La voce di un «invisibile» ci arriva dalla Siberia

14 Luglio 2026

La voce di un «invisibile» ci arriva dalla Siberia

Michail Afanas’ev

Michail è un giornalista della lontana provincia ma non si è mai sentito inutile, anzi ha scelto il giornalismo d’inchiesta. Lo hanno arrestato nell’aprile del 2022 per aver condannato l’invasione, e ora sta scontando una pena di 5 anni e mezzo. La sua coscienza cristiana e civile emerge chiara dalle lettere che scrive dalla prigione.

Michail Afanas’ev (1976) è caporedattore del giornale indipendente «Novyj fokus» (Abakan, Repubblica di Chakasija), giornalista d’inchiesta pluripremiato e già in passato accusato di diffamazione per un servizio sul disastro della centrale idroelettrica di Sajano-Šušenskaja: il crollo di una turbina, nel 2009, che causò 75 morti e che le indagini attribuirono ad anni di manutenzioni trascurate. Afanas’ev venne poi assolto, ma secondo l’ONG per i diritti umani Memorial questa è la prova che il giornalista era già scomodo alle autorità ben prima della vicenda attuale.

Il 4 aprile 2022, poche settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Afanas’ev ha scritto in un articolo che undici agenti dell’OMON (la polizia antisommossa) della Chakasija si erano rifiutati di partire per l’Ucraina, dopo che una colonna della Guardia nazionale russa era stata annientata nei primi giorni di guerra vicino a Kiev, con perdite che i vertici avrebbero cercato di occultare. Arrestato, è stato accusato ai sensi dell’art. 207.3 c.p. che punisce la «diffusione di notizie false» sulle forze armate. Nel 2023 è stato condannato a 5 anni e mezzo di colonia penale a regime comune.

Memorial lo considera un prigioniero politico: da un lato perché ritiene l’articolo 207.3 una norma intrinsecamente liberticida, vaga al punto da rendere impossibile per chiunque sapere in anticipo cosa sia lecito dire sulla guerra; dall’altro sottolinea il profilo del perseguitato – un giornalista «dell’opposizione» – come indizio di una persecuzione mirata più all’uomo che al singolo articolo.

Nella sua ultima parola al processo si era rivolto ai figli dicendo: «Quel che mi è successo non intacchi in alcun modo la vostra fiducia nel lato migliore delle persone. Ricordate ciò di cui abbiamo parlato insieme: aiutare i più deboli, la misericordia e l’amore sono ciò che c’è di meglio in voi». Afanas’ev è tuttora detenuto nella colonia IK-35 in Chakasija.

 

Salve, cari Giuseppe e Fiorenza, Sofia, Alessandro e Maksim!

Avrei dovuto scrivervi molto prima, ma avevo tanta voglia di raccontare tutto dettagliatamente, che ho continuato a rimandare finché non è arrivato dicembre. Molte grazie per l’opuscolo sul miracolo di Lanciano. Quando ho letto la testimonianza, ho riflettuto su quanti miracoli ci sono nel mondo nelle varie religioni, e come il fatto di conoscerli può dare una visione più completa di tutta la vasta gamma dell’umanità e arricchire la conoscenza reciproca.

La voce di un «invisibile» ci arriva dalla Siberia

Icona della Madre di Dio di Albazin. (livejournal.com)

Se vivrò abbastanza, vi regalerò senz’altro l’icona della Madre di Dio di Albazin. In Russia è stata immeritatamente dimenticata, anche se a lei sono legati alcuni grandi avvenimenti della storia della Siberia Orientale nel XVII secolo. Inoltre, l’immagine è molto bella e protegge le future madri. Io e altre persone che condividono i miei ideali, avevamo fatto stampare alcune centinaia di copie dell’icona di Albazin in formato cartolina e le avevamo donate ai nostri concittadini nelle vie delle città della Chakasija. Questi ricordi mi riscaldano ancora il cuore.
Vi ammiro in particolare per aver adottato Alessandro e Maksim dalla Russia. Un atto come il vostro è di per sé una testimonianza che Gesù vive in mezzo a noi e agisce tramite le persone. Come si canta in una delle mie canzoni preferite: «A volte la nostra vita si riempie di fiori. Vuol dire, amico mio, che Lui è passato in mezzo a noi. Ma vederlo non è facile». Il Signore è entrato nella vita di Alessandro e Maksim con i vostri volti, cari Giuseppe e Fiorenza. Voi lo sapete anche senza che ve lo dica io, ma sappiate che sono molto fiero di voi e vi ammiro. E tra i progetti per il futuro che annoto nel mio taccuino, c’è anche quello di vedere un giorno i vostri splendidi figli adottivi.

Recentemente non sono stato tanto bene, forse perché ero stanco, o forse per un’infezione che non dà tregua al mio organismo. In posti come questi, vengono all’improvviso dei pensieri tristi sul proprio futuro. Anche il mondo sta affondando sempre più nella follia, capita ormai di sentire questa spaventosa combinazione di parole: «Guerra contro l’Europa», che a me, che ho vissuto durante l’infanzia la guerra fredda, sembra l’impossibile reincarnazione, brutta a priori, di tutto il peggio che è accaduto in passato. Così, a volte viene voglia di gridare al mondo intero: «Ricredetevi, fermatevi. Per amore del futuro dei vostri figli e dell’umanità, ricordatevi per che cosa state al mondo». Ma… è per questo che sono in prigione.

Di recente mi sono arrivate delle fotografie dell’ennesimo lavoro di riordino della fossa comune dei bambini della Chakasija e delle famiglie di Krasnojarsk alla stazione di Minino. Il 2 giugno 1959 le loro vite sono state spezzate da un terribile incidente ferroviario, che è stato tenuto nascosto al mondo1. Guardando la foto, mi è venuta l’idea di lasciare agli amici europei una testimonianza della mia professione e del posto che questa occupa nella vita.

Ci sono due fantastici ragazzi, uno si chiama T. G., l’altro D. M., loro non hanno mai conosciuto i propri genitori, che hanno rinunciato a loro appena sono venuti al mondo, perché disabili. Il nostro sistema di tutela sociale dei bambini orfani li ha considerati malati incurabili e ha disposto che vivessero per sempre in un istituto. Ma non sapevano con chi avevano a che fare. T. ha preso due lauree (!), si è formato una famiglia e lavora come manager. D. sta appena iniziando a farsi una vita indipendente, e ha grandi progetti. Quando avvenne questa tragedia le autorità sovietiche si spaventarono molto e ordinarono di seppellire le vittime in una fossa comune senza nomi e di dimenticare la tragedia, pena la prigione.

La voce di un «invisibile» ci arriva dalla Siberia

Afanas’ev mentre raccoglie testimonianze a Minino. (RFE/RL)

Per più di dieci anni mi sono impegnato a far riemergere dal nulla la terribile tragedia cancellata per interessi politici, e a restituire i nomi delle vittime dell’incidente. Dalla ricerca della fossa comune e del primo cognome, alla ricostruzione del quadro completo del deragliamento dei treni, fino ai viaggi al cimitero per tenere in ordine la tomba con i miei concittadini. E quando mi hanno messo in prigione, sono stati proprio questi due ragazzi, assieme ad altri orfani disabili, a tenere in ordine la fossa comune durante la mia reclusione. Lo fanno in segno di gratitudine perché con il mio lavoro di giornalista ho difeso i valori umani, e soprattutto perché ho sollevato l’argomento del sistema immorale con cui viene gestita la tutela sociale dei bambini orfani e disabili.

Da quando sono in prigione, T. e D., e con loro i miei colleghi e le persone che condividono i miei ideali, vanno a tenere in ordine la sepoltura e mi mandano resoconti fotografici, esprimendo sentimenti di vera fraternità. Con il passare del tempo, i giovani orfani disabili, ormai adulti, che vanno al cimitero sono sempre più numerosi. Lo scorso autunno erano una decina.

A volte, guardando le foto di quei ragazzi presso la tomba, vedo negli occhi di quei bambini di un tempo, di cui nessuno al mondo aveva bisogno, lo sguardo di persone convinte della propria utilità e importanza, convinte di stare compiendo un’opera buona. E proprio questo sguardo mi fa prendere coscienza che ho fatto bene a fare il giornalista. Mi picchino pure, mi condannino, mi tengano pure in prigione per aver scritto articoli contro le ingiustizie nei confronti degli esseri umani. Proprio la lotta per il diritto di ognuno alla vita, alla felicità e alla dignità della persona ha fatto di me un uomo, un giornalista e una persona veramente felice. E adesso cosa sarei, se avessi tradito? Sono un giornalista, e il mio posto è tra la gente.

Questi sono i miei pensieri, cari Giuseppe e Fiorenza, in tutta la follia del mondo e al mio quarto anno di reclusione. Un abbraccio fortissimo a voi e ai vostri splendidi figli. Vi auguro salute, prosperità e benessere. Ai vostri figli e a tutti i bambini del mondo auguro di avere sopra di loro un cielo sereno e senza guerra.
Vostro Michail Afanas’ev.


(foto d’apertura: M. Afanas’ev durante il processo – jabloko.ru)

Michail Afanas’ev

Nato nel 1976, padre di cinque figli, è caporedattore del giornale indipendente «Novyj fokus» (Abakan, Repubblica di Chakasija).

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