Dzeržinskij, l’asceta del terrore

7 Luglio 2026

Dzeržinskij, l’asceta del terrore

Angelo Bonaguro

Un secolo fa moriva Feliks Dzeržinskij, il rivoluzionario polacco che sognava di distruggere i russi e finì per costruire il loro sistema repressivo. Il «ferreo Feliks» capo della polizia segreta, il cui mito continua a sopravvivere.

Feliks Dzeržinskij, sesto figlio di una famiglia aristocratica polacca decaduta (Dzierżyński), morto di infarto nel 1926 a nemmeno cinquant’anni, in Russia è ancora più «vivo» di Lenin nei nomi delle piazze, nelle targhe commemorative, nei busti, nelle discussioni politiche, nei sondaggi di opinione, con la sua immagine costruita, demolita, ricostruita e riciclata, seguendo un fil rouge che attraversa quasi un secolo di storia russo-sovietica.

Dzeržinskij, l’asceta del terrore

In una fotografia di fine ‘800. (wikipedia)

Nato nel 1877 nel governatorato di Vil’na (all’epoca sotto l’impero russo), battezzato nella Chiesa cattolica, perse il padre a 5 anni, e la madre – Helena Januszewska – dovette badare sia alle faccende domestiche che all’educazione degli 8 figli, ai quali trasmise l’amore per la patria e la cultura polacca, soggiogate dall’occupazione russa seguita alla spartizione del paese. Lo stesso Feliks ricorderà «le serate nella nostra piccola tenuta», con la madre che raccontava le persecuzioni russe contro i greco-cattolici, e lui che da ragazzo sognava «un cappello che mi rendesse invisibile per distruggere tutti i moskaly» (termine spregiativo per indicare i russi).

Nel 1887 Feliks fu ammesso al rigido ginnasio maschile di Vil’na, in un momento in cui la russificazione forzata era la risposta del potere zarista alle insurrezioni indipendentiste polacche. Il ginnasio – dove si sarebbero formati anche il primo ministro russo Stolypin e il maresciallo polacco Piłsudski – era considerato un bastione dell’istruzione e della cultura russe. Feliks, cresciuto in una famiglia dove si parlava solo polacco e abituato a una certa libertà, trovò l’ambiente insopportabile.

Abbandonata l’idea di entrare in seminario, prese a frequentare i circoli del liceo, dove oltre a testi alternativi circolavano idee rivoluzionarie. Si appassionò alle opere filosofiche di Fichte, Kant e Hegel e all’evoluzionismo, e rapidamente si formò in lui una visione materialistica del mondo, al punto che in sesta ginnasio passò «un intero anno a sostenere che Dio non esisteva e a dimostrarlo con fervore a tutti». A differenza di Piłsudski, la sua ribellione non rimase circoscritta all’indipendentismo polacco: il torto subito dai suoi compatrioti divenne, nella sua mente, un torto universale, l’umiliazione nazionale si trasformò in coscienza di classe, il cattolicesimo in marxismo, la patria polacca nel proletariato internazionale.

Nel 1895 aderì alle attività dei socialdemocratici, approfondì lo studio del marxismo e guidò un circolo di apprendisti artigiani e operai, immergendosi sempre più nell’attività rivoluzionaria clandestina. Almeno inizialmente, la sua fu la tipica strada del rivoluzionario dell’epoca: il carcere, l’esilio, la clandestinità; il salto di qualità arrivò con l’adesione convinta ai bolscevichi di Lenin e la fulminea ascesa al vertice del sistema repressivo che ne sarebbe venuta: fu l’ideatore e il gestore supremo dell’apparato repressivo del nuovo regime, dapprima della Čeka – la Commissione straordinaria per la lotta contro la controrivoluzione e la speculazione, – poi della GPU e dell’OGPU che diedero forma istituzionale al terrore di Stato.

Ciò che rimase costante in Dzeržinskij fu la dedizione alla causa, che lo rese un militante «convinto e sincero», come scrisse il filosofo Nikolaj Berdjaev, arrestato nel 1920 e interrogato dallo stesso capo della Čeka. Berdjaev lo ricorda «biondo, con una barbetta rada tagliata a punta e degli occhi grigi, torbidi e malinconici; nella sua figura esteriore e nel suo modo di fare c’era una certa gentilezza, si sentiva una buona educazione e delle belle maniere (…). Dzeržinskij mi lasciò l’impressione di un uomo assolutamente convinto e sincero. Credo che non fosse cattivo, e penso anzi che non fosse affatto crudele per natura. Era un fanatico. Dava l’impressione di un invasato. Aveva qualcosa di sinistro».

La sua morte prematura lo sottrasse agli anni peggiori dello stalinismo, e questa si rivelò la sua fortuna postuma, come ha sottolineato in un saggio il professor Tomas Sniegon dell’università di Lund. La macchina propagandistica sovietica – scrive Sniegon – cominciò a costruire il mito di Dzeržinskij quasi immediatamente dopo la sua scomparsa, un mito elaborato con cura perché doveva essere funzionale: non si trattava di celebrare semplicemente un eroe della rivoluzione, quanto di fornire un volto umano – o almeno presentabile – all’apparato repressivo dello Stato.

L’immagine che ne emerse era quella del rivoluzionario incorruttibile, inflessibile ma giusto, duro per necessità ma capace di compassione, una sorta di «asceta del terrore». Contemporaneamente la propaganda insistette molto sul suo impegno per i bambini rimasti orfani della guerra civile: «Dzeržinskij contribuì notevolmente a eliminare il problema dell’infanzia abbandonata – ha ricordato l’associazione Memorial, – e forse questo aspetto della sua attività gli può essere attribuito come merito. Tuttavia (…) non si può dimenticare che questo problema fu innanzitutto l’esito del disastro economico e della guerra civile, cui si arrivò grazie alla politica sua e dei suoi compagni di partito».

Nel 1918, al centro, tra i collaboratori della Čeka. (wikipedia)

Negli anni Trenta e Quaranta il culto si affievolì perché con Stalin non c’era spazio per altre figure che rubassero la scena, anzi la maggior parte dei collaboratori di Dzeržinskij fu liquidata durante il Grande Terrore (1937-38). La sua figura rimase nell’ombra senza essere veramente mai rimossa: troppo utile per essere abbandonata, troppo ingombrante per competere con il «sole dorato» Stalin.

La vera rinascita del mito arrivò con la destalinizzazione degli anni Cinquanta: quando Chruščev si trovò nella necessità politica di prendere le distanze dai crimini staliniani senza però mettere in discussione la legittimità del sistema della Sicurezza di Stato, Dzeržinskij si dimostrò la soluzione perfetta. Il fondatore della Čeka, infatti, poteva essere contrapposto ai suoi successori corrotti e criminali: lui aveva avuto «la mente fredda, il cuore ardente e le mani pulite» – come recitava lo slogan, – aveva arrestato i nemici con buone intenzioni, era il modello del čekista ideale, quello che il «nuovo» KGB avrebbe dovuto incarnare.

In questo modo il terrore di Stato veniva trasfigurato: era stato puro sotto Dzeržinskij, poi deviato dai suoi successori, e ora poteva finalmente tornare alla sua originaria purezza. Fu proprio alla fine degli anni ‘50 che la celebrazione del «Feliks di ferro» raggiunse la sua forma più evidente e monumentale: nel dicembre 1958, davanti alla sede del KGB venne inaugurata la sua statua bronzea, alta quasi sei metri, realizzata dallo scultore Evgenij Vučetič.

Negli anni ‘60 e ‘70 il culto si raffinò ulteriormente, spostandosi dal piano politico a quello culturale e popolare. L’obiettivo era presentare i servizi di sicurezza non solo come «scudo e spada» del regime, ma anche come «occhi e orecchie» del popolo, un organo che dal popolo traeva legittimità e il popolo serviva: film, romanzi, serie televisive contribuirono a costruire questa nuova immagine, come il sequel Diciassette momenti di primavera commissionato personalmente dal capo del KGB Jurij Andropov, con l’obiettivo di accrescere il prestigio dell’attività di intelligence e attirare i giovani nei servizi per lottare contro i nemici della patria.

Dzeržinskij, l’asceta del terrore

La ricostruzione dell’ufficio di Dzeržinskij al Museo della polizia politica di S. Pietroburgo. (wikipedia)

Poi arrivò Gorbačev, e per la prima volta fu possibile criticare Dzeržinskij come figura storica. Nel 1990 la piazza che dal 1926 portava il suo nome tornò a chiamarsi piazza Lubjanka, e di fronte alla sede del KGB fu collocata la pietra delle Solovki, portata dalle isole dove negli anni ‘20 fu istituito il primo lager sovietico. Il 22 agosto 1991, poche ore dopo il fallito golpe contro Gorbačev, la statua del «Feliks di ferro» fu rimossa da una gru tra gli applausi della folla e trasferita al parco Muzeon, un sito che ospita monumenti dei leader comunisti e altre statue del realismo socialista, smantellati nel tempo.

Ma alla caduta della statua non corrispose quella del mito, che presto tornò ad essere utile. El’cin, che pure non voleva essere associato al KGB, nel 1995 ripristinò la «festa del čekista» (20 dicembre), sottolineando la continuità storica tra i servizi sovietici e quelli russi. E con Putin, ex ufficiale del KGB, quella continuità cessò di essere un imbarazzo per diventare un vanto: senza pronunciarsi esplicitamente sul ritorno della statua in piazza Lubjanka – questione rimasta irrisolta e politicamente sensibile – Putin ha reintitolato a Dzeržinskij una divisione militare (2014), ha permesso alla tv di Stato di celebrarlo come «leggenda della sicurezza» e «personalità straordinaria», ha lasciato che proliferassero monumenti in tutta la Federazione – se ne contano oltre 50 tra statue, busti e targhe commemorative, fra cui i più recenti a Omsk (inaugurato l’anno scorso), alla scuola n. 10 di Gus-Chrustal’nyj (ricollocato nel 2021), a Kirov (nel 2017). Ma se ne possono trovare anche in Bielorussia e in Ucraina, e persino nella capitale nordvietnamita c’è un busto inaugurato nel 2017 presso la sede della milizia popolare.

Anche nella società civile Dzeržinskij gode di buona reputazione: nei sondaggi ripetuti dal centro demoscopico Levada dall’inizio degli anni Duemila, emerge che almeno una buona metà degli intervistati è favorevole al ritorno della sua statua in piazza Lubjanka, con l’altra metà divisa tra i contrari e gli indecisi.

La statua di Dzeržinskij in piazza Lubjanka nel 1991. (RIA Novosti archive, image 142949 / Vladimir Fedorenko / CC-BY-SA 3.0)

Nel 2002, quando la proposta del ripristino era venuta dal sindaco Lužkov, Memorial aveva espresso un chiaro giudizio storico su Dzeržinskij: «Il suo impegno principale è sempre stato non la lotta contro la criminalità, ma contro gli oppositori politici (veri o immaginari) del potere sovietico. Lui creò il sistema della polizia politica e della repressione politica nella Russia sovietica. Con lui si cominciò a falsificare le istruttorie; ai suoi tempi e sotto la sua direzione fu creato il sistema concentrazionario sovietico. Al nome di Dzeržinskij resteranno associati per sempre concetti come l’arresto [senza mandato] e l’esecuzione senza processo, l’uso degli ostaggi, la persecuzione di ogni dissenso. (…) Proprio all’epoca di Dzeržinskij e con la sua diretta partecipazione, il concetto di diritto fu sostituito dalle idee di “legalità rivoluzionaria” e di “opportunità politica” delle repressioni. (…) Anche l’accenno alla sua lotta contro la delinquenza non può che mettere in allarme coloro che hanno a cuore il futuro della Russia (…) [perché] siamo profondamente convinti che sia indispensabile condurre questa lotta nei limiti della legalità. La proposta di ripristinare il monumento è un oltraggio voluto alla memoria di milioni di vittime delle repressioni politiche».

Il mito di Dzeržinskij è riuscito dunque a sopravvivere alle purghe interne di Stalin, alla destalinizzazione, alla perestrojka, al crollo dell’URSS, alla democrazia traballante di El’cin, alla politica culturale attuale. Il segreto sta nella sua morte precoce, che lo ha sottratto alla responsabilità diretta dei crimini perpetrati, e nella sua immagine di rivoluzionario romantico e asceta senza ambizioni, costruita dalla propaganda e non ancora ufficialmente smentita.


(Foto d’apertura: wikipedia)

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI