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11 Settembre 2026
Padre Romano, un amico di famiglia
Da una conferenza ascoltata nel 1957 è nata un’amicizia con padre Scalfi che ha accompagnato mezzo secolo di lavoro culturale, tra rivista, samizdat, traduzioni e libri sulla Russia sommersa. E insieme le tappe più private di una vita, dal matrimonio ai battesimi, alla morte della madre.
Ho conosciuto padre Romano Scalfi nei primi mesi in cui aveva iniziato la sua attività a Milano, tra fine 1957 e inizio 1958, a una delle conferenze sulla Russia cristiana che, insieme ai confratelli Pietro Modesto e Nilo Cadonna, teneva su invito delle parrocchie milanesi. Allora a monopolizzare l’interesse dei giornali erano più che altro le grandiose realizzazioni dell’URSS da una parte e le malefatte del comunismo sovietico dall’altra, a seconda dell’orientamento della testata. Non erano stati comunque ancora del tutto dimenticati i «fatti» d’Ungheria, né primi né ultimi di una triste sequenza di repressioni e menzogne. Però i racconti dei sacerdoti, «freschi» degli studi al Russicum, riguardavano altro: una Russia sommersa e silente della quale in Italia non si leggeva quasi da nessuna parte, della quale nessuno parlava e del meraviglioso mondo culturale, spirituale e devozionale che la sosteneva e alimentava.
Le mie origini russe e lo star vivendo (e ci sarei vissuto fino ai miei 25 anni) in una famiglia di lingua russa e di religione cristiano-ortodossa, mi rendevano quel mondo già più vicino. Accompagnavo infatti sin da piccolo mia nonna alla liturgia ortodossa che in un appartamento in una via laterale di corso Buenos Aires veniva celebrata, quando possibile, da un sacerdote che per questo veniva appositamente da Nizza. Se ero troppo irrequieto venivo relegato su una sedia nell’ampio vestibolo, davanti a un quadretto che rappresentava Maljuta Skuratov, il sicario di Ivan il Terribile, che guatava nell’ombra il metropolita di Mosca Filippo II, assorto in preghiera, prima di strangolarlo.
Vedevo e sentivo mia nonna, a casa in piedi orante davanti alle icone, e in chiesa i Gospodi pomilui, gli infiniti ieratici inchini e solenni segni di croce dei fedeli, e il canto del coro dal kliros dietro la grande immagine del Cristo in croce illuminato da una distesa di candele accese.
Con gli anni avevo cominciato a frequentare la biblioteca russa in uno dei due edifici che costituiscono tuttora la cosiddetta «Porta Venezia»; ci andavo con mia madre a prendere in prestito qualche libro. Un giorno, una tragica notizia aveva scosso la piccola comunità di emigrati-profughi russi a Milano: il bibliotecario, uno di loro che insieme alla patria aveva perso ogni cosa e viveva tutto solo in dignitosa povertà, non aveva più retto e si era impiccato.

La statua di Stalin a Essentuki, in una cartolina del 1938. (pastvu.com)
Anche per mia madre e mia nonna la perdita della patria aveva significato il disastro della famiglia, il capofamiglia – un italiano russificato, in Russia dal 1895 – era stato arrestato nel primi mesi del 1938, a Essentuki (Kislovodsk, Stavropol’) alle pendici del Caucaso dove vivevano e probabilmente subito ucciso in un sotterraneo del NKVD, e comunque senza più far ritorno. Per l’orfana e la vedova la forzata emigrazione, entro lo stesso anno, era stata amarissima.
Per me e mia sorella Lidia, nati dal 1941 in poi in Italia da padre italiano presto assente, essere cresciuti con mamma e nonna aveva significato conoscere ogni giorno per anni l’amore e dedizione senza limiti che può talvolta nascere da privazioni e sofferenze anch’esse sconfinate. Con il lenimento, dalla nonna specialmente, della narrazione di una Russia sempiterna fortemente idealizzata. Ma, proprio negli anni del boom economico italiano, la nostra precaria situazione sociale aveva comportato che iniziassimo a lavorare a 14 anni (mia sorella) e a 17 (io).
Racconto questo per tratteggiare in qualche modo l’immagine che avevo potuto farmi dai 12-13 anni in poi, della Russia e di «noi» russi. Era per me qualcosa di altamente drammatico, che meritava comunque un grande amore e una grande nostalgia, uno scrigno di tesori morali e spirituali e di abissi di abominio fratricida che negavano il sembiante stesso dell’uomo creatura di Dio. E da quella stessa età, alimentavo questa percezione con le predilette letture orientate su Dostoevskij e Gogol’. Mia nonna Lidija preferiva Turgenev e Čechov, era una socialista e una tolstoiana, e credeva nella reincarnazione come strumento della giustizia divina dopo la morte, ma era comunque, l’ho già accennato, una fervente ortodossa. Mia madre, orbata del padre a 18 anni, aveva una fede «bambina» nel «buon Gesù».
Questo il «bagaglio» religioso, sentimentale e culturale con il quale mi sarei «tuffato» per un ventennio nel mondo di «Russia cristiana», impegnandomi nelle sue iniziative, promuovendone alcune, specie quelle editoriali, una sfera d’attività che sarebbe divenuta il mio approdo professionale (dapprima da redattore interno alle case editrici ma ben presto da «libero battitore», traduttore e curatore, volta a volta per questo o quell’editore).

L’album dedicato alla Lotta antireligiosa nell’URSS. (© FRC)
All’inizio degli anni Sessanta, anzi proprio nel gennaio 1960 nasce la rivista «Russia cristiana ieri e oggi» e dell’«oggi» fa parte sulle sue pagine la documentazione assidua e accurata, basata sulla stampa sovietica ufficiale, della violenta propaganda antireligiosa nell’epoca chrusceviana, uno dei temi maggiormente trattati allora da padre Romano. Ed è con padre Romano che abbiamo realizzato in quel torno di tempo, un singolare album di grande formato rilegato a spirale ma anche nella versione «mostra itinerante» (nelle parrocchie) a tavole mobili, stampate su cartoncino leggero.
Erano sessantaquattro tavole a due colori su La lotta antireligiosa nell’URSS, una documentazione «dalle fonti sovietiche più recenti», formata da dati, statistiche, citazioni e vignette tratte da testi ufficiali, libri, quotidiani e riviste sovietiche, tra il 1959 e il 1965, ordinati in sezioni e illustrati anche da fotografie delle pagine e/o copertine relative alle citazioni. Altre immagini illustravano la vita quotidiana dei cittadini sovietici destinatari di questa propaganda.
Ricordo che molte belle fotografie ero riuscito ad averle gratuitamente dall’Agenzia internazionale Publifoto, che aveva voluto sostenere quella nostra «giusta battaglia». E l’impaginazione, importante visto il tipo di pubblicazione, l’aveva realizzata, a titolo di contributo personale, un grafico, mio coetaneo e compagno di arrampicate, anche sulle Dolomiti che sovrastano la Tione di padre Romano. Questo per dire quanto fosse importante e meritevole il lavoro di tanti giovani volonterosi, ragazzi e ragazze, in quegli anni «pionieristici».
Anche sul tema del samizdat e dell’inakomyslie, il «dissenso» nell’URSS, il Centro studi e la rivista sono stati tra i primi in Italia ad occuparsene. Forse il maggior «successo» editoriale di quegli anni sull’argomento è stato un altro volume illustrato, con oltre 100 fotografie, in coedizione Russia Cristiana e Mimep, entrambe Associazioni non a scopo di lucro, più volte ristampato e diffuso in migliaia di copie. Redazione e ricerche: S.R. e R.S.; grafico, sempre gratis et amore… una collega nella grande casa editrice dove all’epoca lavoravo.
Di altre iniziative, come i numerosi libri pubblicati dall’Editrice milanese Jaca Book e la successiva impresa, all’inizio del tutto autonoma (tra il 1976 e il 1981) della Cooperativa editoriale «La Casa di Matriona» (cinquanta titoli) avranno senz’altro scritto, rispondendo all’attuale invito, altri «vecchi» amici e sodali della «prima Russia Cristiana».
Già, la «prima Russia Cristiana»… Quella avventurosa, talora spericolata, di chi rischiava l’arresto nei viaggi in URSS, di chi scriveva sulla rivista sotto pseudonimo, per non vedersi negare il visto di ingresso sovietico indispensabile ai suoi studi – padre Romano si firmava con un suo ingegnoso anagramma – di chi, pur avendone pienamente i titoli, non superava un concorso universitario a causa di un articolo sulla nostra rivista… ma anche quella dei fine settimana in villa e nel parco di Seriate – padrone di casa, impagabile, padre Nilo – con liturgia e preghiera comunitaria, ma anche allegre serate, canore e teatrali, e bevute attorno al fuoco…
Nella temperie di questi primi anni di RC, che avrebbero segnato la mia vita adulta, ho trovato, e questo non riguarda solo padre Romano, ma anche alcuni altri, un entusiasmo «giovane» e autentico per il nuovo che sembrava volersi fare strada in Russia, nonché la fede nei valori tradizionali che avrebbero potuto costituire la forza di un’autentica rinascita del paese contro la desolazione del cieco totalitarismo ateo (e si erano prese le mosse proprio dal tema della libertà religiosa). La liturgia, le icone, i corsi di lingua accompagnavano molti giovani ad accostarsi, per i propri studi o anche per scelte più impegnative, a quel mondo così lontano ma che poteva in via Martinengo a Milano o a Seriate, farsi tanto vicino.

Da sin.: Ju. Mal’cev, p. Scalfi, S. Rapetti e G. Codevilla a Villa Ambiveri nel 2012. (© FRC)
Ma devo adesso accennare a ciò che nel tempo più mi ha legato a padre Romano, e sono i legami famigliari. Mi rendo conto che queste reminiscenze su ciò che più mi ha coinvolto nel mio sodalizio con lui – sparsi ricordi privati e affettivi – diranno senz’altro poco del contributo di apostolato e di dottrina del nostro otec (padre) alla causa della «santa Russia» e della Chiesa universale, ma tant’è… questo è quanto di più prezioso mi è rimasto di lui. E costituisce una testimonianza forse non inutile sulla figura umana e cristiana di padre Romano, come anche richiesto dalla opportuna iniziativa alla quale queste note intendono rispondere.
Sul territorio della basilica milanese di Sant’Ambrogio, proprio accanto ad essa, si è conservata una chiesetta di origini settecentesche, San Sigismondo. Qui il 2 ottobre 1965, celebrante padre Romano e direttore del coro padre Modesto, Lella e io ci siamo sposati con il rito cattolico-bizantino. Le corone che in quel rito vengono tenute dai testimoni sul capo degli sposi hanno consacrato un’unione che in tutto sarebbe durata sessant’anni.
Mia moglie Lella, che si sarebbe rivelata l’autentica colonna della famiglia (in ciò aiutata da mia madre, allora giovanile e piena di energie) e i nostri figli sono stati da sempre nell’affetto e nell’attenzione di padre Romano e di padre Nilo (tre su quattro dei figli sono stati battezzati dai due sacerdoti). Padre Romano in particolare stimava grandemente mia moglie per la sua devozione mariana e le virtù materne; nei lunghi anni in cui egli ha avuto l’ufficio milanese in un’ala del monastero delle Agostiniane a Città Studi, dove disponeva anche di un appartamento, e che distava meno di duecento metri da dove abitiamo noi, ci siamo scambiati visite e pranzi e condiviso messe e preghiere. Nonostante il mio allontanamento dalle attività di Russia Cristiana e i molteplici impegni di padre Romano, nelle due giornate di trasferta da Seriate a Milano egli ha sempre trovato il tempo per ricevermi, per parlare di Russia, di novità editoriali, iniziative auspicabili, fatti del giorno.
Da ultimo un ricordo che riguarda padre Romano e mia madre Irina: quando una serie di ictus l’ha ridotta morente in un ospedale di provincia, padre Romano è accorso al suo capezzale e ha passato un tempo per me interminabile a parlarle. Mia madre non connetteva più e il suo linguaggio era un febbrile guazzabuglio di frasi smozzicate che mescolavano parole russe a italiane declinate come in russo e inesistenti lemmi ibridi tra le due lingue. E Romano tenendole le mani cercava di calmarne lo spavento, di consolarla e farla pregare.
La mamma di Lidia e mia è morta quarant’anni fa, il 15 febbraio 1986, e padre Romano ha celebrato i suoi funerali nella cappella del cimitero milanese di Lambrate, ne ha ricordato la vita irta di difficoltà e il generoso coraggio. Non si era potuto lasciare aperta la bara fino all’ultimo, come nell’usanza russa; in compenso, quando preceduti dall’officiante, quattro addetti l’hanno accompagnata fino alla fossa, seguiti dai dolenti, nel non breve tragitto – quasi un saluto dall’amatissima Russia – ha cominciato a nevicare a larghe falde sul piccolo corteo.
(Foto d’apertura: p. Scalfi con S. Rapetti a Roma, nel 2006 • © FRC)
Sergio Rapetti
Traduttore e consulente editoriale, ha promosso e tradotto numerosi testi di letteratura e saggistica russa dell’epoca del dissenso, da Solženicyn a Sinjavskij a Šalamov, da R. Medvedev a Sacharov, a Tarkovskij, da Aksjonov a Čukovskaja. Nei decenni 1970-1980 ha contribuito, operando nell’ambito di importanti organizzazioni internazionali, alla realizzazione di numerose iniziative di sostegno alla libertà del pensiero e della cultura in URSS.
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