tanti fuori dal tribunale.
«So per certo che diverse persone ripetevano a Lida che doveva andarsene, prima che la mettessero dentro. Così come lo avevano detto a Ženja Berkovič e a Lev Šlosberg. Nel suo arresto non c’è nulla di inaspettato. Resta comunque terribile e amaro», ha scritto Valerij Panjuškin, suo amico e corrispondente di Radio Svoboda. Ma a questo proposito il commento di Svetlana Panič coglie nel segno: «Chi filosofeggia che bisognava andarsene prima, non capisce che ci sono persone per le quali la vita va oltre la semplice sopravvivenza fisica, e che sono proprio queste persone a sostenere il mondo, salvandolo dal degrado attraverso le loro azioni quotidiane. Lida e l’hospice pediatrico da lei fondato aiutano chi soffre di più. Non solo li aiutano, ma restituiscono loro la vita, la loro vita».
Anche il biblista Andrej Desnickij lo ha detto, con altre parole: «Nella mia vita ho incontrato molte ottime persone. Ma ci sono persone-faro: persone su cui misuri la tua stessa vita. Non è necessario imitarle, e comunque non ne avremmo la forza. Ma vale la pena misurarvisi. Lida è una di queste. È evidente che la sua scelta di rimanere nel paese e fare ciò che è giusto non è una sciocchezza, non è inerzia, né conformismo. È una scelta consapevole e ponderata, come ha scritto lei stessa. Direi che si tratta di un’impresa eroica, nel senso più alto e migliore del termine. Pochi riescono a essere un faro. Ma senza i fari la vita sarebbe davvero difficile».
Ed ecco cosa aveva scritto Lida stessa sul fatto di andarsene o restare: «…ho ricevuto molte toccanti offerte di aiuto per emigrare e lettere in cui le persone cercavano di convincermi che dovevo lasciare la Russia. Per qualche motivo, molti hanno letto il mio post sulla scelta tra la luce e le tenebre come una scelta tra partire e restare. Ma io intendevo un’altra cosa: la scelta tra la luce e le tenebre dentro l’essere umano.
Per me personalmente è molto importante e interessante essere adesso in Russia. Questo ha meno a che fare con il lavoro e molto di più con il cristianesimo. Mi interessa moltissimo la questione della scelta personale dell’essere umano tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Vivere in Russia durante la guerra mi ha aiutato a formulare con grande chiarezza i miei valori e a stabilire il prezzo che sono disposta a pagare per essi. Sono stranamente grata proprio per questa chiarezza e per questa cristallizzazione: al tempo e alla situazione in cui mi sono trovata.
Quando la situazione esterna è tranquilla e prospera, la necessità di fare delle scelte si presenta molto più raramente. Si può vivere per anni, o persino per decenni, senza trovarsi di fronte a una vera scelta…
Quanto peggiore è la situazione fuori – quando intorno ci sono guerra, repressione e ogni sorta di tragedia – tanto più le scelte personali tra il bene e il male si presentano davanti all’essere umano a ogni passo. E questa scelta può costare carissima: si possono perdere il lavoro, i soldi, il potere, la libertà, la salute e, come abbiamo visto ora, la vita. Più dura è la situazione, più alte diventano le poste in gioco, e più costa e significa la tua scelta. Più difficile diventa scegliere, più aumentano i dubbi, le valutazioni, la paura. E più prezioso e importante diventa ogni passo verso la luce».

Tra il pubblico erano presenti anche ospiti della «Casa del Faro». (Slovo zaščite)
E ancora, in un post su Telegram del marzo 2025:
«Ultimamente la gente in Russia spesso dice di essere costretta a tacere o a fare ciò che non vorrebbe perché vuole conservare qualcosa che ritiene importante. (…)
Sono tre anni che penso a questa questione e mi sembra che il problema stia nella gerarchia dei valori. Che cosa mettiamo al primo posto. Se al primo posto abbiamo la nostra opera, il teatro, l’ospedale, la comunità, il posto di lavoro in una struttura statale, ecc., saremo pronti a sacrificare il resto per conservarlo. Se invece al primo vengono Dio, la verità, la giustizia, allora cercheremo di custodire innanzitutto questi. Pur di non venir meno alla verità. Pur di non tradire la giustizia. Pur di non perdere il rapporto con Dio.
Mi sembra che Dio, la verità e la giustizia siano la cosa fondamentale: la sorgente e il fondamento di tutto questo, senza cui tutto il resto crolla e non resiste. Ed è anche l’unica cosa che effettivamente è in potere della persona, che dipende solamente dalla persona stessa.
Certo si vorrebbe conservare l’opera che abbiamo tra le mani, ma sono convinta che se un’opera è necessaria agli occhi di Dio, in un modo o nell’altro continuerà ad esistere. Se invece non è così necessario, non sarà una grande perdita se non dovesse continuare.
Mi sembra che sia importante decidere che cosa viene al primo posto nel nostro sistema di valori e in base a questo regolarsi con tutto il resto. Oggi per chi è rimasto in Russia, è venuto il tempo realmente propizio per questo lavoro. Nessuno può esimersi da questa decisione».
La giornalista Katerina Gordeeva ricorda di averle chiesto una volta: «Non ha paura?», e Lida aveva risposto: «Io sono credente. Ho più paura di cominciare a mentire. Naturalmente chiunque ha paura della prigione. Anch’io ho paura. Ma la cosa più terribile è perdere la dignità».
Nel tardo pomeriggio di giovedì 3 settembre, quando è ormai buio, Lida esce dal tribunale alla fine dell’udienza preliminare, ed è accolta da una folla entusiasta di amici, colleghi, malati e parenti dei malati, sostenitori. Un vero movimento di piazza, spontaneo ma fermamente intenzionato a stare lì tutto il tempo necessario. Grida, fischi di gioia, molti scandiscono il suo nome: un’accoglienza così è una cosa rara e preziosa, di questi tempi; qualcosa che esce dalla norma stabilita. Ai giornalisti Lida racconta che il giudice ha cercato di convincerla a dichiararsi colpevole, ma lei si è rifiutata.

Al termine dell’udienza, circondata dai sostenitori. (telegram)
Ora ci sarà il processo, ma nell’attesa Moniava non starà in cella d’isolamento, le hanno dato la libertà vigilata con alcune restrizioni: non può uscire di casa tra le 20 e le 8; non può incontrare i testimoni del suo caso giudiziario; non può usare internet. Già questa è una piccola vittoria, un trattamento speciale, che non concedono quasi mai a gente con le sue accuse.
Eppure, queste cose succedono, per una logica della realtà che non è quella del potere. Nell’agosto di quest’anno, Lida aveva scritto un post rivelatore e, in qualche modo, anche profetico, capace di spiegare persino le strane forme di resistenza civile viste oggi, forme che sembrano schiacciate definitivamente e invece continuano a sorprenderci ricomparendo di nuovo: «Comunque, la forza sta nella debolezza. Sta in ciò che è semplice, piccolo, vulnerabile, indifeso, ingenuo, vecchio, logoro. Umano, poco attraente, storto e sbilenco, individuale. Con un’anima e una storia. Preferisco gli alcolisti agli sportivi. La debolezza e il talento alla forza e al potere…».
(Foto d’apertura: OVD.info)
Marta Dell'Asta
Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».
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