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26 Giugno 2026
L’infanzia ucraina tra deportazione, resilienza e indottrinamento
Uno storico dell’Università di Torino si è dedicato al problema dei bambini ucraini deportati o in pericolo di vita. Ne è uscito un libro che sfida la comodità della polarizzazione «buoni e cattivi» e mette al centro ciò che resta quando tutto il resto crolla: la capacità dei piccoli di fare squadra, aspettare, sopravvivere.
Bruno Maida è docente di Storia Contemporanea e Storia dell’infanzia all’università di Torino, autore di numerose pubblicazioni e impegnato nella salvaguardia e nella diffusione della memoria storica del ‘900. I suoi interessi spaziano anche sui primi vent’anni del XXI secolo, segnati dalle conseguenze dei conflitti irrisolti o non adeguatamente elaborati del XX. Da poco è uscito il suo studio I tamburi di guerra mi fanno tremare. L’infanzia in Ucraina (2022-2026), sulla vita dei bambini ucraini dal 2014, anno di inizio della guerra nel Donbass, ma soprattutto dopo l’invasione su larga scala del paese da parte della Russia nel 2022.
Alla base delle sue ricerche c’è la convinzione che i bambini che attraversano il dramma della guerra, «vengono mobilitati e diventano soggetti mobilitanti, agiscono, ricordano e dimenticano, come tutti i civili coinvolti nella guerra. Come tali, lasciano tracce e fonti utili allo storico per raccontare il vissuto durante la guerra».

I tamburi di guerra mi fanno tremare. L’infanzia in Ucraina (2022-2026), ed. Laterza 2026.
Il suo studio si attiene rigorosamente a dati e fatti, attingendo a una documentazione molto ricca e diversificata, sia come punto di vista sugli eventi che per tipo di materiale: testi prodotti dagli organismi internazionali sui diritti dell’infanzia nelle situazioni di conflitto, ricerche statistiche, testimonianze dirette, reportage dei media italiani e stranieri, dichiarazioni del governo ucraino e russo, disegni e scritti dei bambini, il racconto di singoli protagonisti o associazioni che lavorano per alleviare le sofferenze dei piccoli in condizioni di costante pericolo e precarietà. Laddove i dati sono scarsi, incerti o controversi, l’autore lo fa presente e se ne serve comunque per trarne informazioni indirette che completino il più possibile il quadro della situazione. La ricerca si articola in otto sezioni, ognuna introdotta da una fotografia che ritrae i piccoli e gli adulti che se ne occupano, còlti in vari contesti.
Dallo studio si evince che per i bambini ucraini non esistono più luoghi sicuri, perché «ogni bombardamento ha sempre il duplice scopo di distruggere (fabbriche, infrastrutture, aree militari) e terrorizzare la popolazione civile. In tutte le guerre a essere colpiti per primi sono le scuole e gli ospedali», anche quelli pediatrici e i reparti maternità.
In questo contesto, i bimbi ucraini sviluppano sentimenti di nostalgia per la vita passata, di odio per l’aggressore ma anche abilità particolari. Imparano a «fare squadra» su esperienze comuni che non sono quelle dei coetanei che vivono in contesti di pace: «Quanti amici hai perso? Come vi avvertivate quando c’erano i bombardamenti? I tuoi amici in che paesi sono scappati? Qual è il bombardamento più spaventoso che hai visto? … Imparano a riconoscere e distinguere il rumore degli aerei, amici o nemici, a calcolare il tempo che ci mettono le bombe a raggiungere il suolo; imparano il valore del cibo e come procurarselo; imparano il silenzio e il tempo vuoto dell’attesa». Inoltre, secondo ricerche svolte in Ucraina negli ultimi anni, sempre più bambini dedicano tempo ad aiutare i loro coetanei.
Quindi, per i minori di questo paese la fonte a cui attingere sicurezza non sono più tanto le mura domestiche o della scuola, soggette a distruzione, quanto i rapporti umani basati sull’affetto e sulla libertà: «Quando ho paura, lo dico ai miei genitori e agli insegnanti. Un loro abbraccio o le loro parole di sostegno sono ciò che mi dà sicurezza» dice Janina, tredici anni. Per Olena, che ne ha quindici, sei al sicuro «quando puoi esprimere i tuoi pensieri e dire quello che vuoi, sapendo che non sarai punita per questo».
Tuttavia, anche le figure adulte di riferimento rischiano costantemente di venir meno nel dilagare delle ostilità. Inoltre, non di rado si assiste al trasferimento illegale o alla deportazione in territorio russo di bambini ucraini (un fenomeno nell’ordine delle migliaia), che spesso vengono sottoposti a indottrinamento filorusso o dati in adozione a famiglie russe per «denazificarli». Una parte del libro è dedicata alle possibili cause di questo fenomeno.

(The Village).
Ma in tempo di guerra, l’abitudine a usare la lotta al nazismo come una «clava» propagandistica caratterizza sia l’aggressore che l’aggredito: anche in Ucraina non mancano i campi estivi con attività di addestramento paramilitare o altre iniziative per inculcare ai più piccoli gli ideali patriottici e la contrapposizione al nemico: «La maggior parte dei bambini non combatte né si prepara a farlo. Tuttavia, l’invasione russa ha alimentato e diffuso un forte senso patriottico, insieme a una narrazione della guerra che pervade e investe ogni aspetto della società e della formazione dell’infanzia: dalla scuola alla televisione, dall’esperienza familiare a quella personale, (…) dalle relazioni fra coetanei ai sogni sul futuro». Tina, sette anni, vorrebbe «avere il superpotere del fuoco, perché può distruggere. Per prima cosa lo userei contro Putin, perché è super cattivo. E quando sono grande, mi compro una pistola e faccio finta di essere russa. Poi raccolgo delle bacche velenose – che loro neanche le conoscono – e gliele do ai russi, così muoiono tutti».
Un capitolo a parte è dedicato al dramma dei genitori, costretti a prendere in tempi rapidissimi, a volte all’istante, decisioni che incideranno profondamente sul presente e il futuro dei loro figli che vogliono mettere al sicuro ad ogni costo. Anche fuggendo all’estero, verso l’ignoto, e dando un taglio netto a tutta la vita precedente, affidando i bambini a parenti o conoscenti, o peggio agli occupanti che promettono soggiorni estivi o cure mediche per i piccoli, ma poi di fatto li trattengono in Russia a tempo indeterminato.
L’autore si sofferma anche sulla sorte delle famiglie con cittadinanza ucraina ma di origine africana o asiatica, che nei centri di accoglienza al confine polacco non godono degli stessi diritti dei loro concittadini, perché considerati immigrati e non rifugiati politici. Certo, i bambini ucraini non sono le uniche vittime della guerra, e lo studio accenna anche alla tragedia, conseguenza indiretta della guerra russo-ucraina, dei migranti africani o asiatici intrappolati tra il confine bielorusso e quello polacco, senza poter venire soccorsi.
Il libro è una miniera di dati sull’infanzia nell’Ucraina in guerra che può servire come solida base per ulteriori studi e approfondimenti, ma anche come strumento che aiuta a non ragionare in termini di contrapposizione, soffermandosi sull’aspetto umano: «Occuparsi dell’infanzia ucraina in guerra significa innanzitutto uscire dalla polarizzazione “buoni/cattivi”, “pace a tutti i costi/guerra a tutti i costi”. Al contrario, è necessario rivendicare i principi fondamentali che dovrebbero guidare i processi politici e diplomatici: il diritto e la giustizia internazionali. Ma è proprio sul terreno della protezione dei minori che questi principi mostrano la loro sconfitta più bruciante».
(Foto d’apertura: Astra)
Delfina Boero
È ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana. Fra i suoi interessi, la storia e la cultura della Repubblica Democratica Tedesca, la vita religiosa e culturale in URSS, nella Federazione Russa e nelle ex Repubbliche sovietiche.
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