Non la Santa Rus’, ma la Rus’ dei santi

28 Maggio 2026

Non la Santa Rus’, ma la Rus’ dei santi

Georgij Mitrofanov

Noi e i testimoni della fede. Padre Mitrofanov, nella seconda conversazione sul canale dell’Accademia teologica di San Pietroburgo si concentra sui miti che spesso i fedeli preferiscono alla verità storica. Un invito a tutti i cristiani perché siano davvero «il sale della terra».

Padre Georgij, continuiamo il nostro dialogo sulla storia della Chiesa. Nella scorsa intervista lei ha pronunciato più volte la parola «mito» relativamente al fatto che nella coscienza comune si preferisce una certa mitologizzazione a una conoscenza storica adeguata. Quali sono i miti più diffusi con cui si è scontrato?
Per vent’anni ho lavorato nella Commissione sinodale per la canonizzazione dei santi e per me è stato un tempo molto prezioso. È stata l’epoca in cui abbiamo ristabilito la tradizione delle canonizzazioni regolari, in particolare dei martiri, soprattutto, dei nuovi martiri. Ricordo che abbiamo lavorato a lungo e faticosamente alla preparazione dei materiali per la canonizzazione della famiglia imperiale. Nella Chiesa moltissimi erano a favore e moltissimi contro, ma tutti cercavano di usare questa canonizzazione come manifesto della propria visione.

Non la Santa Rus’, ma la Rus’ dei santi

Icona di Nicola II. (pravoslavie.ru)

Sin dall’inizio il lavoro nella commissione mi ha portato a scontrarmi con due miti. Il primo è l’abdicazione dello zar. Alcuni sostenevano che non ci fosse stata nessuna abdicazione, che avesse consapevolmente firmato a matita per poterla in seguito annullare; che l’abdicazione non si potesse considerare legge, perché formalmente trasgrediva una legge dell’Impero russo – e in effetti è vero, lo zar non aveva il diritto di abdicare in favore di suo fratello. Altri, invece, dicevano che l’abdicazione fu un delitto gravissimo che consegnò la Russia alla Rivoluzione e che questo costituisce un impedimento alla canonizzazione. Quindi mi è toccato cominciare il mio lavoro nella commissione proprio guardando questo episodio. In quelle determinate circostanze fu effettivamente un errore politico: le motivazioni del sovrano erano varie e ben lungi dall’essere meschine; si lasciò convincere che non sarebbe riuscito a vincere la guerra; non godeva nemmeno della fiducia dei circoli monarchici; gli avevano negato la fiducia anche i comandanti dell’esercito che lui stesso aveva nominato. Era un militare e si fece da parte sperando di porre un freno al tumulto che si stava preparando. Ma questa sua decisione politicamente sbagliata e l’avere infranto le leggi si possono considerare un peccato tale da impedire la sua canonizzazione come «persona che ha accettato la passione»? No. I miti sono molto vari, ma la verità era questa e, secondo il mio punto di vista, la verità non impediva in questo caso la canonizzazione.

Il secondo mito riguarda i fatti del 9 gennaio [1905]. Cosa successe per davvero? Abbiamo chiarito che la storia secondo cui lo zar osservava dalle finestre del Palazzo d’Inverno – dove in quel momento non era neanche presente – e che quasi applaudiva mentre sparavano sulla folla, non è vera. Alcuni dicevano che si trattò di un evento orribile, altri invece sostenevano che avrebbero dovuto colpire molte più persone. Ecco alcuni estremi dietro cui si nascondeva, in sostanza, la mentalità sovietica o antisovietica, ma comunque una mentalità non cristiana.

In conclusione, abbiamo elaborato una formula in cui si diceva che la sua attività come sovrano e come capo della Chiesa (secondo la legislazione vigente allora) non forniva elementi per la sua canonizzazione. Invece, il suo ultimo anno di vita giustifica la sua glorificazione come «persona che ha accettato la passione», si tratta della santità di quei sovrani che hanno accettato una morte ingiusta con umiltà cristiana.

Abbiamo anche lavorato molto per fare in modo che non si diffondesse il mito di Ivan Il Terribile come zar giusto e calunniato. Questo mito non si è diffuso perché non ha nessun fondamento. Non abbiamo solo impedito una canonizzazione del genere, ma anche che si diffondesse una falsificazione storica: infatti, l’idea dello zar «grande, giusto e calunniato» è stata fatta su indicazione del compagno Stalin alla fine degli anni Trenta. Questo lavoro fu iniziato da storici come Wipper e Bachrušin, che in gran fretta elaborarono una nuova interpretazione storica cancellando tutto quello che avevano scritto Karamzin, Solov’ev e Ključev. Quindi, di fatto, abbiamo sfatato un mito storico e al contempo abbiamo impedito che se ne diffondesse un altro.

Padre Georgij, dia un consiglio pratico alla gente comune: a volte alla televisione sentiamo certe cose, oppure un sacerdote in predica può dirne altre, come i miti di cui ha appena parlato. Come può una persona semplice cercare la verità, andare fino in fondo nell’enorme quantità di informazioni spesso errate che incontriamo, compresi gli ambienti ecclesiastici?
Per quanto riguarda la realtà storica, qui una cosa è evidente: bisogna leggere il maggior numero possibile di libri diversi. Oggi si sta di nuovo cercando di creare un manuale di storia unico. Lo stanno già facendo ed è terribile, perché invece di allenare a un pensiero storico indipendente, a contrapporre diversi punti di vista, ci abitua ad accettare come dogma la versione della storia che insegnano certi autori, e spesso ci si attiene a questi concetti come a parole d’ordine ideologiche. Ci siamo già passati durante il periodo sovietico e bisogna dire che in generale la coscienza dei russi non è molto storica. C’è l’idea che il popolo russo sia il più credente al mondo. In realtà, è il popolo più credulone del mondo. E questo fenomeno è tutt’altro che innocuo.

La semplicioneria è più pericolosa del furto: a questa concezione del popolo russo come il più credente (in realtà il più credulone) hanno pagato lo scotto anche i nostri scrittori e poeti: «piuttosto che le sciagurate, oscure verità preferisco l’inganno che ci eleva» [A. Puškin, L’eroe, 1830]. Ma l’inganno non ci può elevare, altrimenti è una menzogna, e il padre della menzogna è il diavolo. Per questo la storia è così importante, perché aiuta a scoprire la realtà come effettivamente è stata, storia che Dio ha permesso e benedetto, e a capire in cosa consisteva il disegno di Dio quando accadeva una certa cosa.

Una cosa è quello che vorremmo credere, altro è quel che è avvenuto realmente. Ma non bisogna temere la verità storica, che non inficia neanche lontanamente l’autorità di Dio, l’autorità della Chiesa. Invece, l’autorità di Dio e della Chiesa può essere demolita dal proliferare di miti storici che poi vengono sfatati da circostanze precise. Questo è molto pericoloso. Noi stessi diciamo che è pericoloso cadere nell’errore spirituale, ecco, questo è appunto un errore intellettuale. E a questo punto il problema diventa di natura morale. Io sono convinto che, purtroppo, dopo aver ricevuto in modo sorprendente e inaspettato la possibilità di vivere in una Chiesa liberata dalla pressione esterna, a cavallo degli anni ’80-’90, non siamo riusciti ad assolvere per davvero questo compito, a realizzare la possibilità che avevamo per le mani. Negli anni ’90 ci siamo disorientati, perché abbiamo preferito dei miti consolanti alla verità storica.

A cavallo degli anni ’90 si è abbattuto su di noi un fiume di informazioni sulla Chiesa, e sulle persecuzioni religiose, ma non ce ne siamo resi conto. Per tutto il periodo sovietico non avevamo potuto canonizzare i nuovi martiri ed ecco che è apparsa la possibilità non solo di studiare liberamente, ma anche di raccontare ciò di cui venivamo a conoscenza col nostro lavoro.

Quale sentimento avremmo dovuto provare scoprendo queste pagine di storia? Un sentimento di vergogna: ma di quale Santa Rus’ si parla, se per un quarto di secolo la più grande Chiesa locale del mondo ortodosso è stata praticamente distrutta per mano di persone perlopiù battezzate, cristiane ortodosse anche solo per nascita? Come è potuto succedere? È stata una scoperta terribile. Non abbiamo veramente riflettuto su questo, non lo abbiamo interiorizzato. Abbiamo cominciato a costruire chiese, come se per Dio questa fosse una compensazione, come a dire: «Hai visto? Le hanno distrutte, ma adesso le stiamo ricostruendo». Avevamo deciso che il nostro peccato era stato espiato, che andava bene così. Ma la vita della nuova Chiesa che si stava sviluppando era migliore di quella di prima? Al contrario, spesso ripeteva le debolezze della Chiesa prerivoluzionaria, senza però averne le qualità. Dobbiamo riconoscere questo, anche nel nostro sistema educativo.

Non la Santa Rus’, ma la Rus’ dei santi

Particolare dell’icona dei nuovi martiri. (pravoslavie.ru)

Non bisogna mai cedere al trionfalismo: negli anni ’80 eravamo la nazione più atea e poi, nel giro di qualche anno, siamo diventati la nazione più devota. Cose del genere non succedono, era una vera e propria menzogna. Ma noi ci consolavamo dicendo «Non è niente, sono solo gli anni ’90, ancora dieci anni, arriviamo ai quarant’anni ed entreremo nella terra promessa». Oggi ho la netta sensazione che, senza aver mai conosciuto fino in fondo il vero quadro storico del nostro passato e avendolo, invece, riempito di miti, di fatto abbiamo messo a tacere la coscienza e abbiamo deciso che eravamo esentati dal lavoro più faticoso e necessario, quello di ricreare non la Santa Rus’ (che non è mai esistita) ma la Rus’ dei santi, che esisteva. E nel XX secolo questi santi sono stati uccisi come non mai. E ora siamo arrivati alla fine del quarto decennio di vagabondaggio nel deserto verso la terra promessa, ma a me sembra piuttosto che abbiamo deciso di tornare alla schiavitù dell’Egitto.

E tutto questo è accaduto in gran parte perché abbiamo perso l’acume storico e spirituale che ci avrebbe spinto a costruire diversamente la nostra vita ecclesiale e a considerare diversamente il nostro passato e, di conseguenza, anche il presente e come costruire il futuro.

La Chiesa ha goduto di un enorme credito di fiducia perché molte persone lontane dalla fede, venendo a conoscenza delle terribili persecuzioni che aveva subìto e del sacrificio dei nuovi martiri hanno cominciato a interrogarsi: com’è possibile che la Chiesa sia stata l’unica istituzione che si è conservata, anche se mutilata, interiormente devastata dalla costante pressione del potere? Eppure si è conservata e ha annunciato Cristo come ha potuto in quei tempi difficili. Era degna di attenzione, di compassione. Ma improvvisamente l’abbiamo vista avvicinarsi ai potenti, lasciarsi corteggiare da quelli che detenevano il potere, non alle persone vive e concrete in cerca di Dio. E davvero ai tempi sovietici le persone che cercavano Dio erano tantissime, ma non entravano nella Chiesa proprio perché questa si comportava in modo ambiguo. Era costretta, certo, ma comunque era ambigua, e così tanti sono rimasti fuori dalle sue mura. Anche se possiamo supporre che siano nella Chiesa di Cristo in qualche altra forma.

E oggi invece cosa succede? A me sembra evidente, guardando il numero e la qualità dei giovani che si avvicinano alla Chiesa, che quel credito di fiducia che avevamo è stato sostanzialmente dissipato. E sarà molto difficile dimostrare alla gente che siamo la Chiesa di Cristo e non semplicemente un’istituzione tra le tante. E questo è l’esito della nostra ignoranza storica che fa nascere i miti che ci rendono moralmente irresponsabili, falsi e ipocriti. Perciò, per me il problema della verità storica della Chiesa è il problema della verità della Chiesa stessa.

Secondo lei, la venerazione dei nuovi martiri, morti anche a causa della «dabbenaggine» del popolo russo, può aiutare a produrre un autentico pentimento, con cui il popolo russo possa ritornare a far parte della Chiesa in modo non formale?
Innanzitutto, bisogna dire che la situazione, interna ed esterna, è cambiata. Ha cominciato a cambiare agli inizi degli anni Duemila: l’accesso ai materiali d’archivio, senza il cui studio è impossibile procedere a nuove canonizzazioni, oggi è molto difficoltoso. Già mentre lavoravo nella Commissione per le canonizzazioni vedevo come questo processo stava cambiando e quanto diventasse sempre più difficile accedere agli archivi.

Ma qui il punto è un altro: sebbene abbiamo impiegato non pochi sforzi affinché le canonizzazioni fossero possibili, e fossero fatte con cura, è successo che sono diventate un modo – uso una parola forte – per obliterare i martiri, per dimenticarli come martiri vivi, c’è stata una sorta di mummificazione. Il poligono di Butovo, Levašovo, sono diventati luoghi di venerazione «protocollare», dove si svolgono celebrazioni nelle date previste dal calendario e niente di più.

Non la Santa Rus’, ma la Rus’ dei santi

Icona della beata Matrona. (pravoslavie.ru)

Al contrario, il gradimento della beata Matrona aumenta sempre più. Intorno a questa figura c’è tutta una serie di oggettistica sacra: candele, olio, terra e così via. Il magismo è penetrato nella nostra vita ecclesiale. Da questo punto di vista, cercando, con azioni magiche, di usare la vita della Chiesa per sistemare la nostra vita terrena – una vita molto imperfetta e lontana dal cristianesimo – abbiamo finito per percepire anche i santi in questo modo.

Spesso non ci interessano i santi in quanto tali, ma le loro reliquie. Se non fosse che per la maggior parte dei nuovi martiri non ci sono reliquie, avremmo messo in piedi una fabbrica di miracoli basati sulle loro reliquie. Perché le veneriamo così tanto? Perché ci danno la sensazione che ci aiutino nelle nostre faccende quotidiane. Ma i santi ci aiutano in un altro modo, la loro memoria ci deve spingere a comportarci come loro si sono comportati, da persone fragili, deboli, ma in certe situazioni capaci di elevarsi al di sopra di se stesse. In realtà, alla gente non interessa venerare davvero i nuovi martiri. Perché questo significherebbe essere pronti alla fermezza nella fede, magari a una vita problematica, infelice e pesante, al tormento, alla persecuzione, alla morte.

Nel popolo la venerazione dei nuovi martiri non si è diffusa. E quando mi viene in mente il tropario dei nuovi martiri che inizia con le parole «Oggi la Chiesa russa esulta con gioia» mi pervade l’orrore. Per cosa si può esultare qui? Per il fatto che sono stati uccisi gli uomini migliori della nostra Chiesa, non i più numerosi ma i migliori, non solo tra i chierici ma anche tra i laici? E chi è rimasto, cos’ha da gioire? Forse si gioisce perché i migliori non ci sono più, sono rimasti i peggiori, e con i peggiori è più facile vivere…

Capisco che il miracolo della Chiesa sta nel fatto che cristiani degni e giusti talvolta vengono canonizzati proprio da coloro che, se fossero vissuti al loro tempo, li avrebbero perseguitati. Ma qui sta succedendo qualcosa di molto serio e molto triste: cominciamo a percepire i martiri, i nuovi martiri, come intercessori per noi, come a dire: «Hanno sofferto, Dio li ha glorificati e ora possiamo chiedere loro di intercedere per noi, per poter vivere meglio».

Noi non aspiriamo al martirio. Certo, neanche loro lo cercavano, semplicemente la loro vita ha preso quella direzione. E come sarà per noi? Vedendo quello che succede nella nostra Chiesa, penso che difficilmente ci saranno persecuzioni contro di noi. Ci comportiamo in modo tale che non c’è motivo di perseguitarci. Ovviamente, se necessario, un motivo si può sempre trovare, ma siamo innocui, poco convincenti. Preveniamo eventuali persecuzioni con il nostro atteggiamento disponibile, ci comportiamo sempre in modo tranquillo, pacifico e obbediente, dimenticando che i cristiani sono «il sale della terra». E il sale talvolta provoca sensazioni sgradevoli non solo per il suo sapore, ma anche perché purifica e disinfetta ciò che è corrotto. Noi comportiamoci pure come sale insipido che un giorno verrà buttato via, ma pazienza, per ora ci basta. Per me questo è un problema molto serio, è il dramma della vita.

Ricordo il periodo sovietico, quando circolavano copie clandestine del libro del sacerdote Michail Pol’skij I nuovi martiri russi. Quel libro conteneva molti errori storici, ma per la prima volta mi ha spalancato il quadro concentrato delle persecuzioni. Noi vivevamo allora nella speranza che, una volta scoperta la verità su ciò che era accaduto alla Chiesa, avremmo provato vergogna! Nonostante tutti i difetti del nostro debole carattere nazionale, infatti, una qualità resisteva comunque, persino tra noi peccatori: il senso della vergogna. E invece ora dominano la totale mancanza di vergogna, l’impudenza e l’ipocrisia.

Non possiamo appellarci ai nuovi martiri se la vita della nostra Chiesa è quella che è. Ora direte: «Questo non è più un discorso da storico della Chiesa, ma da predicatore». Ed è proprio qui che torniamo a quello che possiamo chiamare metodo: per insegnare qualsiasi disciplina ecclesiastica bisogna trasmettere ciò di cui si vive, ciò che per noi ha un valore tale, che perderlo significherebbe perdere il senso della vita stessa.

Ma allora, bisogna cambiare il modo di vivere: non glorificando il passato, in cui si è verificata una immane devastazione della Chiesa, ma provandone vergogna e facendo tutto il possibile perché ciò non si ripeta. Così la disciplina ecclesiastica diventa qualcosa che orienta concretamente la vita, che spinge l’uomo verso una certa forma di esistenza.

Grazie padre Georgij, sentendo riflessioni di questo tipo mi viene da pensare che non tutto è perduto. I nostri studenti sono fortunati, speriamo che dopo aver ascoltato le sue lezioni e quelle dei suoi colleghi, quando si troveranno in prima linea nella vita della Chiesa se le ricordino e le mettano in pratica.
Un’ultima cosa. Per me c’è un principio fondamentale, una sorta di massima, che spiega perché tengo le mie lezioni esattamente nel modo in cui si è svolta questa intervista. Mi torna continuamente in mente un episodio dei Vangeli apocrifi, quando alla domanda «Qual è la cosa più importante nella predicazione?», Cristo risponde in modo molto semplice: «Non mentite». Nel nostro paese, dove le persone hanno mentito per decenni – anche senza cattive intenzioni, magari solo per sopravvivere, per proteggere la famiglia, – in questa nostra società abituata alla menzogna è importante smettere finalmente di mentire. È questo ciò che conta davvero.

Spero che, se tutti i nostri corsi si baseranno almeno sul principio che non bisogna mentire, che non si può dire ciò che non si è disposti a vivere, che non bisogna parlare di ciò che non si sente veramente, ma bisogna dire solo quello che si è pronti a prendere su di sé, allora questo farà della scuola teologica una vera scuola, che rende vivi nello spirito.


(Particolare dell’icona dei Nuovi Martiri; pravoslavie.ru)

Georgij Mitrofanov

padre Georgij Mitrofanov, sacerdote ortodosso, docente all’Accademia teologica di San Pietroburgo dove è direttore della cattedra di Storia della Chiesa. Storico della Chiesa e della filosofia religiosa russa del XX secolo.

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