«Me ne vado riconciliato con Dio»: le lettere del beato Jan Bula

20 Giugno 2026

«Me ne vado riconciliato con Dio»: le lettere del beato Jan Bula

Angelo Bonaguro

Il 6 giugno scorso presso la fiera di Brno si è svolta la cerimonia di beatificazione dei sacerdoti Jan Bula e Václav Drbola, primi martiri del XX secolo a ricevere questo riconoscimento nella Repubblica ceca. Presentiamo ampi stralci dalle lettere d’addio scritte da don Bula il giorno prima dell’esecuzione.

Il 19 maggio 1952 nel carcere di Jihlava, in Moravia, un sacerdote cattolico di trentadue anni scrive alcune lettere, indirizzate a destinatari diversi – ai parenti più prossimi, a un confratello, alla collaboratrice domestica, – firmandole come se fosse un testamento distribuito a più persone. Sa che l’indomani mattina lo attenderà la forca e che la sua tomba resterà ignota.

Bula Jan

Jan Bula (1920-1952). (janbula.cz)

Jan Bula era stato ordinato sacerdote nel 1945, ed era stato inviato a Rokytnice, un paese di 800 anime nella regione della Vysočina, dove in pochi anni si era guadagnato la stima e l’affetto dei parrocchiani, dedicandosi soprattutto ai giovani e alla vita associativa cattolica, proprio quello che il regime comunista, instauratosi con il colpo di Stato del 1948, non poteva tollerare. Poeta ed artista, nell’aprile 1951 fu arrestato nell’ambito del cosiddetto «caso Babice», una montatura giudiziaria costruita attorno all’omicidio di tre funzionari politici avvenuto il 2 luglio 1951 presso la scuola dell’omonimo villaggio, di cui quell’anno era parroco don Václav Drbola, a sua volta arrestato a giugno.

Il processo-farsa che ne seguì ebbe una forte eco sui media e servì allo scopo di intimidire la Chiesa e i fedeli, si prolungò per quasi un anno tra minacce e confessioni estorte con la violenza, e coinvolse 107 imputati, fra i quali 11 furono condannati a morte. Anche i due sacerdoti beatificati a Brno furono condannati all’impiccagione, nonostante si trovassero già in carcere al momento della sparatoria nella scuola di Babice.

Agli occhi del regime – ha ricordato il legato papale monsignor Czerny all’omelia per la beatificazione, – la loro «colpa» stava «nel rifiuto di tradire la propria coscienza sacerdotale: non volevano diventare strumenti di ideologia e oppressione, non erano disposti a ripetere le parole che volevano costringerli a pronunciare, né a tacere dove il silenzio avrebbe significato mentire»: qui il cardinale si riferisce da un lato alle violenze subite dai due sacerdoti perché si autoaccusassero al processo, sia alla lettura pubblica della circolare dei vescovi cecoslovacchi indirizzata al clero e ai fedeli (19 giugno 1949), in cui i prelati denunciavano le misure anticlericali adottate dal governo; le autorità comuniste fecero pressioni perché la circolare non fosse diffusa, ciò nonostante venne letta da almeno due terzi dei sacerdoti.

Drbola

V. Drbola (1912-1951). (buladrbola.cz)

Don Václav Drbola, di 8 anni più vecchio di Bula, con il suo viso affabile che tanto ci ricorda il don Camillo televisivo, aveva svolto il ministero sacerdotale in varie località prima di essere inviato a Babice, dove il parroco Arnošt Poláček era stato a sua volta arrestato per «attività antistatale»: negli anni ‘50 – ha ricordato il presidente Havel nel discorso di capodanno del 1990 – «molti cittadini perirono in carcere, molti furono giustiziati, migliaia di vite umane furono distrutte, centinaia di migliaia di persone di talento furono costrette a lasciare il paese».

Nel paesino di poco più di 300 abitanti, Drbola svolse la sua missione, insegnò religione, si occupò della gestione della parrocchia compresa la riparazione dell’organo della chiesa.

«Me ne vado riconciliato con Dio»: le lettere del beato Jan Bula

Con i ragazzi dell’associazione scoutistica Orel. (janbula.cz)

Le lettere di Bula

Presso l’archivio diocesano di Brno si sono conservate le lettere d’addio di don Bula, rese pubbliche in occasione della beatificazione. Non è raro, nella storia del Novecento, imbattersi in lettere scritte dal braccio della morte; le sue appartengono a una categoria particolare, non tanto dal punto di vista letterario, quanto piuttosto perché rivelano una fermezza e una fede «saggiate come l’oro nel crogiuolo».

Nella lettera indirizzata al cognato e alla sorella, don Jan scrive:

«Me ne vado riconciliato con Dio»: le lettere del beato Jan Bula

(buladrbola.cz)

«Non mi è stato permesso di salutarvi di persona, colgo quindi questa occasione per dirvi addio. E vi scrivo (…) come se stessi partendo per una terra lontana dalla quale so che non ritornerò. Vi saluto sventolando il fazzoletto per l’ultima volta. La prima persona che incontrerò, quella che attendo con più impazienza, è mio padre. Insieme a lui ci saranno lo zio Karel, la nonna e il nonno. (…)
Il luogo della mia sepoltura resterà ignoto, perciò ricordatemi sulla tomba di mio padre. Vi sono debitore in molti modi; cercherò di rimediare per altre vie.
Dio vi dia forza e vi conforti! Io credo nella Sua bontà e nella Sua giustizia. Credeteci fermamente anche voi. I piccoli di cui sono stato padrino possano crescere e diventare ciò che avete sperato per loro. Possano essere il vostro orgoglio e la vostra gioia. Siate fonte di letizia e di forza per la mamma e reciprocamente fra di voi. (…) Ho pensato molto a tutti voi e ho pregato per voi. Che Dio vi protegga e vi dia forza. Mi congedo da voi, vi abbraccio tutti in spirito e vi benedico!».

Non c’è amarezza o rassegnazione, non è la voce di chi è stato spezzato, è il viaggiatore che parte per terre lontane, un’immagine che ritorna anche nelle altre lettere. La morte per Bula non è un annientamento bensì una partenza serena verso una terra lontana da cui non si torna, accompagnata dal gesto affettuoso del fazzoletto sventolato per l’ultimo saluto. L’aldilà di Bula non è un’astrazione mistica, è un luogo dove ci sono persone vive, dove i rapporti interrotti dalla morte terrena vengono ripresi. E poi il riferimento alla sepoltura ignota: i regimi totalitari del Novecento, infatti, sapevano bene che la tomba è un luogo di memoria e che la memoria può essere «pericolosa». Negare la sepoltura era un modo per prolungare il controllo oltre la morte, per impedire che una tomba diventasse un polo di raccoglimento, di opposizione silenziosa. Lo si sarebbe visto, in modo eclatante, nel 1969 con Jan Palach.

Agli zii di Znojmo trasmette la preoccupazione per la madre e i fratelli:

«…Siate felici. Siate di conforto alla mamma e ai miei fratelli. Non avrei mai immaginato di causare loro tanto dolore. Possa la loro e la vostra consolazione scaturire dalla fede in un felice ricongiungimento con me e con i nostri cari, che ci hanno preceduto nell’eternità».

Nella lettera alla cognata e al fratellastro Ladislav – figlio del primo matrimonio della madre, rimasta vedova della Grande Guerra – don Jan ricorda come la famiglia fosse già stata colpita da uno dei totalitarismi del Novecento. Eppure, se il campo di concentramento nazista o il tribunale comunista possono uccidere, la fede resta un’ancora di salvezza:

«…Quando riceverete questa lettera, colui che ora vi ricorda con queste parole vi guarderà già dall’altro mondo. Sarò con papà, (…) non riposerò accanto a lui, ma sarò vicino allo zio Karl, che mi ha insegnato i primi passi ed è sepolto qui a Jihlava. Ricordatemi a Lukov, presso [la tomba di] papà. Avevo tanti progetti, come sai, ma basta un nulla perché tutto finisca. Ma perché affliggersi? Non chiedermi perché sia toccato proprio a me. Ho compiuto un gran lavoro che aveva richiesto anni ai miei predecessori a Rokytnice, mentre io l’ho portato a termine in un anno solo, forse proprio perché ero destinato a vivere una vita così breve. Questo, oggi, deve essermi di consolazione. Ciò che mi conforta è aver servito Dio fedelmente fino alla fine. L’uomo non riesce ad amare Dio a sufficienza, e questo è l’unico rimpianto che si possa avere.
Tu che sei stato in un campo di concentramento [nazista] sai quanta forza doni la fede in Lui. (…) Educate bene i vostri figli!…».

È su questo filo – tra la sconfitta apparente e la fedeltà vincente – che si è mosso il commento del cardinal Czerny: «Le loro vite sembravano essersi concluse nel fallimento. Il regime totalitario sembrava aver trionfato, ma la visione di Dio è diversa: la fedeltà non è mai una perdita, nemmeno quando porta la croce».

Bojanovsky, Bula

Con mons. Bojanovský (a sin.). (janbula.cz)

Nella lettera a monsignor Cyril Bojanovský, il sacerdote che aveva notato i talenti del giovane Jan e negli anni era diventato per lui un modello e una guida nella ricerca vocazionale, Bula ritorna sul tema della brevità della sua vita, paragonandola a quella di san Giovanni Battista, suo patrono; inoltre inserisce due riferimenti evangelici, il Nunc dimittis e il Benedictus: la sua è una preghiera di congedo sereno, il canto di chi ha visto ciò che doveva vedere e adesso può riposare. Bula sente di aver «tenuto tra le braccia» come l’anziano Simeone, in qualche misura, ciò che conta, perciò può andarsene riconciliato, in pace.

«…Lei ha dato moltissimo alla mia vita; ricordo tutto con profonda gratitudine! Il Signore Iddio mi ha concesso una vita breve, ma credo che non sia stata vana. Oggi sono felice di averlo servito e di essere rimasto suo servo fino alla fine. Me ne vado riconciliato con lui. Attendo con gioia il riposo e il ricongiungimento con tutti coloro che mi hanno preceduto nell’eternità. Il mio santo patrono non visse più a lungo di me, e il suo destino ha molto in comune con il mio.
C’erano molti progetti, ma erano tutti subordinati alla volontà di Dio. Probabilmente non vedrà la luce nemmeno il nuovo altare. (…) Quanto desideravo realizzarlo! Ora invece il mio altare non sarà a Rokytnice.
Domani, quando riceverà questa lettera, avrò già recitato i miei salmi, il Nunc dimittis e il Benedictus. Ringrazi il Signore Dio per questo! (…) I miei pensieri sono confusi, ma nel complesso testimoniano ciò che sto vivendo dentro di me. Confidando pienamente nella giustizia di Dio, mi accommiato da lei e sinceramente prego che il Signore le renda merito per tutto!…».

Anche nella lettera a Ludmila Kolářová, la domestica in parrocchia, compare il riferimento al Battista:

«…Lei stessa sa che il cammino che ho percorso non è stato facile, anzi è stato spesso disseminato di spine e rovi. Lei ha lavorato fedelmente per me, e perciò ritengo mio dovere ringraziarla, che Dio gliene renda merito. (…) Ho pensato spesso a lei e ai suoi cari, e tra me e me ho invidiato la serena longevità dei suoi genitori, chiedendomi cosa avrei potuto realizzare io in tutti quegli anni. Invece sono destinato a una vita breve. Anche san Giovanni Battista, il mio santo patrono, ebbe la stessa sorte! Me ne vado riconciliato con Dio e, così come ho ricordato tutti coloro che mi sono stati affidati, possano anch’essi ricordarsi di me…».

«Me ne vado riconciliato con Dio»: le lettere del beato Jan Bula

La prigione di Jihlava negli anni ‘50. (janbula.cz)

Al contrario, quello che non c’è in queste lettere è l’astio verso i giudici o il risentimento verso il regime. Ludvík Stehlík, suo compagno di detenzione, ha ricordato così gli ultimi giorni di don Jan: «Parlava normalmente, non piangeva, sapeva cosa lo aspettava. Con i pensieri, però, era già altrove. (…) Quando arrivammo a Jihlava, ci distribuirono nelle celle. Bula rimase con la guardia carceraria  fino alla fine. Guardava ognuno di noi e benediceva tutti. Non parlava, faceva solo il segno della croce. (…) Non rimproverò niente a nessuno e in cella dipingeva, gli concessero dei colori e delle tavole e lo lasciarono dipingere, paesaggi, animali nei campi… Le guardie si facevano dare i disegni da portare a casa in cambio di sigarette, e poi quelle stesse guardie vennero a prenderlo, lo condussero al patibolo e lo impiccarono. Dicono che l’esecuzione sia avvenuta con calma, non rimproverò nulla a nessuno»1.
Nessuna delle quattro lettere fu consegnata ai rispettivi destinatari. Jan Bula e Václav Drbola sono stati riabilitati solo negli anni ‘90 del secolo scorso.

Il cardinal Czerny ha concluso la sua omelia riprendendo le parole di papa Leone XIV, pronunciate per la commemorazione dei martiri e testimoni della fede del XXI secolo: «Celebriamo la speranza di questi coraggiosi testimoni della fede. È una speranza piena d’immortalità, perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra; è una speranza piena d’immortalità, perché, pur essendo stati uccisi nel corpo, nessuno potrà spegnere la loro voce o cancellare l’amore che hanno donato; è una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male».


(foto d’apertura: YouTube diocesi di Brno)

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI